Trent’anni e non sentirli: il ritorno sui palcoscenici di “…e fuori nevica!”, capolavoro di Vincenzo Salemme, emoziona e diverte il pubblico dell’Arena Levante di Giovinazzo

Siamo tutti diversi. È questa la nostra forza comune.” (Stephen Covey)

Maurizia, ti ricordi di Michele?
Me lo sono chiesta domenica sera, mentre applaudivo insieme a una gremita Arena Levante di Giovinazzo, conquistata da “…e fuori nevica” di Vincenzo Salemme.

Una domanda arrivata all’improvviso, tra una risata incontenibile e un momento di profonda commozione.

Michele, nome di fantasia, era un mio compagno di scuola. Uno di quei compagni che non dimentichi perché, senza rendersene conto, ti cambiano il modo di guardare il mondo. Aveva caratteristiche che oggi mi fanno pensare molto a Cico, il personaggio attorno al quale ruota la commedia di Salemme. Un modo particolare di relazionarsi agli altri, di reagire alle situazioni, di interpretare la realtà. Da adolescenti non era facile comprenderlo. Per me, come per molti dei miei compagni.

E forse è proprio per questo che lo spettacolo mi ha toccato così profondamente.

Quella andata in scena a Giovinazzo è una commedia dal ritmo serratissimo, costruita su meccanismi comici perfetti, equivoci irresistibili e dialoghi che non concedono tregua. Straordinaria la prova di Vincenzo Salemme nei panni di Cico, personaggio complesso e delicato, capace di alternare irresistibile comicità e intensa vulnerabilità. Al suo fianco, Andrea Di Maria, Antonio Guerriero e Stefano Sarcinelli contribuiscono a costruire un perfetto equilibrio scenico, dando vita a una compagnia affiatata e coinvolgente. Per oltre due ore gli attori hanno trascinato il pubblico in un vortice di risate, conquistandolo al punto da strappare applausi a scena aperta.

Ma ciò che rende “…e fuori nevica” molto più di una semplice commedia è la sua capacità di alternare alla leggerezza momenti di straordinaria intensità emotiva.

Mi affascina il modo in cui una comicità così magistralmente costruita lasci improvvisamente spazio alla fragilità umana. Affiorano la paura dell’abbandono, il bisogno di essere amati, la fatica di accettare l’altro e quella, ancora più difficile, di accettare sé stessi. Dinamiche che appartengono al nostro tempo ma che, in realtà, sono senza tempo. È in questi momenti che emerge il dono più prezioso del teatro: trasformare una storia particolare in un riflesso della vita di ciascuno di noi.

L’uomo diventa un Io nel contatto con un Tu.” (Martin Buber)

Mentre osservavo Cico sul palco continuavo a pensare a Michele.

Ricordavo lo sforzo necessario per entrare in relazione con lui, la difficoltà iniziale nel comprendere comportamenti che uscivano dai nostri schemi, ma anche la straordinaria ricchezza che quell’incontro ha lasciato dentro di me. Michele mi ha insegnato che la diversità non è qualcosa da correggere o da sopportare. È un’occasione per mettere in discussione le proprie certezze.

Non ha cambiato soltanto me. Ha cambiato tutti noi, costringendoci a rivedere idee e pregiudizi che consideravamo naturali. Ci ha insegnato che esistono modi diversi di comunicare, di apprendere, di esprimere emozioni. Ci ha mostrato che spesso il vero limite non appartiene a chi definiamo diverso, ma a chi osserva senza comprendere. Ed è qui che emerge uno degli aspetti più sorprendenti di questa commedia. Forse non tutti sanno che“…e fuori nevica” nacque nel 1994 da un’idea di Enzo Iacchetti, che chiese a Vincenzo Salemme di scrivere una commedia per tre attori. Salemme raccolse la sfida e diede vita a un testo destinato a entrare nella storia del teatro italiano. Nel cast originale interpretava Enzo Righi; Francesco Paolantoni vestiva i panni dell’indimenticabile Cico, Stefano Sarcinelli quelli di Stefano e Carlo Buccirosso il ruolo del notaio.

Osservando l’allestimento attuale mi ha colpito il dialogo tra passato e presente. Stefano Sarcinelli, che nella prima edizione interpretava Stefano, oggi veste i panni del notaio, in un simbolico passaggio di testimone che racconta la straordinaria longevità di questa commedia. E Salemme, a distanza di oltre trent’anni, sceglie di confrontarsi proprio con Cico, il personaggio più complesso e iconico dell’opera, dimostrando come un grande testo sappia rinnovarsi senza perdere la propria anima.

Ma la vera domanda è un’altra: come fa un testo scritto più di trent’anni fa a risultare ancora così attuale?

Quando la commedia debuttò, erano trascorsi appena diciassette anni dalla Legge 517 del 1977, quella che aveva sancito il superamento delle classi differenziali e favorito l’inserimento degli alunni con disabilità nelle classi comuni. L’Italia stava ancora costruendo una cultura dell’inclusione. Molti percorsi che oggi consideriamo acquisiti erano allora soltanto agli inizi. Noi studenti di quegli anni vivevamo le prime esperienze quotidiane di convivenza con compagni portatori di fragilità e differenze che la scuola stava imparando ad accogliere. Per questo penso a Michele.

Per questo mi colpisce ancora oggi la lungimiranza di Salemme. In un periodo in cui il tema dell’inclusione era ancora un cantiere aperto, scelse di mettere al centro della scena un personaggio come Cico. Non una diagnosi, non uno stereotipo, ma una persona. Una persona capace di far ridere e, nello stesso tempo, di costringere il pubblico a interrogarsi sui propri pregiudizi.

Ed è proprio questo il motivo per cui “…e fuori nevica” non è invecchiata e probabilmente non invecchierà mai. Perché parla di relazioni umane.

Parla della difficoltà di accettare ciò che esce dai nostri schemi. Parla della paura che proviamo quando le nostre abitudini vengono messe in discussione. Ma parla anche della straordinaria opportunità che nasce dall’incontro con l’altro.

Guardando Cico ho ritrovato Michele.

Ho ritrovato la fatica di quegli anni, ma soprattutto la gratitudine per ciò che quell’esperienza mi ha insegnato. Ho capito allora, e lo spettacolo me lo ha ricordato ancora una volta, che l’inclusione non nasce da una legge o da una parola di moda. Nasce dall’incontro. Da quel momento in cui ci relazioniamo con qualcuno e scopriamo che non siamo noi il centro dell’universo. Da quel momento in cui smettiamo di vedere una persona come “diversa” e iniziamo finalmente a vederla per ciò che è: una persona.

Anche se lo spettacolo lascia in bocca un retrogusto amaro, quando le luci si sono accese e l’Arena Levante è esplosa in un lungo applauso, non stavo pensando soltanto alla bravura degli attori o all’eccezionale scrittura di Salemme. Stavo pensando a Michele.

Perché alcune persone entrano nella nostra vita e ci insegnano una lezione che nessun libro può spiegare: la diversità non divide, educa. E spesso sono proprio le persone considerate più fragili a regalarci gli strumenti per diventare più consapevoli, più empatici e più umani.

Le persone sono come le vetrate: brillano quando c’è il sole, ma è quando arriva il buio che si scopre la luce che hanno dentro.” (Elisabeth Kübler-Ross)

Dopo oltre trent’anni, “…e fuori nevica” continua a emozionare per questo. Perché ci ricorda che l’inclusione non è un concetto astratto né una parola da convegno. Ha il volto di Cico. Ha il volto di Michele. E ha il volto di tutte quelle persone che, attraverso la loro apparente fragilità, ci insegnano a guardare il mondo con occhi più grandi e un cuore più aperto. Perché, come diceva Martin Buber, “ogni vero vivere è incontro“.

Maurizia Limongelli

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