
L’opera più scandalosa di Ibsen rinasce con un gusto squisitamente politico ed attuale nella rilettura del drammaturgo Mattia Favaro che, grazie alla sapiente regia di Ivonne Capece tiene il pubblico incollato alla poltrona e in religioso silenzio per non perdere nessuna sfumatura di senso palese e, ancor più, sottinteso.
Un adattamento che nasce come un sequel, dove l’ interpretazione dei tre attori risulta profonda e a tratti quasi cinematografica per pathos e capacità di gestione delle emozioni e dei toni.
Maria Laura Palmieri – Nora merita un plauso sentito e particolare. Spettacolare Nora in ogni sua sfumatura.
Anche i costumi assumono una valenza che va oltre il semplice abbigliamento ottocentesco rivisitato. La scelta del rosso fuoco, certo natalizio e borghese, rimanda alla passione che cova nell’animo di Nora, la violenza che si nasconde sotto il carattere compassato e benevolo Torvald – Massimo Di Michele, la viscida seppur disperata impotenza di Krogstad– Stefano Braschi.

La sensualità erotica esposta nel torso nudo, nel reggiseno nero, nelle calzamaglie nere fa da contraltare a tutto questo rosso angosciante. Nero come il rimestare delle passioni che ribollono sotto la superficie piccolo borghese di una società che ha fatto dell’ipocrisia il suo mantra e del finto onore il suo dio.
Nero come la fine dei giochi, la calata del sipario su una vita finta, una commedia che non può avere altri atti.
Un ennesimo punto a favore è segnato dalla scelta della musica che accompagna, sottolinea, racconta e insieme colma i vuoti della narrazione. Suono come srotolarsi della vita; Tumultuoso, sensuale, giocoso, superficiale e dannatamente drammatico. Melodie che rendono manifesta più di molte parole e ambientazioni la vera battaglia che si combatte tra i tre protagonisti. Una guerra per la sopravvivenza senza esclusione di colpi, perché se è vero che la vita è relazione è altrettanto vero che la sopravvivenza è dolore, che si subisce e si infligge in un continuum infinito di vittima – carnefice spesso involontario, ma certo non meno devastante.
Il tango, che sostituisce la tarantella scelta originariamente da Ibsen, è la rappresentazione plastica della nascente personalità di Nora e trascina, suo malgrado, Torvald in un turbine di crescita e autocoscienza di cui lui farebbe certamente a meno come spesso capita. Peccato non sembri riuscire a venirne a capo, ma anche questo è una lucida fotografia della nostra società. Semplicemente i due mondi sono due galassie lontane anni luce…
Il valzer che si ode in lontananza è la festa, la spensieratezza e la superficialità da “ballo delle debuttanti” nel quale si sono ostinati a vivere Nora e Torvald da otto anni. Ma nella notte delle verità non si può non dirsi che è stata la colonna sonora di un’intera vita, prima e certo non senza il suo stesso consenso, considerata un giocattolo bambina dal padre poi un trastullo bambola dal marito.
Certamente una gabbia dorata, un’esistenza “comoda” eppure un’illusione pericolosa e mortale per la propria anima.

Capece – Favaro ripartono da una porta sbattuta. Nora, grazie Ibsen per questo finale!, se ne è andata. Non sappiamo né sapremo mai se si pentirà (non credo proprio, scherzavo!) o se troverà la vera Nora. Certo la costruzione della personalità passa dalla consapevolezza e dal coraggio e il passo più arduo rimane il primo. Se nascere non è una passeggiata, ancor meno lo è rinascere! Da sorella a sorella so che ce la farà e non sarà sola lungo la strada…
Qualche preoccupazione in più per il “maschio” della casa sembrano suggerirla dalla regia!
Che ne sarà “del povero” Torvald Helmer? L’uomo tutto d’un pezzo, padrone delle sue emozione, adulto quel tanto che basta per essere noioso e grigio?
Il tempo è passato e altro ne passerà sembrano dirci i giochi di luci finali che ricordano il trascorrere dei giorni tra chiaro e scuro ritmicamente alternati, eppure il suo oscillare tra il pietistico e il rabbioso sembra suggerirci che Torvald non ha capito ancora il perché, imprigionato nel suo mondo egoriferito, maschilista e profondamente paternalista. Siamo ancora fermi alla “lesa maestà”, ancora lunga la strada.
E’ stato educato ad essere il capo famiglia, il re della catena alimentare, il privilegiato per genere e per nascita. I figli, la moglie o meglio il giocattolo procreatrice, la casa, il denaro posseduto ed elargito come dono e premio, arma e ricatto, tutto gli appartiene. La vita vera, impegnata, intellettualmente e culturalmente appagante, persino i problemi quotidiani restano appannaggio degli uomini, cose tra uomini e rigorosamente fuori dalle mura domestiche che tanto “non possono capire”. In casa si allestisce un grande parco giochi dove la bambola allieta il padre – padrone trasformandosi in allodola canterina o bimba monella, scoiattolino buffo e spendaccione o terra di nessuno sensuale e disponibile a comando.
Torvald ama Nora? Certamente come si ama il proprio animale domestico, ecco è domestica!
E’ un amore capitalistico il suo, un bene di proprietà di cui è lecito disporre. Quanta contemporaneità ci vedete? Quanto patriarcato nascosto in bella vista vi ricorda? E la sensazione che non stiamo guardando una scena da interno ottocentesco non vi solletica la base del collo?
CI sarebbero altri cento trattati da scrivere sondando tutti i poliedrici aspetti dell’animo umano e delle dinamiche di non comprensione chiamate amore, di possesso e violenza spacciate per amore, di autoreferenzialità ammantata di amore…
Intanto, nell’attesa della presa di consapevolezza di ognuno, applaudiamo questo lavoro teatrale che parla di noi, nonostante noi.
Manuela Composti
Foto della Compagnia