
Presso il cortile del Secondo Municipio di Bari, si è aperta nei giorni scorsi la terza edizione di “Una Nuova Storia“, una rassegna di teatro civile organizzata da Rosa Ferro della Cooperativa sociale Il Nuovo Fantarca per il Centro di documentazione per la legalità e la nonviolenza “Antonino Caponnetto”. Un appuntamento di grande spessore civile dedicato a figure, come quella di Franco Marcone, che hanno pagato con la vita la loro coerenza.
Prima della rappresentazione teatrale, in una interessante “fuori cornice”, il criminologo Domenico Mortellaro ha offerto alla platea una riflessione lucida e tutt’altro che rassicurante sulle mafie pugliesi, sul loro profilo e sulle trasformazioni in esse in atto; un invito, il suo, a leggere il presente con occhi disincantati, perché la mafia non è solo parte di un immaginario cinematografico o un residuo del passato, è qualcosa che è tra noi, che cambia pelle, muta linguaggio, si adatta ai contesti, occupa gli spazi lasciati vuoti dalle istituzioni e dalle fragilità sociali.
La Puglia, ha ricordato Mortellaro, non conosce un’unica mafia, un unico modello. La mafia della provincia di Foggia, ad esempio, continua a manifestare una criminalità feroce, quasi ancestrale, impermeabile, che non produce collaboratori di giustizia e che insanguina il territorio con una sistematicità inquietante e, tuttavia, proprio quella terra ha saputo generare uno dei simboli più alti dell’antimafia civile: Franco Marcone, vittima innocente di mafia, medaglia d’oro al merito civile.
Diverso, invece, il volto della mafia barese; fluida, capace di adattarsi ai mutamenti sociali, di infiltrarsi nel tessuto economico e nelle professioni, di costruire consenso attraverso il controllo dei bisogni. che alimenta il voto di scambio e offre risposte illegali a problemi che lo Stato fatica a risolvere. Una criminalità che non vive soltanto della forza intimidatrice, ma anche della ricerca di legittimazione sociale; molto spesso convince, sostituisce, seduce, fino a insinuarsi perfino nel linguaggio quotidiano e nei comportamenti collettivi. A Bari, infatti, il boss Savino Parisi è per tutti “Savinuccio”, un vezzeggiativo che accorcia le distanze, laddove il formale “Don” lo avrebbe invece relegato ad uno status “altro”, inavvicinabile. Non è soltanto una questione linguistica, è espressione di una sorta di connivenza mafiogena con modelli culturali borderline, che impediscono una chiara condanna di ciò che “ non deve essere fatto “.
È dentro questa cornice che prende vita “Io sono Franco. Storia di Franco Marcone, un uomo normale“, scritto da Lidia Bucci e interpretato da uno straordinario Franco Ferrante, con il messaggio più forte dell’incontro: la mafia non si combatte soltanto nelle aule dei tribunali, si combatte soprattutto facendo cultura, costruendo comunità, educando al senso critico e alla responsabilità.

RESTITUIRE UMANITÀ ALLA MEMORIA
Se l’incontro con Mortellaro ha offerto gli strumenti per comprendere il fenomeno mafioso, lo spettacolo teatrale ha dato un volto, una voce e un’anima a chi la mafia l’ha contrastata.
Nei panni del direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, l’attore Franco Ferrante evita ogni enfasi retorica. Il suo Marcone non è un santino civile, né un eroe irraggiungibile. È un uomo normale. Un figlio, un padre, un marito, un funzionario dello Stato, un uomo che compie un gesto alla volta, quotidianamente, in casa e fuori casa; Franco Marcone è proprio come suo padre che, un libro alla volta, ha salvato un’intera biblioteca; un lavoratore onesto che ama pescare, che rincasa tardi dal lavoro, che discute con sua figlia dei calzini bianchi in filo di scozia, perché lei li vorrebbe sostituirli con quelli blu, più eleganti; un uomo che osserva i figli crescere quasi senza accorgersene, perché, dice di sé, “sono un funzionario e dunque, devo far funzionare le cose, solo che per questo ci vorrebbe un orologio che segni una giornata di 36 ore, non come quello dell’ufficio, fermo…bisogna riparare anche quello– “ riparare è quasi un vizio di famiglia…
Sono proprio questi frammenti di quotidianità a rendere ancora più drammatica la sua vicenda. Un uomo normale, talmente temuto dalla malavita da essere giustiziato. Amara la considerazione di Ferrante, attraverso la voce di un Marcone ormai morto, sul senso della vita “La vittima della morte è chi resta” e restano i figli, resta il lavoro e la spesa da fare…e nel frattempo il battito della città sembra non cambiare.
L’intensità interpretativa di Ferrante riesce a trasformare una biografia in un’esperienza collettiva. La sua recitazione è misurata, profonda, autentica. Non cerca la commozione facile, la conquista attraverso il dettaglio, perché è nei dettagli che si comprende davvero una vita, anzi è guardandola a ritroso che si comprende come una vita ordinaria in realtà sembra già segnata sin da subito, sembra una promessa di coerenza in quel nomen omen, franco.
Ed ecco che il significato di memoria supera il rituale della commemorazione retorica e sterile. Con il teatro civile, attraverso l’interpretazione di Franco Ferrante, la platea ha attraversato la vita di Franco Marcone, ha vissuto con lui a Foggia, è stata il figlio diligente, il padre amorevole, il direttore onesto, il morto ammazzato, e il pubblico, ampliata la sua esperienza umana, ha compreso che ricordare non significa celebrare il passato, ma assumersi la responsabilità verso il presente.
La rappresentazione ha dato, inoltre, una lezione importante sull’uso, a volte abusato, della parola “eroe”. Definire Marcone un eroe rischia quasi di allontanarlo da noi, di collocarlo in una dimensione eccezionale e irripetibile. In realtà, la sua grandezza risiede esattamente nell’opposto. Franco Marcone non ha compiuto gesti straordinari, ha fatto semplicemente, onestamente, il proprio dovere. Ha firmato personalmente gli atti di sua competenza, ha rifiutato scorciatoie e intermediari, ha considerato ogni irregolarità un danno arrecato all’intera collettività.
È questa la forza dello spettacolo: ricordarci che il coraggio civile non appartiene a pochi eletti, ma può abitare l’ordinarietà di ciascuno di noi. È la lezione più difficile ma anche la più necessaria.
Alla fine, “Io sono Franco. Storia di Franco Marcone, un uomo normale“, non consegna soltanto un ricordo, consegna una responsabilità, sottolineando che le mafie non si sconfiggono aspettando eroi, ma costruendo cittadini: le comunità cambiano quando uomini e donne comuni scelgono, ogni giorno, di fare bene il proprio lavoro.
Vicky Berardinetti
Foto di Michele Sepalone
dal sito Puglia Culture