
Non era soltanto la voce di Champagne. Non era soltanto il pianista elegante che aveva fatto ballare il twist agli italiani.
Peppino di Capri rappresentava un modo di intendere la musica e forse anche la vita: senza urla, senza esibizionismi, senza la necessità di trasformare ogni canzone in una dichiarazione di guerra al mondo.
Con la sua scomparsa se ne va un altro frammento di quell’Italia che oggi appare lontanissima. L’Italia dei jukebox, delle orchestre, dei dancing affacciati sul mare, delle estati che sembravano non finire mai e dei cantanti che salivano sul palco con una giacca, una cravatta e soprattutto con qualcosa da raccontare.
Giuseppe Faiella era nato a Capri nel 1939, quando l’Europa stava per precipitare nella tragedia della guerra. Sarebbe cresciuto invece negli anni della ricostruzione, quelli in cui il mondo sembrava improvvisamente più grande e più vicino. L’isola gli regalò la bellezza. L’America gli suggerì il ritmo.
Da bambino ascoltò i soldati americani, il boogie-woogie, lo swing, le prime forme di rock’n’roll. Mentre altri continuavano a percorrere sentieri musicali già battuti, lui capì che Napoli poteva dialogare con il mondo senza perdere la propria identità. È questo il punto che spesso sfugge quando si parla di Peppino di Capri.
Pur essendo amatissimo dal grande pubblico, non apparteneva alla categoria dei cantanti costruiti esclusivamente attorno alle pene d’amore, alle serenate e ai cliché più consumati della tradizione melodica. Non era il cantante delle canzoni che escono a volume assordante dai finestrini abbassati delle automobili, dove la parola “amore” viene ripetuta fino a consumarsi. Peppino di Capri proveniva da un’altra scuola.
Una scuola che guardava ai night club internazionali, alle grandi orchestre, al jazz leggero, allo swing, al twist. Una scuola che in Italia aveva interpreti come Fred Bongusto, artisti popolari ma difficili da rinchiudere in un’etichetta provinciale. Le loro canzoni parlavano d’amore, certo. Ma era un amore raccontato con eleganza, filtrato dalla musica americana, dagli arrangiamenti raffinati, dalla curiosità verso ciò che accadeva oltre i confini nazionali.
Non fu un caso che nel 1965 aprisse i concerti italiani dei Beatles. Quel dettaglio racconta più di molte biografie. Significa che Peppino di Capri non inseguiva il futuro: in qualche modo lo aveva già intercettato.
La sua non fu una rivoluzione gridata. Non scrisse manifesti generazionali, non cercò provocazioni, non costruì personaggi. Eppure cambiò la musica leggera italiana più di quanto si creda. Portò il twist nelle case degli italiani negli anni del boom economico, quando il Paese correva veloce verso la modernità e guardava con fiducia al domani. Fece ballare una generazione che stava scoprendo il benessere, le vacanze, le automobili e una nuova leggerezza.
Champagne, Roberta, St. Tropez Twist, Let’s Twist Again non furono semplicemente successi discografici. Diventarono piccoli frammenti della memoria collettiva. Champagne, in particolare, è riuscita in un’impresa rarissima: trasformarsi in una canzone che appartiene a tutti. È entrata nei matrimoni, nei brindisi, nelle feste, nelle reunion tra amici. Ormai non appartiene più nemmeno al suo autore. È una di quelle melodie che fanno parte del paesaggio sonoro italiano, come il rumore delle onde in estate o il suono delle campane in una piazza di provincia.
La verità è che Peppino di Capri era rispettato anche da chi non lo considerava il proprio cantante preferito. Era difficile non riconoscergli classe, misura e coerenza. Attraversò oltre mezzo secolo di musica senza inseguire le mode e senza snaturarsi. Un’impresa che oggi appare quasi rivoluzionaria.
Per questo la sua scomparsa provoca una malinconia che va oltre il semplice ricordo artistico. Molti appartenenti alle generazioni cresciute con la grande stagione dei cantautori, della melodia e degli arrangiamenti curati, ascoltando una parte delle proposte musicali contemporanee spesso troppo inascoltabili, urlate, sguaiate e anche banali con quei generi musicali urticanti macro-universo urban che comprende rap, hip hop, trap e drill, affiancato da sonorità pop e dance/elettroniche in continua evoluzione trainate dall’auto-tune, finiscono inevitabilmente per guardare a figure come Peppino di Capri con occhi diversi fino a farlo rimpiangere.
Davanti a interpreti che spesso privilegiano l’immagine alla musica, il tatuaggio alla melodia, il volume alla qualità, la provocazione alla sostanza, perfino chi un tempo considerava Peppino di Capri troppo leggero o troppo popolare finisce per rivalutarne la grandezza. Non è semplice nostalgia. È il riconoscimento di una differenza.
La differenza tra una canzone e un prodotto. Tra una melodia e un rumore. Tra un artista e un personaggio costruito per durare una stagione e poi scomparire.
Peppino di Capri apparteneva a un’epoca nella quale si poteva essere popolari senza essere volgari, romantici senza essere melensi, moderni senza essere aggressivi. Bastavano una voce, un pianoforte e una buona canzone.
Quando le note di Champagne torneranno a riempire una sala, un matrimonio o una festa di famiglia, non sarà soltanto un brindisi. Sarà il ricordo di un’Italia che guardava il mare di Capri e, nello stesso tempo, l’orizzonte del mondo.
E forse sarà anche qualcosa di più. Sarà il riaffiorare di una stagione irripetibile della musica italiana, quando le canzoni non avevano bisogno di urlare per farsi ascoltare e gli artisti non avevano bisogno di esibirsi continuamente per farsi ricordare.
Da qualche parte, tra i Faraglioni e il tramonto che ogni sera incendia il cielo dell’isola, sembrerà ancora di sentire il suono di quel pianoforte. Non per nostalgia di un passato idealizzato, ma perché certi artisti finiscono per confondersi con i luoghi, con i ricordi e con il tempo che hanno attraversato.
Peppino di Capri apparteneva a quella rara categoria. E per questo, mentre cala il sipario sulla sua vita, la sua musica continua a restare accesa, come una luce lontana sul mare.
Massimo Longo