
La sensibilità di una città andrebbe rispettata. Sempre. Soprattutto quando quella città porta addosso le cicatrici di nove anni di multiproprietà e l’umiliazione, ancora freschissima, della retrocessione in Serie C. Per questo la scelta di disputare il 15 agosto al San Nicola l’amichevole tra Inter e Betis Siviglia appare profondamente inopportuna.
Altrove sarebbe soltanto una partita estiva: un test utile agli allenatori per verificare l’assimilazione dei nuovi schemi, gli automatismi di squadra, la condizione atletica e il livello di crescita del gruppo in vista dell’inizio della stagione. A Bari, invece, quella partita assume inevitabilmente un significato completamente diverso.
Perché Bari non è una piazza qualsiasi. È una città che, per storia, tradizione, pubblico e impianto, dovrebbe abitare stabilmente la Serie A. Uno stadio da sessantamila posti non è nato per ospitare sporadicamente le grandi squadre italiane ed europee durante la preparazione estiva, trasformandosi nella loro passerella. Per queste esibizioni esistono decine di altri impianti in Italia. Il San Nicola è stato concepito perché il Bari sfidasse quelle squadre da protagonista, non perché assistesse alla loro sfilata. E se proprio deve ospitare manifestazioni estive di prestigio, che siano tornei o triangolari nei quali il Bari sia parte integrante dello spettacolo, non semplice spettatore della vetrina altrui. Perché un impianto di questa grandezza e di questo prestigio non merita di essere ridotto a palcoscenico occasionale delle cosiddette “strisciate”, mentre la squadra della città è costretta a recitare lontano dai palcoscenici che le competerebbero.
Invece da nove anni la multiproprietà tiene la città calcistica con le ali tarpate, impedendole di coltivare fino in fondo le proprie ambizioni. E la recente retrocessione ha aggravato ulteriormente una ferita che continua ancora oggi a sanguinare.
E proprio mentre quella ferita è aperta, si decide di portare al San Nicola una delle squadre simbolo della Serie A.
È difficile non leggere, almeno sul piano emotivo, una clamorosa stonatura.
Quasi a voler dire ai baresi: “voi in Serie A non potete andarci perché siete nostri ‘prigionieri’, ma la Serie A ve la portiamo noi per una sera.” Magari non è questo il messaggio che gli organizzatori intendono trasmettere. Ma è quello che molti tifosi rischiano inevitabilmente di percepire.
Le alternative, peraltro, non mancavano. Palermo, Catania, Lecce, Salerno, Napoli e altre piazze del Mezzogiorno avrebbero potuto ospitare tranquillamente questo incontro, regalando uno spettacolo ai propri tifosi senza urtare la sensibilità di una città che vive una situazione così particolare. Sarebbe stato un riconoscimento naturale verso territori che non convivono con il cappio della multiproprietà e che possono sognare il proprio futuro senza limitazioni strutturali.
A Bari, invece, quella partita rischia di trasformarsi nell’ennesimo promemoria di ciò che è stato negato.
Ma c’è anche un altro aspetto che rende questa scelta ancora più infelice.
L’Inter appartiene, insieme a Milan e Juventus, a quel gruppo di società che nel linguaggio popolare vengono definite le “strisciate”. Club prestigiosi, seguitissimi, ma che storicamente suscitano anche una naturale antipatia in moltissime tifoserie italiane, compresa una parte consistente di quella barese.
Bari, infatti, non è un piccolo centro dove prevalgono gli Inter Club, i Milan Club o gli Juventus Club. È una grande città metropolitana con una fortissima identità calcistica. Certo, anche qui esistono sostenitori delle grandi squadre del Nord, come accade ovunque. Ma la maggioranza assoluta del popolo sportivo barese tifa Bari. Prima di tutto e sopra ogni cosa.
Ed è proprio questa la ragione per cui la presenza dell’Inter al San Nicola, in questo particolare momento storico, rischia di essere percepita come un doppio schiaffo morale. Da una parte perché sbatte sotto gli occhi dei baresi quella Serie A dalla quale si sentono esclusi anche a causa della multiproprietà. Dall’altra perché lo fa attraverso una delle cosiddette “strisciate”, una squadra che, insieme a Milan e Juventus, non suscita certo particolare simpatia nella maggioranza del tifo biancorosso. Non perché manchino anche a Bari gli interisti, i milanisti o gli juventini, come accade in ogni città italiana, ma perché questa è una grande città metropolitana che vive anzitutto di passione per il Bari. Qui il sentimento dominante non è quello per le grandi squadre del Nord, bensì quello per la squadra della propria terra. Ed è proprio per questo che l’evento rischia di essere percepito come una provocazione involontaria: non solo si porta al San Nicola la Serie A che al Bari viene preclusa, ma lo si fa con una delle squadre simbolo di quel calcio che i tifosi biancorossi avrebbero voluto affrontare sul campo con la propria squadra, non applaudire da semplici spettatori.
Naturalmente nessuno mette in discussione la legittimità dell’evento né il diritto dell’Inter di scegliere dove preparare la stagione. La questione non è organizzativa. È una questione di opportunità. Perché esistono momenti nei quali il rispetto delle ferite di una comunità dovrebbe prevalere sulla semplice logica dello spettacolo. Oggi Bari non aveva bisogno di una prestigiosa amichevole di Serie A. Aveva bisogno di ben altro: di tornare a vivere la Serie A con la propria squadra, nello stadio che è stato costruito proprio per questo e non per diventare, una volta tanto, il teatro della passerella altrui.
Massimo Longo