IN.CON.TRA.: quando il volontariato non è solo aiuto concreto, ma anche sguardo lucido, capacità di avere un progetto e una prospettiva sul futuro dell’assistenza e dell’integrazione

La narrazione della realtà che viene dai mezzi di informazione, ma ancora di più dai social, sembra procedere sempre più su due binari solo in apparenza antitetici: da un lato la paura, l’ansia che nasce da notizie di guerre, ingiustizie, devastazioni, dall’altro l’irrilevanza del mare di “fuffa” prodotta come arma di distrazione di massa: ricette, gattini, tette, culi, musica scadente e gossip di bassa lega.

Una dualità deprimente che porta a pensare che questo mondo non abbia possibilità di redenzione, che si sia condannati a vivere nel futile per scordare l’indicibile.

Del resto, fomentare ansia, insicurezza, paura è da sempre la tecnica usata dai regimi (dittatoriali e non) per stordire il popolo, renderlo gregge impaurito e poi massa speranzosa che si affida a un ipotetico uomo forte (più di recente anche a donne forti, a patto che siano donne solo anatomicamente, ma pensino come uomini) perché lo guidi attraverso il deserto verso una qualche terra promessa. E fa nulla se è una terra di sangue conquistata sacrificando gli ultimi e sterminando gli “stranieri” e i dissidenti.

Questa prospettiva desolante è figlia, però, del modo in cui ci siamo abituati a tenere la testa: ferma, in avanti, con gli occhi bassi. In modalità sguardo sul cellulare, per capirci. Se passiamo il tempo ad ammirare il nostro ombelico tecnologico. nutrendoci solo del fiele e dell’inconsistenza che gli schermi mitragliano all’intorno, è inevitabile che ci sfuggano molte cose che invece, per fortuna, continuano ad avvenire nel mondo circostante.

Nel mondo reale intendo.

Tornando ad alzare la testa, si scopre che è fatto di persone, non solo di immagini sintetiche replicate con l’AI. E che le persone non sono tutte gregge, non è vero che vivono tutte nell’astio o nell’irrilevanza, blindate nel proprio microcosmo.

Basta una mattinata spesa quasi per caso nella sede di una associazione di volontariato, per incontrare una realtà diversa. E incontrare è più che mail il verbo giusto perché l’associazione presso cui abbiamo passato una mattinata insieme ai colleghi, nell’ambito di una di quelle iniziative di volontariato (per la verità molto pubblicitarie e poco umanitarie) organizzate dalle aziende, è IN.CON.TRA.

Con i punti di separazione, perché il nome è un gioco di parole. Il verbo incontrare è formato infatti dalla somma di tre avverbi: in, con, tra, per sottolineare che questa è una realtà che vuole essere non al di sopra, ma a fianco di chi ha bisogno.

Non è una associazione di “beneficenza”; la beneficenza la lascia a chi dona un po’ del suo superfluo per fare lo shampoo alla coscienza.

Michele Tataranni, anima e motore di IN.CON.TRA., ci tiene a sottolinearlo.

Se cercate un contesto in cui venire una volta ogni tanto, a “sentimento”, per fare genericamente “qualcosa” o se cercate un deposito dove riversare gli stracci vecchi e le cose scassate di cui volete liberarvi, sentendovi generosi, IN.CON.TRA non è il posto giusto.

L’associazione cerca persone che siano disponibili a dare il loro tempo in modo magari limitato, come numero di ore o giorni nel mese, ma stabile e continuativo, persone su cui si possa contare, che prendano un impegno serio. E fa da collettore per la raccolta di cibo, abiti, elettrodomestici, mobili in buono stato, che si possano poi consegnare a chi ha bisogno senza doversi vergognare di riversare in case povere rifiuti travestiti da aiuti umanitari.

Portate, insomma, le cose che vorreste ricevere se foste poveri e in difficoltà. Se foste voi a prendere, invece che a dare, vorreste una busta di “rimmato” maleodorante, o invece qualche abito ancora in buono stato, lavato e piegato con cura, con cui vestire in modo decente i bambini che mandate a scuola? La risposta la conoscete.

I baresi più attenti avranno visto in città l’unità mobile di IN.CON.TRA, che distribuisce pasti caldi e coperte a chi dorme per strada o, d’estate, acqua fredda per combattere i colpi di calore. Ma IN.CON.TRA. non è “solo” questo. Nel tempo ha aperto una mensa per i bisognosi in Piazza Balenzano, ha due dormitori, ma è diventata anche punto di riferimento di centinaia di famiglie baresi bisognose di un aiuto. Al Quartiere San Paolo, dove gli è stata data in comodato una ex scuola media (in via Barisano da Trani, 15), IN.CON.TRA ha organizzato, tra le altre cose, il primo Market Sociale e cioè un mini-supermercato in cui le famiglie in difficoltà possono “fare la spesa”, accedendo con una tessera punti assegnata al nucleo familiare in base all’ISEE.

Ma poi invia periodicamente aiuti in Ucraina, partecipa a iniziative con altre associazioni, è presente in momenti di emergenza.

Quello però che, personalmente, più mi ha colpito è la prospettiva che anima Michele e gli altri volontari, la volontà cioè di non chiudersi nel piccolo mondo autoreferenziale dell’associazione, ma di crescere, guardarsi intorno, fare RETE con le altre realtà associative e – soprattutto – con le istituzioni, con gli Enti Pubblici, nel tentativo di sommare forze e competenze, anziché “sfruttarsi” a vicenda per ottenere risultati individuali.

Perché troppo spesso gli Enti Pubblici si appoggiano al volontariato per supplire all’incapacità organizzativa o alla mancanza di volontà politica di affrontare il disagio, la povertà, l’emarginazione (da qui la cronica carenza di fondi), mentre il mondo del volontariato rischia di percepire Comune, Regione e Stato come una specie di “nemico”, un pachiderma che non vede e non sente, a cui spillare al massimo qualche magro aiuto economico per portare avanti l’attività associativa.

IN.CON.TRA invece cerca di dialogare, parte dal presupposto che SOLO pubblico o SOLO volontariato non possono bastare, che l’unica strada è… unire le strade. Le Istituzioni devono assicurare strutture e fondi, il volontariato muoversi a macchia d’olio dove il pubblico non riesce ad arrivare, raggiungere, incontrare, appunto, le persone che vivono ai margini e non conoscono neppure i loro diritti.

Sforzarsi di realizzare progetti con una finalità e una visione comune, senza gelosie, con lo sguardo fisso al risultato finale, che deve essere – sempre – la promozione dell’essere umano e non quello di appuntarsi stellette sul petto.

Quella è una logica triste, che lasciamo ai generali…

Apartitica, laica, concreta, questa è IN.CON.TRA.

Per conoscere meglio l’associazione cercatela sui social e iscrivetevi ai loro canali su Facebook o su Instagram (persino i social a volte, possono servire a qualcosa…). In periodo di dichiarazione dei redditi poi, se volete dare una mano a una realtà che opera in modo produttivo sul nostro territorio, può non essere una cattiva idea riservare loro il vostro 5×1000 (il C.F. dell’associazione è 93349350723).

Silvio Donà

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