Dogstar conquistano il pubblico del Locus Festival 2026 all’Arena del Levante di Bari: senza effetti speciali, solo tre musicisti e le loro buone canzoni

Ci sono concerti in cui tutto ruota attorno alla produzione: schermi giganti, visual, giochi di luce, cambi d’abito e scenografie pensate al millimetro. E poi ci sono concerti che scelgono deliberatamente la strada opposta. Quello dei Dogstar alla Fiera del Levante per il Locus Festival 2026, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Per la prima volta la band americana è arrivata a Bari, unica data del Sud Italia all’interno delle cinque tappe italiane organizzate per accompagnare l’uscita del nuovo album All in now, pubblicato lo scorso maggio. Un ritorno importante per un gruppo dalla storia decisamente particolare: nato quasi per gioco nella Los Angeles degli anni Novanta, scioltosi, rinato più volte e oggi nuovamente in attività con la formazione originale composta da Bret Domrose, Robert Mailhouse e, naturalmente, il divo Keanu Reeves.

Ed è inutile girarci intorno.

Per molti dei presenti il primo motivo per acquistare il biglietto era proprio lui.

Vedere Keanu Reeves da pochi metri di distanza, però, significa anche rendersi conto di una cosa: sul palco non c’è la star hollywoodiana di Matrix o John Wick. C’è semplicemente il bassista dei Dogstar.

Ed è proprio questa la sensazione che accompagna tutto il concerto.

La serata barese è caldissima, ma il pubblico risponde con entusiasmo fin dai primi minuti. C’è molta curiosità, parecchi fan arrivati appositamente da altre regioni e un’atmosfera quasi familiare. Nessuno sembra lì per assistere a uno show mastodontico. Tutti sembrano voler vedere una band.

E i Dogstar fanno esattamente questo.

Suonano.

Niente effetti speciali. Nessun grande impatto visivo. Zero fuochi d’artificio. Nessuna ricerca dello stupore.

Solo tre musicisti, i loro strumenti e una scaletta costruita attorno alle canzoni.

Una scelta quasi controcorrente nel panorama dei grandi live contemporanei.

Il loro modo di stare sul palco ha qualcosa di profondamente umile. Non cercano mai di rubare la scena con atteggiamenti da rockstar, e forse è anche questo che li rende credibili. Rimangono figli di quell’alternative rock americano nato tra gli anni Novanta e i primi Duemila, con evidenti richiami al post-grunge e a quella scena che privilegiava le canzoni rispetto allo spettacolo.

Se proprio bisogna trovare un limite al concerto, è forse la sua linearità.

Non ci sono veri colpi di scena.

Il ritmo rimane costante dall’inizio alla fine e, a tratti, si ha la sensazione che manchi quel momento capace di cambiare completamente l’inerzia dello show.

Ma probabilmente non è nemmeno ciò che i Dogstar vogliono offrire.

La loro forza sta altrove.

Sta nella semplicità con cui riescono a costruire melodie immediate, riff di chitarra efficaci e linee di basso solide che accompagnano ogni brano senza inutili virtuosismi.

Pezzi come “Everything Turns Around”“Blonde” e “Breach” funzionano esattamente per questo motivo. Sono canzoni che entrano subito in testa, capaci di trasmettere buone vibrazioni anche a chi le ascolta per la prima volta.

Ed è forse proprio questa la qualità che mi ha colpito di più.

L’immediatezza.

Non cercano mai la complessità a tutti i costi, ma nemmeno la banalità. Costruiscono canzoni sincere, dirette, senza sovrastrutture.

Durante tutto il concerto ho avuto una sensazione curiosa, difficile da spiegare.

Era come assistere alle prove di tre amici che suonano davanti ai propri genitori. Non nel senso amatoriale del termine, ma per quell’atmosfera genuina, rilassata, quasi domestica. Come se l’obiettivo non fosse impressionare qualcuno, ma semplicemente condividere il piacere di fare musica insieme.

Ed è probabilmente questo l’aspetto che rende i Dogstar una band diversa da tante altre.

Non sono musicisti che impressionano per il virtuosismo tecnico. Non cercano assoli infiniti né dimostrazioni di forza strumentale.

La loro cifra è un’altra.

Le canzoni.

Quelle del nuovo album All in now, in particolare, dal vivo acquistano ancora più energia rispetto alla versione in studio e dimostrano che il ritorno della band non è soltanto un’operazione nostalgica legata al nome di Keanu Reeves.

Anzi.

Se si riesce, almeno per un’ora e mezza, a dimenticare che sul palco c’è uno degli attori più famosi del mondo, si scopre una band onesta, coerente con la propria storia e ancora capace di scrivere buona musica.

Forse i Dogstar non cambieranno la storia del rock.

Forse non saranno mai ricordati come una band rivoluzionaria.

Ma in un’epoca in cui tanti concerti sembrano dover stupire a tutti i costi, vedere tre musicisti salire sul palco con l’unico obiettivo di suonare bene le proprie canzoni ha ancora qualcosa di sorprendentemente autentico.

E, alla fine, è proprio questa autenticità il ricordo più bello che mi porto a casa dalla loro prima volta a Bari.

Claudio Ladisa
Foto di Claudio Ladisa

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