
Il 2026 resterà un anno particolarmente significativo per gli appassionati di musica jazz, perché si ricordano i cento anni dalla nascita di Miles Davis, il 26 maggio, e di John Coltrane, il 23 settembre (senza dimenticare altri centenari come Ray Brown, Tony Bennett, Lou Donaldson, e non solo). Evidentemente il 1926 è stato un anno da ricordare per tutti questi musicisti che hanno davvero contribuito in modo sostanziale a scrivere la storia del jazz. Già da inizio anno si sono succeduti tributi all’uno e all’altro che, per inciso, hanno suonato insieme per circa quattro anni, dal 1955 al 1960. Un sodalizio che ha rivoluzionato la storia del jazz. Il primo grande quintetto della storia, quando Davis scelse Coltrane per completare la sua formazione, incidendo per la Columbia alcuni capisaldi come Cookin’, Relaxin, Steamin’ e Workin’, ma il culmine di questa collaborazione è la produzione dell’Album “Kind of Blue”, di certo uno dei dischi più iconici in assoluto di questo genere musicale.

E voglio anche ricordare che solo meno di un mese fa anche l’Università di Bari, Grazie a Pierpaolo Martino, ha celebrato un convegno sui 100 anni di Davis (Miles at 100!). A confermare la volontà di celebrare adeguatamente questa ricorrenza, il 13 giugno, per l’Associazione Giovanni Padovano Iniziative Musicali (Agimus) di Mola di Bari , con la Direzione Artitica di Piero Rotolo, ha proposto uno spettacolo con i testi di Ugo Sbisà e il coordinamento musicale di Roberto Ottaviano, con l’accompagnamento di Eugenio Macchia, al pianoforte e alle tastiere elettriche, Giuseppe Bassi al contrabbasso e Mimmo Campanale alla batteria, e con un ospite d’eccezione: Flavio Boltro alla tromba.

Una serata fatta di racconti (su testi originali) di Ugo Sbisà ed una scelta musicale curata da Ottaviano che, come sempre, supera se stesso, creando una selezione di brani noti e meno noti, a cavallo tra le tante svolte musicali di questo genio del jazz, composizioni che hanno visto la luce dal 1954 al 1986. In quell’anno, il 3 luglio, resta impresso nel ricordo degli appassionati dell’epoca, un concerto di Miles Davis allo Stadio delle Vittorie di Bari, prima tappa di un tour europeo.

Una figura determinante per la storia del jazz, anche se Il periodo finale della carriera di Davis, è stato molto discusso. Dopo aver messo a segno pietre miliari della storia della musica in generale (non solo jazz), con la collaborazione di John Coltrane, Gil Evans, Bill Evans, Sonny Rollins, Wayne Shorter, (solo per citarne alcuni tra i più significativi), e dopo la svolta elettrica con “In a silent way” (1969) e “Bitches Brew” (1970) e gli album che seguirono, non tutto il pubblico apprezzò la sua nuova musica, molto funky e tendente al rock. A causa di problemi di salute ( ma anche di tossicodipendenza), seguì un lungo silenzio, dal 1975 al 1980. E quando tutti lo davano ormai per finito, la sua ultima “rivoluzione” parte con il ritorno sulle scene con musicisti tutti nuovi rispetto al passato, ma negli ultimi anni le sue performance non sono state sempre acclamate. Questo cambiamento non fu digerito in modo naturale. Capitava spesso di essere fischiato per la scelta di essersi allontanato dal jazz tradizionale, ma a fine 1986, con l’album TUTU, riuscì ad aggiudicarsi nel 1987 il suo ottavo Grammy Award “for Best Improvised Jazz Solo”. Desmond Tutu è stato il primo arcivescovo anglicano nero di Città del Capo, in Sudafrica, e primate della Chiesa anglicana dell’Africa meridionale. Raggiunse una fama mondiale durante gli anni ottanta come oppositore dell’apartheid, e nel 1984 gli fu assegnato il premio Nobel per la Pace.

Iniziando a raccontare la serata di Mola di Bari, prima di parlare della front line di questa compagine, per una volta consentitemi di iniziare dal sostegno ritmico: tre musicisti eccellenti, tutti pugliesi, che siamo abituati ad ascoltarli spesso ma non per questo dobbiamo sminuire la loro maestria. Eugenio Macchia, classe 1981, di Gioia del Colle, si è aggiudicato nel 2014 il prestigioso premio Massimo Urbani, dedicato ai giovani musicisti Jazz, e da allora la sua ascesa è stata esponenziale; riesce con una facilità estrema a raggiungere un lirismo senza pari e ha una capacità di improvvisazione che diventa una base perfetta per gli altri musicisti. La sezione ritmica, con Giuseppe Bassi e Mimmo Campanale è una delle più affiatate e richieste. Bassi in particolare, nei prossimi giorni proporrà una lunga serie di collaborazioni, che partono da Daniel Karlson a Javier Girotto, per finire alla grande cantante tedesca Ute Lemper. Mimmo Campanale è il batterista perfetto, a suo agio in qualsiasi situazione.

Tutta la serata si è snodata tra l’esecuzione di una decina di brani selezionati con cura da Roberto Ottaviano, e le letture originali di Ugo Sbisà. Sia Ottaviano che Sbisà sono docenti presso il conservatorio Nicolò Piccinni di Bari, ovviamente con ruoli diversi, ma che con queste creazioni dimostrano ampiamente la loro capacità di essere “Maestri”. Special guest del progetto, il trobettista torinese Flavio Boltro, uno dei nomi più rinomati ed acclamati del nostro panorama jazzistico. Nominato miglior nuovo talento italiano nel 1984 dal referendum della rivista specializzata Musica Jazz, può vantare collaborazioni straordinarie con musicisti internazionali del calibro di Steve Grossman, Cedar Walton, Billy Higgins, Manu Roche, Joe Lovano e altri. Ha ha avuto anche la fortuna (che non significa casualità), insieme a Stefano Di Battista, di far parte per un paio d’anni del quintetto del grande Michel Petrucciani, con cui ha registrato un album meraviglioso (1997) dal titolo “Both Worlds”, di cui consiglio vivamente l’ascolto.

Dai racconti di Ugo Sbisà, molti dei quali narrati in prima persona, emerge la figura di un uomo determinato, riconoscente verso i suoi collaboratori, amante delle donne, capace di sorprenderti con atteggiamenti inaspettati. Per il suo aspetto fisico, da ragazzo (il suo soprannome era “lenticchia”) spesso veniva deriso. L’essere chiamato “nigger” lo faceva andare in bestia, ma seppur provenisse da una famiglia bene (non dai campi di cotone), il blues lo sapeva suonare, e anche bene.

Per lui Bird (Charlie Parker) era un genio, nonostante la tossicodipendenza. Gli rubava i vestiti per acquistare l’eroina, ma se non avesse suonato con lui non sarebbe diventato quello che è stato. Prendeva appunti su tutto ciò che lui fceva. Bastava una nota per farti incontrare Dio. Gil Evans invece è stato il suo più prezioso consigliere musicale. Coltrane era il suo opposto: suonava troppe note per i suoi gusti, era un vulcano di idee. Miles era concentrato su poche note, spazi, silenzi. Quando Miles voleva suonare la sua musica, Coltrane aveva la testa da un’altra parte. Quando le loro strade si separarono, fu Miles a regalargli un sax soprano, che fino ad allora non aveva mai utilizzato. Subito dopo arrivò Wayne Shorter, e da allora tutto è cambiato nella musica di Davis.

A Davis piacevano le donne. Su tutte, l’amore più grande è stato quello nei confronti dell’attrice francese Juliette Greco. Un amore iniziato a Parigi nel 1948. Un amore passionale, a quell’epoca ostacolato dal razzismo. Era impensabile per la mentalità del tempo, che una donna bianca potesse sposare un uomo di colore. Rimarrà pertanto un amore platonico: “l’amavo troppo per renderla infelice”.

E alla fine del racconto, Ugo Sbisà ha voluto condividere con il pubblico il suo incontro con Davis in occasione del suo concerto barese del 3 luglio 1986. Sebbene venticinquenne, ebbe la fortuna di fargli da interprete in quei pochi giorni baresi, facendosi apprezzare per la sua discrezione e la sua capacità di districarsi tra mille problemi, dalla necessità di essere visitato da un medico a quella più banale di inforcare gli spaghetti, al desiderio di avere qualcuno con cui scambiare due parole. La sua tromba rossa (utilizzata nel concerto barese) ed un accenno di Round Midnight suonata solo per lui, nella camera d’albergo. E non è difficile credergli quando racconta che dopo 40 anni, il solo ricordo gli fa accapponare la pelle. E questa sua emozione è stata avvertita da tutti i presenti nel Chiostro di Santa Chiara di Mola di Bari.

I brani eseguiti, dieci in tutto, non tutti portano la firma di Davis ma che usava spesso eseguire nelle sue esibizioni dal vivo, ad iniziare del primo brano in scaletta, “Solar” di Chuck Wayne, composto nel 1954. A seguire, “Fran Dance” del 1960, o “Four” del 1954, un brano che alcuni attribuiscono a Davis, altri a Eddy Vinson. Diciamo che Davis aveva “il vizio” di prendere melodie altrui, rielaborarle e farle proprie. Non poteva mancare in scaletta un brano tratto dalla colonna sonora del film “Ascensore verso il patibolo” dii Louis Malle del 1958, e “Agitation”, con un finale che è sfociato in “My funny Valentine, tratto dall’Album “ESP” del 1965, che era divenuta una specie di sigla del suo leggendario quintetto, composto da Shorter, Hancock, Carter e Tony Williams. Nel finale del concerto, un appassionato “Round Midnight, per chiudere con “Tutu”, scritto e arrangiato dal grande Marcus Miller, forse il suo ultimo capolavoro. E come bis finale un trascinante “Milestone”, altra grande composizione del 1958.

E’ stata una serata davvero emozionante: per i racconti e per la musica, per le composizioni davvero straordinarie, ma anche per i musicisti che hanno dato il loro meglio e non hanno affatto banalizzato la musica di uno dei più leggendari musicisti del secolo scorso. Bravi tutti e un ringraziamento anche all’Agimus Festival.
Gaetano de Gennaro
Foto di Gaetano de Gennaro