
Ci sono cuori che continuano a battere anche dopo che si sono fermati. Anime che erano scrigno e che poi diventano fermento. Idee che camminano con scarpe diverse ma col medesimo passo. Passioni che vengono raccolte, custodite, alimentate.
Di lume e di candela – tre modelle per Caravaggio, che ha aperto la XXIII edizione del Ritratti Festival a Monopoli, è una promessa onorata, un testimone raccolto, la realizzazione di un sogno. Celebra il dolore di un’assenza e nello stesso tempo mostra la forza di una presenza.
Nicola Pedone, voce di Radiotre e raffinato musicologo, scomparso di recente, con quest’opera ha costruito una complessa e pregevole architettura, partendo da un’idea di Francesca Simone, e l’ha rifinita, cesellata, miniata fin quasi all’ultimo dei suoi giorni. Terminata nell’agosto del 2025, poco prima della sua scomparsa, è stata portata in scena grazie ad un progetto corale di familiari, amici, artisti, tutti consapevoli di avere tra le mani un piccolo gioiello che definire reading musicale è alquanto riduttivo (per la memoria dell’autore, ma soprattutto per la misura della grazia e della bellezza che dal palco giungono fino alla platea).
La traccia disegnata da Pedone è stata affidata a Carlo Bruni, che è riuscito a tenere insieme le tante anime di quest’opera, in un magistrale equilibrio tra il rispetto dell’idea originale e la sua indiscussa creatività, condividendo e assumendo un sentire delicato e profondo, e portando in scena un’esperienza in cui nulla è lasciato al caso.
Non una nota, non un gesto, non un’immagine che non abbia un senso. Nulla potrebbe essere altrove, tutto ha una precisa ragione e collocazione.
Una sinfonia alla quale partecipano con la stessa dignità e con la stessa “necessità” la musica, il racconto, il buio, la luce, i colori di un abito (sgranati sullo schermo a fare da sfondo) e uno scialle giallo indossato e poi abbandonato su un leggio.

È la storia di tre donne, ritratte nei quadri più famosi di Caravaggio, esposte nelle chiese di una Roma che (a cavallo tra il ‘500 e il ‘600) si apre al barocco, innalza basiliche e si arricchisce di opere di una bellezza assoluta e irripetibile. Va detto peraltro che a tale bellezza noi siamo in qualche modo assuefatti, e il fatto che ne siamo circondati ci fa perdere in qualche modo la consapevolezza della sua straordinarietà. Questa serata ha, tra gli “effetti collaterali”, il pregio di ricordarcela.
In questo scenario si muove l’anima inquieta di Michelangelo Merisi, che usa come modelle donne di lume e di candela. I loro volti e i corpi assurgono così agli onori degli altari nei ritratti esposti nei templi della cristianità, e rivestono le pareti dei salotti dei nobili del tempo. Anna Bianchini (Annuccia), Fillide Melandroni, Maddalena Antognetti (Lena), prostitute che vestono i panni di sante e di Madonne, icone di sacralità senza però perdere quella carnalità che le rende vive e palpitanti. Dalla strada agli altari, anche se solo sulla tela. Sognano una vita diversa, coltivano il desiderio di un fugace riscatto, forse sorridono per l’impudenza di quel cupo pittore che le trasforma in Madonne “tirate giù dal Cielo”, mostrate a capo scoperto e con i piedi scalzi e gonfi.

Madri sull’uscio di casa, spose stanche, corpi inerti e indecenti che portano su di sé i segni della vita e della morte, della rassegnazione e della violenza, del martirio e dello sfruttamento. Maria, madre di Gesù, e poi Maddalena, Marta, Caterina, e infine Giuditta. In tutte, una vita che pulsa, un dolore che attraversa, un andare dolente, uno sguardo disperato.
Donne e madonne di allora e di oggi, dipinte dal tocco geniale del Merisi o filmate nelle immagini curate da Lorenzo Susca che mostra nuovi occhi, nuove stanchezze e nuove disperazioni nelle madri che tengono in braccio o per mano i loro figli. La stessa stanchezza e disperazione che attraversa i secoli e i corpi, che le abita ora come allora.
Donne in fuga come la famiglia di Nazareth, ma senza la guida dell’angelo o la promessa della salvezza.
Non sono poi così distanti, allora, Annuccia, ritratta come Maddalena dal capo chino con le braccia che cingono il vuoto, e la madre fotografata mentre piange il figlio morto o affamato.
In Caravaggio la luce squarcia il buio, la vita irrompe, pulsa nel desiderio di riscatto di Annuccia, Fillide e Lena, ma nessuna di loro vedrà diventare grigi i propri capelli. Roma si vestirà di arte e di bellezza, ma di notte la vita nei tuguri, nelle osterie e nelle strade buie continuerà a valere meno di niente. Lo stesso artista, che celebriamo come genio, vivrà uno stretto legame con la violenza e la morte.

Di lume e di candela è un’opera che ha una doppia prospettiva, teatrale e musicale, visiva e sonora. La parola domina, ma è avvolta dal colore dei quadri proiettati sullo sfondo e dalla musica che è coprotagonista del racconto. Sulle tinte forti aleggiano come inaspettato balsamo brani di Stradella e di Monteverdi, che aprono al barocco e che convivono con la viola inquieta di Vittorio Ghielmi, che dona un linguaggio nuovo ad uno strumento antico, aprendo lo spettacolo sulle immagini delle donne transfughe.
La voce del soprano Paola Leoci tratteggia con grazia ed eleganza atmosfere struggenti e potenti (dal Cantico dei Cantici, all’aria dell’oratorio “San Giovanni Battista” di Stradella, al Prologo nell’Orfeo di Monteverdi) con una levità che sospende per qualche minuto il racconto ruvido e vivido. Le note si fondono con immagini che nei colori ricordano la “Notte stellata” di Van Gogh, e che scopriremo essere invece un particolare dell’abito di Fillide, una santa Caterina ritratta in vesti eleganti, vittoriosa dopo il martirio citato solo attraverso i suoi simboli.

In questo gioco di contrasti, protagonista è infine lo squarcio di una luce che (come nei dipinti caravaggeschi) non si sa da dove viene, che si insinua solo per poco, purtroppo, nella vita di queste donne che cercano un riscatto, che sognano mentre strappano a morsi un’esistenza stentata e dura.
Non una luce chiara, che avvolge tutte le cose e le illumina portando una speranza finale e redentrice. Piuttosto il fendente di una spada, il taglio in una tela, un frammento di bellezza strappato con forza ostinata all’oscurità. (La violenza e la deformità dei volti di Giuditta e Oloferne del Caravaggio, contrapposte alla leggerezza dell’omonimo dipinto del Giorgione dicono proprio questa differenza di visione e prospettiva).

Nella penombra del palco Silvia Grasso al violino, Gaetano Simone e Maddalena Licinio alla viola da gamba, Pierluigi Ostuni alla tiorba. Davanti alla platea la fisarmonica di Victor Nedvyha.
Caravaggio resta un po’ sullo sfondo, pur essendo costantemente evocato e celebrato. È protagonista, ma quasi si fa da parte per lasciare spazio alle sue modelle.
Nunzia Antonino dà loro voce e vita, dice dei loro corpi usati, venduti come se non ci fosse un altro modo per vivere. Come sempre assume su di sè i personaggi che racconta, con passione e rigore, dona corpo alle loro identità rimaste nell’ombra, secondo lo spirito di questo Festival dedicato alla creatività femminile, dove si assume come senso ultimo che “è verità il nome”.

Antonia Valente, direttrice artistica, racconta di questo desiderio di essere spazio e grembo per un progetto che, mettendo insieme persone ed esperienze diverse, sia spazio condiviso luogo in cui la bellezza ammanta di Vita la vita.
Di lume e di candela, anteprima di una rassegna piena di appuntamenti davvero interessanti, è un’occasione di riflessione, un’esperienza immersiva, una sinfonia che fonde in sè anime e sentimenti diversi, e tutto riesce a riassumere, a ricapitolare, a sublimare. Siamo perciò grati non solo a Nicola Pedone, ma anche a chi ha creduto e voluto e realizzato questo progetto prezioso, che tocca gli occhi e il cuore, che insegna a guardare oltre la superficie, che con infinita cura e passione cerca il senso e il nome delle cose nascoste.
Gli auguriamo lunga vita, con tutto il cuore.
Imma Covino
Foto dalla pagina Facebook del Festival