Tra nostalgia, riverberi e inni generazionali, il Medimex 2026 parla ancora britannico (e lo fa superbamente)

Ci sono festival che ogni anno provano a stupire con il nome a effetto, con la reunion improbabile o con la line-up costruita per inseguire l’algoritmo del momento. E poi c’è il Medimex, che da tempo ha scelto una strada diversa: puntare sulla storia, sul peso specifico degli artisti e sulla capacità della musica di creare connessioni reali. Anche quest’anno Taranto, affacciata sul suo mare e avvolta dalla calura di giugno, è tornata a essere uno dei centri nevralgici della musica dal vivo italiana.

L’edizione 2026 ha parlato soprattutto con accento britannico. Pet Shop Boys, Slowdive e Suede rappresentano tre modi differenti di intendere il pop e il rock inglese, ma hanno in comune una caratteristica fondamentale: le loro canzoni hanno attraversato i decenni senza perdere significato.

Pet Shop Boys: una messa elettronica sul mare

Sabato sera la Rotonda sul Lungomare è già piena molto prima dell’inizio dei concerti. Basta guardarsi attorno per capire che non si tratta del classico pubblico da festival: ci sono fan storici, famiglie, cinquantenni cresciuti con MTV, ragazzi curiosi e irriducibili della synth-pop generation. I Pet Shop Boys in Italia continuano a essere amatissimi e l’attesa è palpabile.

Ad aprire la serata ci pensano gli Agents of Time. Il trio italiano mette in scena un set elettronico efficace e ballabile, anche se, personalmente, alcune soluzioni sonore mi sono sembrate un po’ figlie di un’estetica EDM ormai datata. Quell’elettronica da festival che profuma parecchio di primi anni Dieci. Nulla di rivoluzionario, ma il pubblico si diverte e, in fondo, è ciò che conta.

L’attesa per i Pet Shop Boys si prolunga più del previsto. La ragione è semplice: la scenografia è gigantesca e richiede tempi importanti. Ma quando le luci si abbassano, ogni minuto passato ad aspettare viene immediatamente dimenticato.

Neil Tennant e Chris Lowe non portano semplicemente un concerto. Portano uno spettacolo totale.

Sul palco si alternano costumi surreali, visual monumentali, simbolismi, giochi di luce e continue trasformazioni sceniche. Tennant, elegantissimo e perfettamente in controllo della situazione, sembra officiare una sorta di liturgia pop contemporanea. È in costante dialogo con il pubblico, sorride, ringrazia, lancia messaggi di pace e non mancano i riferimenti al conflitto in Ucraina.

Per chi conosce la loro discografia, assistere a un concerto dei Pet Shop Boys significa attraversare quarant’anni di storia della musica pop. E infatti il pubblico canta praticamente tutto.

La prima parte dello show procede con eleganza, ma è quando arrivano i brani più ritmati che la Rotonda cambia definitivamente volto. “Domino Dancing” trasforma il lungomare in una gigantesca pista da ballo a cielo aperto. Taranto balla, canta, si lascia trascinare.

Neil Tennant, visibilmente emozionato, confessa più volte quanto sia speciale esibirsi davanti al mare. E sotto quel cielo pieno di stelle — mentre sul palco sembrano essercene altre cento — si arriva al gran finale.

“It’s a Sin”, “Go West” e “West End Girls” non sono semplicemente canzoni: sono memoria collettiva. Due ore di concerto senza soste reali, senza cali di tensione, con continui cambi d’abito e di scenografia. Un’esibizione che conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, perché i Pet Shop Boys siano ancora oggi uno degli act più importanti della musica pop britannica.

La prima notte del Medimex si chiude sulle note di “West End Girls”. E sinceramente sarebbe stato difficile immaginare un finale migliore.

Slowdive e Suede: quando la Gran Bretagna smette di essere un luogo e diventa uno stato mentale

La seconda serata era quella che aspettavo di più. E qui ammetto subito che l’oggettività rischia di venire meno.

Gli Slowdive li avevo scoperti proprio al Medimex, nell’edizione barese del 2017. Da allora sono diventati una presenza costante nelle mie playlist. Ritrovarli a Taranto aveva quindi inevitabilmente anche un valore affettivo.

Prima di loro salgono sul palco i New York City Redux con il repertorio dei Ramones, accompagnati da ospiti come Kid Congo Powers, Steve Conte e Victoria Espinoza. Un set piacevole e nostalgico, forse non perfettamente in linea con le atmosfere che avrebbero dominato il resto della serata, ma comunque capace di strappare sorrisi e qualche pogo nostalgico.

Poi arrivano gli Slowdive.

L’inizio non è dei migliori. Qualche problema tecnico penalizza soprattutto le voci e la sensazione, osservando anche i volti dei musicisti, è che qualcosa sul palco non stia funzionando come dovrebbe. Fortunatamente la situazione migliora progressivamente.

E quando gli Slowdive iniziano davvero a suonare, il resto perde importanza.

“Alison” e “When the Sun Hits” bastano da sole a giustificare il prezzo del biglietto. Mi è capitato più volte di sentire commenti di persone che probabilmente non conoscevano la band e che, dopo pochi minuti, si guardavano tra loro con quell’espressione tipica di chi ha appena scoperto qualcosa di bello: «Però sono forti questi…».

È il potere dello shoegaze quando funziona davvero.

Davanti a quel muro di riverberi, delay e distorsioni stratificate non puoi fare altro che lasciarti travolgere. Gli Slowdive continuano a praticare il loro personalissimo ossimoro sonoro: lentezza e violenza, dolcezza e abrasione.

Brani come “Sugar for the Pill” arrivano come carezze dopo la tempesta.

Da fan, lo ammetto senza problemi: avrei voluto che il concerto non finisse mai.

Ma finisce, tra applausi lunghissimi e il saluto di Neil Halstead, che ribadisce ancora una volta quanto ami suonare in Italia.

Poi tocca ai Suede.

E qui il discorso cambia completamente.

Perché Brett Anderson non sembra appartenere alla stessa categoria degli esseri umani comuni.

Fin dall’attacco di “Disintegrate” è evidente che sul palco c’è una band in stato di grazia. Quando arrivano “Trash” e “Animal Nitrate”, la Rotonda esplode.

Da appassionato di musica, durante i concerti tendo spesso a osservare i singoli musicisti, a concentrarmi sugli arrangiamenti, sulle chitarre, sui dettagli esecutivi. Con i Suede, però, succede qualcosa di insolito: gli occhi tornano inevitabilmente sempre su Brett Anderson.

È magnetico.

Non c’è un altro termine.

Corre, si contorce, salta, si getta letteralmente nel pubblico più volte. Ma soprattutto sembra completamente posseduto dalle sue canzoni. Nato per stare su un palco.

L’intensissima interpretazione di “The 2 of Us”, cantata quasi sdraiato sul palco, rappresenta uno dei momenti più emozionanti della serata.

Il concerto prosegue alternando classici imprescindibili come “Filmstar” a episodi più recenti, tra cui “Dancing with the Europeans”, dimostrando quanto la band sia ancora artisticamente vitale.

Il finale è inevitabilmente affidato a “Beautiful Ones”, accolta da un coro gigantesco.

Ma nessuno pensa davvero che sia finita.

Infatti i Suede rientrano per l’encore e attaccano “Saturday Night”. Un finale perfetto, quasi ironico, considerando che ormai è domenica inoltrata.

Le luci si accendono. La gente lentamente si allontana dal lungomare. Rimane quella sensazione difficile da spiegare che lasciano i grandi concerti: la consapevolezza di aver assistito a qualcosa che, almeno per qualche giorno, continuerà a risuonare nella testa.

E forse è proprio questo il segreto del Medimex.

Claudio Ladisa
Foto di Claudio Ladisa

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