
Sessant’anni dopo gli esordi, il fatto stesso che i Rolling Stones pubblichino un nuovo album continua a sembrare qualcosa di straordinario. Non perché il rock abbia smesso di produrre dischi, ma perché poche storie artistiche sono riuscite a sfidare il tempo con la stessa ostinazione di Mick Jagger, Keith Richards e Ronnie Wood.
L’uscita di “Foreign Tongues”, venticinquesimo lavoro in studio della band, aggiunge un nuovo capitolo a una vicenda che da tempo ha superato i confini della musica. Gli Stones sono diventati un pezzo di immaginario collettivo, un riferimento capace di attraversare generazioni diverse senza perdere il proprio fascino.
La presentazione del disco a Londra è stata all’altezza della loro leggenda. Nel cielo della città è ricomparsa la celebre lingua rossa, disegnata da centinaia di droni, quasi a ricordare che certi simboli appartengono ormai alla cultura popolare mondiale. Eppure, dietro la spettacolarità dell’evento, il dato più sorprendente resta un altro: questi signori che hanno superato gli ottant’anni continuano a progettare tour, registrare canzoni e immaginare il futuro.
“Foreign Tongues” nasce in un periodo di intensa creatività e porta con sé molte delle caratteristiche che hanno reso riconoscibile il suono della band. Affiorano il blues delle origini, il rock viscerale che li ha resi celebri e quella capacità, mai smarrita, di mescolare tradizione e curiosità. Non è un disco che guarda esclusivamente nello specchietto retrovisore. Al contrario, conserva il gusto della ricerca e dell’incontro.
Non è un caso che tra gli ospiti figurino musicisti provenienti da mondi diversi. Paul McCartney, Steve Winwood, Robert Smith dei Cure, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers. Nomi che raccontano non soltanto amicizie e collaborazioni, ma anche il rispetto che il resto della musica continua a nutrire per questa band.
Particolarmente significativo è il tributo ad Amy Winehouse, una delle voci più intense e fragili della musica britannica contemporanea. Un ponte ideale tra generazioni lontane, unite dalla stessa passione per il rhythm and blues e per quella capacità di trasformare le ferite in arte.
Poi c’è Charlie Watts. In fondo, ogni nuovo progetto degli Stones finisce inevitabilmente per riportare il pensiero a lui. Alcune registrazioni effettuate prima della sua scomparsa trovano spazio nel disco e regalano l’impressione che il suo battito continui ancora ad accompagnare il viaggio della band. Watts non era l’uomo delle copertine o delle provocazioni. Era il motore silenzioso di una macchina perfetta. Riascoltarlo oggi produce una sensazione difficile da descrivere: malinconia e gratitudine nello stesso istante.
Forse il fascino dei Rolling Stones risiede proprio nella loro naturalezza. Non cercano di apparire eternamente giovani. Non rincorrono mode. Non tentano di dimostrare nulla. Continuano semplicemente a fare musica perché è ciò che hanno sempre fatto e perché, evidentemente, non hanno smesso di amarla.
In un celebre verso Bob Dylan scriveva che chi non è impegnato a nascere è impegnato a morire. Gli Stones sembrano aver fatto propria questa lezione. Continuano a muoversi, a creare, a rischiare. Non per inseguire l’immortalità, ma per restare fedeli a quella scintilla che li accese all’inizio degli anni Sessanta.
Per questo “Foreign Tongues” è molto più di un nuovo album. È l’ennesima dimostrazione che il rock, quando incontra il talento, la passione e una buona dose di incoscienza, può diventare qualcosa di raro: una storia che continua a sorprendere anche quando sembra aver già raccontato tutto.
Massimo Longo