
Tornare a teatro dopo un po’ di tempo di forzata assenza è una specie di fisioterapia esistenziale, in cui il teatro è assieme la cura e la dipendenza.
Tornare a teatro con uno spettacolo come “Tigre” di Clarissa Veronico, con Monica Contini sul palco (più precisamente, scritto per Monica Contini) è una specie di bomba tagliafuoco per una foresta in fiamme.
Lo spettacolo rientra nel cartellone de “Il Peso della Farfalla”, rassegna giunta alla dodicesima edizione, come sempre articolata in due capitoli, uno sul far dell’estate, uno sul far dell’inverno, a cura di Punti Cospicui e con la direzione artistica di Clarissa Veronico. La location prescelta per questa parte della rassegna è la Biblioteca De Gemmis, d’elezione la sua terrazza da cui si vedono i tetti e i campanili di Barivecchia, fino al mare, sottraendo la vista per un po’ alla casbah di friggitorie e cafonate overturistiche. Ma stasera, una burrasca tropicale ha offerto forse l’ultima oasi di frescura prima della canicola estiva, e lo spettacolo si è rifugiato nella sala conferenze al piano di sotto.
“Tigre” è anche una pubblicazione edita da Prinz Zaum, ed è un testo autobiografico della stessa Veronico, scritto in un recente e ingombrante frangente della sua vita, un momento che l’ha costretta a modificare l’angolatura di visione dei rapporti affettivi, del tempo, dell’energia, del sé, in definitiva della vita.
La tigre è da principio l’animale guida di questo percorso, un animale declinato solo al femminile, che evoca qualità di resistenza ed eroismo. La stessa Contini va in scena con svariati paramenti in stampa animalier, da una maschera, a una vestaglia con dei leopardi, a un tappeto tigrato, fino a dei sabot, mimando il modo spavaldo e sinuoso in cui una tigre affronta l’avversario.
Intorno alla tigre, schieramenti di affetti divisi in parte umanistica e parte scientifica, il rituale delle pulizie del sabato, la gara per l’accompagnamento alle visite e l’eterna lotta tra la candeggina e le macchie dei muri.

SPOILER ALERT
Si scopre però che la tigre è alla base di un gigantesco equivoco: e se il mondo, per dirla come la diceva Brecht, diventa beato quando non ha bisogno di gesti eroici? E se imparassimo a sintonizzarci con chi ci sta attorno, per attraversare il dolore, arredare il tunnel e direzionare le nostre forze verso il gesto stesso della fuoriuscita, a prescindere che la fuoriuscita sia un successo oppure no? E se vincessimo l’”arroganza del dolore”, quel bias cognitivo che ci porta a sovradimensionare il nostro dolore come unico e totalizzante, e nuotando nel dolore del mondo addolcissimo la fase acuta e diluissimo il nostro veleno in quello di chi sta peggio di noi?
“Tigre” può essere un testo di autoaiuto, se non voltiamo le spalle agli urti della vita, se scopriamo che, come recitano il testo e Contini “ogni gioia, ogni dolore, ogni sorriso, ogni torto, ogni sopruso, ogni perdita, ogni vita non è un fatto privato”, impariamo a non essere animali sociali, ciascuna e ciascuno nella specie che sente di più, solo quando siamo con un bicchiere in mano a fare piccole conversazioni per riempire il tempo.
Non sarà la tigre, a salvare se stessa e il mondo. Così come per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio, per salvare il mondo, ammesso che il mondo che conosciamo sia da salvare, ci vuole tutto uno zoo.
I prossimi spettacoli della rassegna sono “Biscotti bigusto” di e con Arianna Gambaccini giovedì 18 e “Dissotterrare i viventi” di e con Lea Barletti il 25 giugno.
Beatrice Zippo
Foto di Rossella Mazzotta