
“Artisti come David Byrne, David Bowie, Laurie Anderson, non si limitano a usare delle formule, ma hanno sempre cercato di innovare il linguaggio musicale che utilizzano.” [Philip Glass]
“Tu hai dei pensieri precisi, delle idee che riesci a realizzare. E meravigli la gente con queste idee. E loro dicono una parola enorme: dicono “Artista”. E hanno ragione! David Byrne è un Artista!” [dal film ‘This must be the place’ di Paolo Sorrentino]
“Nel mondo di oggi, molti confondono le virtù con i peccati, capovolgendo i veri valori; io ogni anno mi trovo sempre meglio nella mia pelle: sicuramente da morto sarò perfetto!” [David Byrne]

C’è vita sugli altri pianeti? È possibile che vi siano, da qualche parte nell’universo, forme di vita talmente intelligenti e progredite da essere riuscite, utilizzando al massimo le potenzialità della proprie menti (parlanti), a giungere sino a noi, poveri abitanti della Terra, per indottrinarci, tentando di spiegarci quale orrendo scempio stiamo compiendo del nostro pianeta? Questa incalzante quanto annosa domanda, che ha irrimediabilmente conquistato la mia cervice nel momento esatto in cui ho fatto ingresso nella Arena della Fiera del Levante per l’inaugurazione della tranche barese degli eventi dello strabiliante Locus Festival 2026 e, guardando verso il palco, ho potuto notare che sul megaschermo veniva riprodotto il suolo lunare, ha poco dopo definitivamente trovato la sua affermativa risposta, altrimenti non riuscirei davvero a spiegarmi la provenienza di quello stranissimo tizio, apparso dal nulla con indosso la sua tutina da lavoro assieme ai suoi fantastici discepoli, che per il suo soggiorno in questa particella dell’Universo si è scelto il nomignolo di David Byrne, casualmente lo stesso nome e le stesse iniziali dell’altro uomo caduto sulla Terra – stavolta reo confesso – che risponde (scritto al presente, perchè gli dei non muoiono mai) al nome di David Bowie. Ed anche ammesso (e non concesso) che si possa scartare la possibilità dell’alieno, resta inconfutabile il fatto che ci troviamo di fronte ad un genio totale, di assoluto e incontrastato valore, un artista che, forse come nessun altro, ha saputo attraversare le stagioni e i generi musicali con il passo lieve e deciso delle guide, lasciando tracce incancellabili di un passaggio che potesse indicare la via a intere generazioni di musici viandanti.

Da quando, nel lontano 1977, l’allora venticinquenne David, nato in Scozia ma emigrato da piccolo nella Grande Mela, irruppe sulla scena musicale newyorchese a capo dei mitici Talking Heads, ha affrontato ogni prova al pari di una scommessa, una prova, un salto nel vuoto: nella sua strabiliante carriera ha realizzato straordinari album, pietre miliari di imprescindibile valore, tanto (e soprattutto) con il gruppo quanto a proprio nome, girato visionarie regie cinematografiche (come “True Stories” del 1986), composto splendide colonne sonore, vincendo anche un Oscar in coppia con il mai abbastanza compianto Ryūichi Sakamoto per “L’ultimo imperatore” di Bernardo Bertolucci, fondato un’etichetta discografica (“Luaka Bop”) per assecondare la sua voglia di villaggio musicale globale (avrebbe voluto che incidesse per lui anche Fabrizio De Andrè, di cui si è sempre detto viscerale fan), pubblicato libri di racconti e di fotografie, e, last but not least, portato in giro per il mondo spettacoli di indicibile bellezza e complessità, sempre pregni di messaggi nient’affatto subliminali, atti a spingere gli adoranti sostenitori ad una presa di coscienza chiara, partigiana, definitiva.

Anche questo nuovo tour mondiale, con non poche date italiane partite proprio da Bari per scelta delle belli menti di Bass Culture, è una nuova, esaltante sfida cui nessun essere umano dovrebbe mai nemmeno pensare di sottrarsi; ideologicamente figlio di quel capolavoro assoluto che è stato lo show “An America Utopia” (recuperatelo sulle piattaforme, se ancora vi volete un po’ di bene), ne raccoglie appieno l’eredità, innanzitutto per quella straordinaria idea di non ‘sporcare’ il palcoscenico con la presenza in pianta stabile di un solo strumento musicale che sia uno, tutti invece trasportati a braccio dai fantastici musicisti/vocalisti/ballerini, realizzando una sublime ininterrotta coreografia collettiva in cui anche il leader si immerge confondendosi al team, ma anche e soprattutto per quella magnifica interminabile invettiva che non riguarda più solo la nazione che lo ospita, deturpata dalla peggiore classe dirigente di sempre, ma la Terra tutta, a sua volta violentata, sfigurata, sfregiata e devastata da tutti noi. E l’assurdo – se vi fermate a rifletterci anche un solo istante – è che Byrne potrebbe benissimo fare a meno di gettarsi in queste prove titaniche ed affrontare interminabili tour esclusivamente attingendo a piene mani dal suo sterminato preziosissimo repertorio, magari con un gruppo di spalla, il minimo sindacale richiesto, e furoreggiare nelle piazze del mondo intero, godendosi una meritata ‘pensione di pensiero’ che lo estranei dalla lotta e lo ripari dalle fatiche di uno spettacolo di tal guisa. Non lui. Non David.

Quando, dopo aver aperto il concerto sulle magnifiche note di Heaven, inarrivabile capolavoro dei Talking Head, dice, mentre sullo schermo appare il globo terrestre, “Ecco il nostro Paradiso!”, ci è già tutto sin troppo chiaro, ma nessuno osa immaginare l’acutissimo capolavoro a cui stiamo per assistere: da quel momento in poi sarà tutto un improcrastinabile invito alla cura del nostro vecchio pianeta, non solo dal punto di vista ambientale, ma, forse anche di più, riguardo la necessità di tornare a combattere per i nostri valori, riscoprendo vecchie ma mai abbandonate tematiche sociali che ci eravamo illusi la pandemia avesse riportato in auge (mentre sappiamo bene tutte e tutti com’è andata a finire). Tutto è legato e scorre fluido come un fiume in piena, senza gradi di separazione, senza soluzione di continuità; ogni gesto, ogni immagine (comprese le foto delle spiagge baresi e del nostro Castello), ogni parola, ogni nota, sono magnificamente incastonati in un mosaico perfetto, in un puzzle che assume significato ad ogni pezzo saggiamente e scrupolosamente inserito in scaletta, in cui, ça va sans dire, la parte dei padroni la fanno i capolavori dello storico gruppo che fa sobbalzare i cuori ad ogni (mai confermata) voce di reunion, tra cui David recupera And she was, Houses in motion, (Nothing but) Flowers, Slippery people, Life during wartime, le mitiche This must be the place, Once in a lifetime, sino al ritorno della – troppo a lungo assente – mitica Psycho Killer; pur nella acclarata improponibilità di confronto, nel complesso generale non sfigurano le canzoni composte da solista, alcune delle quali naturalmente tratte dall’ultimo interessante album “Who is the sky?”, tra cui degne di nota appaiono Everybody Laughs, Strange Overtones, composta con quell’altro geniaccio di Brian Eno, T Shirt, durante la quale appaiono gigantesche scritte tra cui le applauditissime ‘Make America Gay Again’ e una locale ‘I Love Bari’, My apartment is my friend, Hard Times, rubata ai Paramore, e la affascinante Everybody’s coming to my house, eseguita un attimo prima che la psichedelica Burning down the house ci mandi tutti a dormire, tutti visibilmente felici.

E chi non c’era, magari attratto da qualche altro evento di questa neonata ma già pulsante estate musicale, probabilmente mai così calda e fremente alle nostre latitudini, si batta il petto all’infinito per aver rinunciato ad un appuntamento strabiliante, assolutamente perfetto, unico e, crediamo, irripetibile. Tutto, Signore e Signori, tutto è stato un grandissimo godere nell’animo e nel corpo (ché anche quello aveva la sua parte, vi assicuriamo!), una performance (a cui, per degli incontentabili come noi, è mancata – e tanto – Road to nowhere, ma tant’è!) in cui pubblico ed artisti si sono fusi a formare un’entità indivisa ed inscindibile, finalmente tornata ad essere primordialmente libera. E tutto grazie ad un geniale, meraviglioso, impareggiabile Artista che – da visitatore sulla Terra – si fa chiamare David Byrne.
Pasquale Attolico
Foto di Gemma Viti, Giuseppe Battista
e dalla pagina Facebook del Locus