Il mitico Johnny Marr, tra presente e nostalgia, ha illuminato gli eventi del Locus Festival 2026

Dai cieli suburbani di Manchester alle vigne della tenuta Bocca di Lupo (Minervino Murge, Bari, Italia) rimane inossidabile il fascino del jangle targato Johnny Marr. l filari a perdita d’occhio e le colline murgiane hanno accolto uno dei momenti più intensi del Locus Festival 2026: il concerto dello storico chitarrista e co‑fondatore degli Smiths, protagonista di una serata che ha unito raffinatezza sonora e energia rock.

Davanti al palco quanto mai essenziale (unica concessione, la silhouette del mancuniano impressa sulla grancassa della batteria), il pubblico non è numerosissimo – la location, per quanto fascinosa, era difficilmente raggiungibile senza avere a disposizione un’auto – ma chiaramente composto da scelti ed autentici “aficionados”, gente che ha vissuto l’epopea degli Smiths e degli “altri” anni ‘80, quelli meno scintillanti e più introspettivi, e che, nel corso di tutto questo tempo, ha metabolizzato la conclusione irreversibile di quell’esperienza, andando oltre certe mattane reazionarie dì Morrissey, nella certezza che il cuore pulsante del Manchester sound rimane sempre lui, John Martin Maher, AKA Johnny Marr.

Dieci minuti dopo le 21 ecco entrare in scena il Nostro, con la immancabile Fender Jaguar, e attaccare l’energica “Generate, Generate!”, suo primo vero successo solista del 2013. La voce è sicura, certo meno intrigante rispetto a quella dell’ex sodale, ma saldamente rock e in perfetta sintonia con le fitte trame della chitarra. Accanto a lui, la formazione che lo accompagna da anni: James Doviak alla seconda chitarra e alle tastiere, fondamentale per ricreare gli inconfondibili pattern “a la Smiths”, Iwan Gronow al basso e Jack Mitchell alla batteria.

Johnny saggiamente alterna brani degli Smiths a quelli della carriera solista e se le prime note di “Panic” o “Charming man” sono coperte dalle grida di approvazione, il pubblico mostra di apprezzare anche le sue creazioni di epoca post-Morrissey. Tra queste una menzione speciale va senz’altro a “Spin”, il lead single del prossimo album di Marr, “The Age of Everything” che conquista subito con il suo twang cristallino, la ritmica serrata, le atmosfere tra new wave e futuro.

Lo show è secco, senza fronzoli, nessuna scenografia a distrarre l’attenzione da un rock allo stato puro, che attraversa i decenni preservando memorie, ma senza cadere nel tranello della nostalgia.
Dopo Armatopia, New town velocity, Spirit, power and soul, Somewhere e Hi hallo, c’è spazio per un’intima e toccante “Please, please, please”, con Marr alla chitarra acustica e il tutto il pubblico a cantare insieme a lui. E, ancora, Stop me e Big Mouth ci riportano agli anni della nostra vita in cui tutto ci sembrava possibile e la malinconia non era poi così male.

Marr interagisce con il pubblico e sembra soddisfatto che la gente canti con lui le sue canzoni. A un certo punto regala un plettro a un tizio delle prime file, per poi chiedergli di abbassare un cartello che impedisce a quelli di dietro di vedere. Un altro, proprio accanto a me, continua a chiamarlo per nome, agitando un vinile e un pennarello per un autografo, che però (giustamente) non arriva. Arriva, invece, Getting away with it, gemma oscura degli Electronic, supergruppo formato da Marr con Bernard Summer dei New Order, giusto per ricordare che c’è comunque vita oltre mr. Steven Patrick Morrissey.

Nel finale, un’accoppiata tutta energia, con le chitarre che si intrecciano nei riff ad alto potenziale, di Easy Money e How soon is night, introduce i bis che tutti si aspettano: l’ormai classica Passenger di Iggy Pop, che si libera nel cielo come se fosse una creatura di Marr, e il solito colpo al cuore di There a light that never goes out. Perché qui a casa non vuole tornare nessuno e se ci fosse un double decker rosso ci sbatteremmo contro tutti quanti insieme, piuttosto volentieri.

Giuseppe Battista
Foto di Giuseppe Battista

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