‘Accents’: il suono delle differenze, l’armonia dell’incontro. Paquito D’Rivera, Jaques Morelenbaum, Vana Gierig, Giuseppe Bassi, Marcello Pellitteri e Vinicius Barros illuminano la rassegna Extra della Fondazione Petruzzelli di Bari

Da sempre si sottolinea il potere comunicativo della musica. Celebre, a tal proposito, l’affermazione di Henry Wadsworth Longfellow: «La musica è il linguaggio universale dell’umanità». Un’idea che ha trovato una conferma concreta e armoniosa in Accents, il concerto andato in scena al Teatro Petruzzelli di Bari. Un titolo essenziale ma densissimo di significato: gli accents non sono soltanto quelli del linguaggio musicale, ma anche quelli della voce, dell’identità, della memoria e della provenienza. Il merito di questo progetto è aver mostrato come la diversità — geografica, linguistica, culturale e musicale— non sia un ostacolo alla comunicazione, bensì la condizione stessa di un dialogo autentico.

Sul palco si sono incontrate personalità di assoluto rilievo della scena internazionale: Paquito D’Rivera, clarinettista cubano, vera leggenda vivente del jazz contemporaneo, vincitore di 18 Grammy e Latin Grammy e primo artista a ottenere riconoscimenti sia in ambito classico sia nel latin jazz; Jaques Morelenbaum, nato a Rio de Janeiro, violoncellista e compositore vincitore di un Grammy e tre Latin Grammy; Vana Gierig, pianista tedesco formatosi a Boston e residente a New York, definito “fenomeno del pianoforte” dal Keyboard Magazine; il barese Giuseppe Bassi, contrabbassista, compositore e documentarista di fama internazionale (protagonista di altre due serate al Petruzzelli, quella del 2 e dell’8 luglio con Ute Lemper); il batterista palermitano Marcello Pellitteri, docente al Berklee College of Music e il percussionista brasiliano Vinicius Barros.

Il progetto giunto a Bari dopo le tappe di Monaco e Vienna, è stato ideato e guidato da Vana Gierig, autentico collante del gruppo e anche abile comunicatore: ha trasmesso infatti la propria visione artistica attraverso la musica e prima ancora attraverso la parola, rivolgendosi al pubblico in un italiano quasi perfetto – una delle otto lingue che padroneggia. La straordinarietà della serata non è dipesa soltanto dal prestigio dei nomi, ma dalla qualità del dialogo tra artisti che appartengono a mondi diversi e che, proprio per questo, sono riusciti a creare un lessico comune dinamico e profondo. Non una semplice giustapposizione di eccellenze, ma una vera conversazione musicale tra maestri.

L’universo sonoro di Accents si è costruito attraverso continue contaminazioni. La melodia cubana, con il suo fraseggio sinuoso e inconfondibile, si intrecciava con la pulsazione poliritmica brasiliana; il lirismo italiano emergeva in linee melodiche ampie e cantabili, mentre lo spirito del jazz — soprattutto quello newyorkese, sofisticato, nervoso e libero — attraversava l’intera struttura improvvisativa. In alcuni brani aleggiava la presenza della musica classica europea, non come repertorio da conservare intatto, ma come materiale vivo da trasformare.

Le composizioni di Vana Gierig sono state il principale laboratorio di questa poetica. Making Memories è stato introdotto dallo stesso autore con una riflessione sul valore del ricordo: viviamo sempre meno ciò che accade e sempre più ciò che ricordiamo; per questo è essenziale costruire ricordi che meritino di restare. Il brano, aperto da un’intima introduzione pianistica accompagnata dalla voce dello stesso autore, ha confermato il suo ruolo di protagonista assoluto della serata: ha dato prova di una creatività improvvisativa impressionante fatta di progressioni virtuosistiche, cluster, glissandi, espansioni armoniche e rarefazioni liriche. In A New Day, invece, prevaleva una tensione luminosa e liberatoria: la scrittura si apriva a dialoghi serrati tra pianoforte e contrabbasso, mettendo in risalto la solidità musicale di Giuseppe Bassi, impeccabile per intonazione, senso ritmico e profondità armonica. Molto interessante anche l’intervento ritmico di Barros e Pellitteri, capaci di creare un tessuto sonoro dinamico e ricco di sfumature anche con un semplice tamburello. Nella seconda parte The Celebration, definito dallo stesso Gierig un brano “cinematografico”, sintetizzava perfettamente la natura transnazionale del concerto. L’apertura evocava paesaggi sonori che richiamavano Ennio Morricone, per poi slittare verso una pulsazione brasiliana più marcata, in un continuo slalom tra memoria melodica europea e vitalità ritmica sudamericana.

Straordinario è stato poi l’apporto di Paquito D’Rivera, non solo per le sue qualità eccezionali (suono caldo, fraseggio morbido, virtuosismo tecnico mai esibito), ma anche per la sua intelligenza musicale e teatrale, emersa soprattutto nella seconda parte. Non si è limitato ad interpretare magistralmente brani di altri autori (come Sambou Sambou del brasiliano João Donato) ma ha proposto una sua versione blues del celebre Adagio dal Concerto per clarinetto, K622 di Mozart e del Preludio n. 2 dal Clavicembalo ben temperato di Bach (Bachrinets) eseguita al sassofono. Ha dimostrato così che la tradizione classica può dialogare con il jazz, il blues e la musica latinoamericana senza perdere identità, anzi arricchendosi.

Anche Morelenbaum ha offerto il suo contributo a questa conversazione di “accenti” musicali con la sua Aria libera, scritta per il cinema. Qui il violoncellista ha proposto una sonorità asciutta, poco vibrata, accompagnata da arcate brevi e spezzate realizzate con un arco barocco che produceva sonorità lontane dall’abbandono lirico tradizionalmente associato al violoncello.

Infine, il pubblico stesso è stato protagonista di due momenti della seconda parte: questa si è aperta con il coinvolgimento della platea nella costruzione ritmica del primo brano Gatinha Sabidinha (“Gattina saggia”): il battito delle mani, inizialmente semplice gesto partecipativo, si è trasformato in materia musicale condivisa, all’interno della quale si è poi inserita a sorpresa una straordinaria ballerina di tip tap. Memorabile poi il gioco di Paquito D’Rivera con il pubblico dedicato a Wolfgang Amadeus Mozart: bastavano poche note di celebri incipit da lui eseguite al clarinetto— tra cui la celebre Eine kleine Nachtmusik — perché la sala proseguisse canticchiando in un botta e risposta con il musicista. Anche le ultime parole di Vana Gierig sono state dedicate proprio al pubblico, composto da spettatori provenienti dagli Stati Uniti, dal Sudamerica, dall’Europa e dal Giappone (a seguito del progetto guidato da Giuseppe Bassi a sostegno delle comunità colpite dal disastro nucleare di Fukushima).

Accents quindi non è stata solo una dichiarazione artistica ma anche etica, come confermato dal bis finale, entusiasticamente richiesto dal pubblico. È stato infatti proposto il suggestivo Healing in Foreign Lands, dedicato ai volontari che portano aiuto lontano dal proprio paese.

Il pubblico ha lasciato la sala con una consapevolezza precisa: in un’epoca in cui le differenze vengono spesso percepite come fattori di divisione, esse possono diventare, grazie alla musica, una risorsa di ascolto e incontro, uno spazio condiviso di relazione, del quale anche gli spettatori diventano parte integrante.

Camilla Zonno

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