Ankara, il vertice delle facce tese: quando il leader del mondo libero incontra la sua ex migliore alleata europea

Ad Ankara, tra dossier sull’Ucraina, percentuali di Pil da destinare alla difesa, missili, droni e nuove geometrie geopolitiche, c’è una fotografia che tutti aspettano e che nessuno può ancora sviluppare. Quella dell’incontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni. Si saluteranno? Si ignoreranno? Si stringeranno la mano con il trasporto di due condomini costretti a condividere l’ascensore dopo una lite? Oppure, come nelle migliori tradizioni della politica contemporanea, finirà tutto in un selfie, l’unità di misura con cui il XXI secolo ha sostituito i trattati internazionali? Il problema è che stavolta non siamo davanti a una semplice divergenza diplomatica. C’è qualcosa di più profondo e, per certi aspetti, anche di più grottesco. Per mesi Giorgia Meloni è stata raccontata come la leader europea più vicina al trumpismo internazionale. Una sorta di ponte tra Roma e Washington, tra Palazzo Chigi e Mar-a-Lago, tra il conservatorismo europeo e il ciclone permanente della politica americana.
Poi però è accaduto ciò che molti avevano previsto e che pochi avevano avuto il coraggio di dire: Donald Trump è fedele soprattutto a Donald Trump. Una scoperta che, a ben vedere, non avrebbe dovuto sorprendere nessuno. È come stupirsi che il Vesuvio ogni tanto erutti o che il mare faccia le onde.

La storia politica americana è piena di presidenti che hanno litigato con gli alleati. Ma Trump appartiene a una categoria diversa. Non è Roosevelt che costruisce alleanze. Non è Eisenhower che consolida il blocco occidentale. Non è neppure Reagan che, pur durissimo con Mosca, sapeva distinguere un avversario da un alleato. Trump è l’uomo che riesce a trasformare ogni tavolo diplomatico in una puntata di reality show. A volte, più che il presidente degli Stati Uniti, sembra interpretare il ruolo dell’Onnipotente in libera uscita. Nella sua rappresentazione del mondo non esistono limiti. Può annunciare la fine di una guerra, minacciare di iniziarne un’altra, bombardare, mediare, sanzionare, assolvere, condannare e presentarsi, nel giro di poche ore, come il solo uomo capace di salvare il pianeta dai propri errori. Si muove sulla scena internazionale come se la geopolitica fosse una gigantesca plancia di comando personale.
Perfino le tragedie più drammatiche sembrano talvolta passare attraverso una visione da immobiliarista globale. Territori devastati da guerre e sofferenze vengono evocati quasi come occasioni di rilancio urbanistico, come se bastasse il rendering di un architetto per cancellare macerie, lutti e memoria storica. È la geopolitica raccontata come un catalogo di investimenti, una specie di villaggio turistico planetario dove tutto può essere demolito, ricostruito, acquistato e rivenduto.

Ecco perché ad Ankara non arriverà soltanto il presidente americano. Arriverà soprattutto il personaggio Trump. L’uomo che ama presentarsi come arbitro, giudice, costruttore, demolitore e salvatore nello stesso momento. E chissà se Giorgia Meloni, quando se lo troverà davanti, vedrà il vecchio alleato politico, il riferimento di una parte del conservatorismo occidentale o semplicemente un leader che sembra considerare il pianeta una grande scacchiera sulla quale gli altri sono pedine. E così oggi la presidente del Consiglio italiana si ritrova nella posizione più scomoda possibile: quella della vittima che però non può dichiararsi completamente innocente.
Perché è vero che gli attacchi ricevuti sono stati spesso sopra le righe, talvolta intrisi di quel maschilismo da rodemediatico che accompagna molte uscite del presidente americano. Ed è giusto riconoscere che, in questa vicenda, Meloni abbia subito colpi che sarebbero stati inaccettabili nei confronti di qualsiasi altro leader europeo.
Ma esiste anche un “però”. Per anni una parte della destra europea ha guardato a Trump come a una sorta di imperatore benevolo dell’Occidente conservatore. Molti hanno immaginato rapporti privilegiati, corsie preferenziali, affinità ideologiche destinate a trasformarsi in vantaggi politici permanenti. Oggi scoprono che Trump non distribuisce fedeltà. Distribuisce convenienze. E quando la convenienza cambia, cambia anche il tono della conversazione.

Ad Ankara si parlerà di NATO, ma in realtà il convitato di pietra sarà proprio il futuro dell’Alleanza Atlantica. Quanto può reggere una NATO nella quale Washington continua a chiedere più soldi agli europei e gli europei continuano a promettere che prima o poi quei soldi arriveranno? Trump arriva al vertice come un creditore che bussa alla porta dopo anni di rate non pagate. Gli europei, invece, assomigliano a studenti che giurano di aver studiato tutto il programma sperando che il professore non li interroghi proprio quel giorno.
In questo scenario l’Italia recita una parte delicata. Da una parte deve confermare la propria collocazione atlantica. Dall’altra non può permettersi di apparire come la succursale mediterranea di Washington. È il vecchio dilemma della politica italiana: essere alleati senza sembrare vassalli.

Un dilemma che attraversa la nostra storia repubblicana dai tempi del Piano Marshall e della Guerra Fredda, passando per Sigonella e arrivando fino alle crisi contemporanee. E allora eccoci qui, ad attendere una fotografia. Magari ci sarà una stretta di mano. Magari un sorriso tirato. Magari un selfie pacificatore. Se dovesse accadere, gli uffici stampa parleranno di “clima costruttivo”. I diplomatici di “dialogo franco”. I giornali di “disgelo”. Ma sarebbe difficile non sorridere pensando che due leader che fino a ieri si lanciavano frecciate a distanza possano improvvisamente ritrovarsi abbracciati davanti agli obiettivi. Del resto la politica internazionale è sempre stata un teatro. Solo che una volta si recitava Shakespeare. Oggi, troppo spesso, sembra di assistere a una puntata globale di “Uomini e Donne” con testate nucleari sullo sfondo.

E mentre il mondo aspetta di capire se in Ucraina si avvicini una tregua o se la NATO trovi una nuova ragion d’essere, milioni di persone restano con gli occhi puntati sulla scena più piccola e più umana di tutte: due leader che forse si parleranno, forse si ignoreranno, forse sorrideranno. O forse, semplicemente, faranno finta di non essersi mai conosciuti.
C’è poi un’altra lezione che la storia continua ostinatamente a impartire e che, altrettanto ostinatamente, il potere continua a ignorare. È la tentazione dell’uomo della Provvidenza, del leader convinto che il proprio destino coincida con quello della nazione, dell’alleanza o addirittura del mondo intero.

Ogni epoca ha avuto i suoi interpreti di questa rappresentazione. Figure diversissime tra loro, accomunate però dall’idea di essere chiamate dalla Storia a risolvere problemi che nessun altro sarebbe stato in grado di affrontare. È una sindrome antica quanto il potere stesso: l’illusione che senza di sé il mondo si fermi, che senza la propria guida gli eventi precipitino nel caos.
Anche l’Italia ne sa qualcosa. La nostra storia ha conosciuto stagioni nelle quali qualcuno si è presentato come l’Uomo della Provvidenza, il capo destinato a incarnare il destino della nazione. La Storia, col tempo, ha quasi sempre provveduto a ridimensionare queste pretese. Perché il potere ama gli specchi, ma la realtà prima o poi presenta il conto.

Osservando Trump, talvolta, si ha l’impressione di assistere a una versione contemporanea di quella tentazione. Non più il condottiero a cavallo o il tribuno affacciato dal balcone, ma il leader globale che comunica attraverso social, televisioni e conferenze stampa, convinto di poter decidere il destino di guerre, economie e continenti con la stessa naturalezza con cui pubblica un messaggio online.

La storia, però, è sempre stata più forte degli uomini che pretendevano di dominarla. E quasi sempre ha finito per ridimensionare anche coloro che si ritenevano indispensabili. In fondo, a ben guardare, Ankara potrebbe offrire una lezione che va ben oltre Trump e Meloni. Una lezione che la storia della diplomazia ripete da secoli e che Henry Kissinger sintetizzò con il suo consueto realismo: gli Stati non hanno amici permanenti, hanno interessi permanenti.

È una verità poco romantica, ma terribilmente efficace. Le alleanze nascono, si rafforzano, si incrinano e talvolta si ricompongono non per simpatia personale, non per affinità ideologica e neppure per una fotografia ben riuscita. Nascono perché convengono.
Per questo, al netto delle battute, degli sgarbi, delle frecciate e degli eventuali selfie riparatori, il vero protagonista del vertice non sarà né Trump né Meloni. Sarà il freddo calcolo degli interessi nazionali e strategici. Tutto il resto appartiene alla scenografia. E la scenografia, si sa, può cambiare da un giorno all’altro. Gli interessi, invece, restano sul palco molto più a lungo degli attori che li interpretano.

E forse è proprio qui che si nasconde l’ultima ironia della vicenda. Per anni molti hanno raccontato la relazione tra Meloni e Trump come una speciale sintonia politica, quasi una corsia preferenziale tra Roma e Washington. Oggi scopriamo che la politica internazionale assomiglia molto meno a una storia d’amicizia e molto più a un contratto a tempo determinato. Quando conviene si rinnova, quando non conviene si rescinde senza troppi sentimentalismi.
A quel punto torna inevitabilmente alla mente una delle più celebri battute attribuite a Giulio Andreotti: «Il potere logora chi non ce l’ha». Ma osservando ciò che accade tra Ankara, Washington e Roma, verrebbe quasi da aggiungere che talvolta logora anche chi crede di aver trovato un amico nella politica internazionale. Perché nelle cancellerie del mondo gli amici passano, gli interessi restano. E spesso restano molto più a lungo delle fotografie, dei selfie e delle promesse pronunciate davanti ai microfoni.

Cadetto di Guascogna

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