Stefano Montanari gioca in casa con Bach: al Teatro Petruzzelli di Bari, una sfida vinta tra virtuosismo, fantasia e ironia

Proporre in un’unica giornata l’integrale delle Sonate e Partite per violino solo di Johann Sebastian Bach è un gesto che richiede coraggio. Non soltanto per l’impegno tecnico e interpretativo necessario, ma anche perché si tratta di un repertorio che esige dal pubblico concentrazione, ascolto e disponibilità a lasciarsi guidare in un universo musicale complesso e affascinante. Eppure, giovedì 11 giugno, Stefano Montanari ha accettato la sfida con la sicurezza di chi possiede gli strumenti tecnici e culturali per affrontarla.

Composte nel 1720, quando Bach era Kapellmeister presso la corte di Köthen, le Sonate e Partite rappresentano uno dei vertici assoluti della scrittura violinistica. In questo capolavoro il compositore compie qualcosa di apparentemente impossibile: piega uno strumento per natura monodico, come il violino, verso una dimensione polifonica di impressionante complessità. Sebbene la struttura dello strumento non consenta di suonare stabilmente più di due note simultanee, Bach riesce a suggerire la presenza di più voci indipendenti attraverso arpeggi di tre o quattro note in rapida successione, accordi spezzati e ostinati sulla medesima corda. Il risultato è sorprendente: l’ascoltatore percepisce un vero tessuto polifonico, come se da un unico violino emergessero più linee melodiche che dialogano, si rincorrono e si sovrappongono. Proprio per questo richiedono un controllo tecnico assoluto ed una profondità interpretativa totale, ma anche una perizia esecutiva che permetta una restituzione filologica della monumentale opera: la prassi barocca prevede, infatti, l’improvvisazione estemporanea di abbellimenti (trilli, appoggiature, gruppi di note) ed un’esecuzione finalizzata a muovere le emozioni dell’ascoltatore attraverso un fraseggio che imita la parola parlata o declamata.

Montanari è sicuramente riuscito a dare un’altissima prova interpretativa dell’imponente opera bachiana. Violinista e direttore d’orchestra di fama internazionale, vanta una lunga e autorevole esperienza nella prassi esecutiva barocca, come concertista e docente di violino barocco a Milano, Urbino e Verona. Dal 2023 è direttore stabile dell’orchestra della Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari: un dettaglio non secondario, perché sul palco del Petruzzelli Montanari appariva perfettamente a proprio agio, come un artista che gioca in casa.

Forse l’iniziativa avrebbe meritato una promozione più incisiva: il pubblico non era numeroso, soprattutto nel concerto serale delle 21.00, mentre maggiore partecipazione si è registrata nell’appuntamento delle 18.30. Chi era presente, però, ha avuto il privilegio di assistere a un’esperienza musicale sorprendentemente significativa.

Sul palco Montanari trasmetteva sicurezza, naturalezza e soprattutto un autentico piacere del fare musica. L’impressione era quella di un artista che affronta una delle vette più impervie del repertorio non con ostentata gravità, ma con la leggerezza di chi conosce profondamente la materia e può permettersi di divertirsi. Sembrava quasi un gioco, ma dietro quella apparente disinvoltura si percepivano studio, esperienza e padronanza assoluta.

La sua lettura barocca, sostenuta dall’impiego dell’arco barocco, è risultata originale e lontana da ogni monumentalità accademica. Proprio la sua lunga frequentazione con la musica antica emergeva in ogni fraseggio, nella libertà degli abbellimenti e nella capacità di restituire a Bach una vitalità sorprendentemente teatrale. Il virtuosismo, pur impressionante, non era mai esibito. I complessi accordi, gli arpeggi, i passaggi più rapidi e insidiosi venivano affrontati con una facilità quasi disarmante, sempre al servizio del discorso musicale.

Anche la presenza scenica contribuiva a definire il carattere della serata. Orecchino, camicia nera, pantaloni di pelle e stivali con fibbie componevano un’immagine insolita per un interprete bachiano, coerente però con l’indole anticonvenzionale dell’artista. Sul palco una sedia alta serviva da supporto per il violino tra una Sonata ed una Partita; poco distante, un tavolino con una bottiglia e un bicchiere suggeriva l’atmosfera informale di una conversazione musicale più che di un rito concertistico.

Nel concerto pomeridiano Montanari ha eseguito la Sonata n. 1 BWV 1001, la Partita n. 1 BWV 1002 e la Sonata n. 2 BWV 1003. In serata sono arrivate la Partita n. 2 BWV 1004, culminata in una Ciaccona di eccezionale forza espressiva, la Sonata n. 3 BWV 1005 e la Partita n. 3 BWV 1006.

Proprio nella Ciaccona si è manifestata con particolare evidenza la capacità dell’interprete di modellare il suono con una tavolozza timbrica sorprendente. Montanari passava con naturalezza da sonorità diafane e contemplative a colori più densi e drammatici, alternando leggerezza e profondità, gioco e riflessione. Il suono rimaneva sempre limpido, persino nelle zone più acute dello strumento, mantenendo una chiarezza esemplare delle linee polifoniche.

Uno degli aspetti più affascinanti dell’interpretazione è stato il continuo esercizio di fantasia ornamentale. Abbellimenti, fioriture e trilli sembravano nascere sul momento, in una libera e inarrestabile espressione creativa. Era una lettura profondamente personale, mai arbitraria, che restituiva a Bach un’inventiva spesso smarrita nelle esecuzioni più convenzionali. Emblematico, in questo senso, il pizzicato inserito a sorpresa in un movimento della Partita n. 3: un dettaglio inatteso, spiritoso, accolto con divertito stupore dagli ascoltatori esperti.

Non sono mancati gli imprevisti, che l’artista ha saputo trasformare in momenti di autentico teatro. A un certo punto, interrompendo l’esecuzione, ha confessato con disarmante sincerità: «Mi sono perso». La reazione del pubblico è stata immediatamente affettuosa e divertita. Ancora più singolare quanto accaduto durante un improvviso blackout: la luce è tornata dapprima nei palchi e soltanto dopo alcuni minuti sul palcoscenico; Montanari ha accolto il ritorno dell’illuminazione con un gesto festoso che ha suscitato l’ilarità generale senza spezzare la tensione musicale.

Al di là di questi episodi, ciò che ha colpito maggiormente è stato il rapporto instaurato con la sala. Il pubblico ha seguito l’intera esecuzione in un silenzio quasi religioso. Nessun rumore, nessuna distrazione: solo ascolto concentrato e partecipazione.

Gli applausi finali, calorosi e prolungati, hanno convinto Montanari a concedere un bis. Con il suo consueto spirito ironico, ha annunciato di voler riproporre un movimento che, a suo dire, nel concerto pomeridiano gli era “venuto malissimo”: l’Adagio della Sonata 1, ovvero l’incipit dell’intera opera. Il violinista ha così voluto “chiudere il cerchio” suggellando una giornata che ha messo in luce non solo il suo talento, ma anche la sua rara capacità di coniugare rigore stilistico, libertà creativa e autentico piacere della musica. Una lezione di Bach lontana da ogni austerità museale: viva, umana, imprevedibile e profondamente teatrale.

Camilla Zonno

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