Con “U Cafè Andìche” al Teatro Piccinni di Bari, Vito Signorile, grazie ad una splendida Lucia Zotti, ha consegnato all’eternità le figure del nostro recente passato create da Vito Maurogiovanni

Vito Maurogiovanni non è un poeta, cioè potrebbe anche essere un poeta e non fare nessuna impressione. Invece quest’uomo si distingue facilmente, mi ha colpito sempre per qualcosa di singolarmente puro, ecco, francescano. La sua faccia, come di un bambino, senza pelo, bianchissima, gli occhi grandi e neri pensosi e assorti, sempre. A che cosa pensa? Non so, ma ha sempre qualcosa cui pensare. Non è facile far nascere la poesia dalle comuni vicende quotidiane; invece, tutta la poesia a stampa di questo poeta non è che un appendice dell’uomo.” [Tommaso Fiore]

Raccontare una comunità, un’etnia, un popolo non è mai stato semplice; individuarne, esaminarne, fotografarne, analizzarne e scandagliarne le più profonde radici, riuscendo, infine, a sviscerarne tutta la variegata, composita, screziata, multiforme, contraddittoria umanità è impresa sì ardua da essere riuscita a davvero pochissimi autori. Il nostro Vito Maurogiovanni è (impossibile parlarne al passato) sicuramente tra gli eletti che possano fregiarsi di questo incommensurabile pregio, grazie a quella sua innata capacità di esporre e rivelare il suo personalissimo presente che, miracolosamente, diventa esperienza collettiva, condivisa dalla gente che, in quella narrazione, si è sempre riconosciuta, il più delle volte finanche riscoprendo la propria origine, la propria inclinazione, la propria natura.

Vito Signorile, che di Maurogiovanni condivide intenti, scopi, visioni e soprattutto aneliti, prosegue nella sua meritoria operazione di rivalutazione del grande quanto inestimabile bagaglio letterario lasciatoci dallo scrittore e commediografo barese, ed oggi, nell’anno del centenario della sua nascita, gli ha reso ancora una volta consono omaggio con la riproposizione di “U Cafè Andìche”, opera tra le più rappresentative della poetica in vernacolo del drammaturgo; per farlo ha chiamato a raccolta alcuni tra i maggiori rappresentanti del teatro dialettale barese, molti dei quali parteciparono alla prima messa in scena dell’opera e, pertanto, sono legati allo stesso Maurogiovanni da rapporti professionali ed amichevoli che vanno ben oltre la semplice personale frequentazione.

Così, nei due giorni che hanno decretato la chiusura dell’annuale Stagione di Prosa del Comune di Bari, il Teatro Piccinni è stato preso d’assalto da un pubblico entusiasta in cui, per fortuna, erano presenti tantissimi giovani che, forse inizialmente ignari del testo con cui si confrontavano, hanno potuto – grazie anche ad un ottimo lavoro video ideato e realizzato da Antonio Minelli – calarsi nei vicoli di Bari Vecchia nei giorni della Settimana Santa, così da poter seguire le pene e i tormenti del Cristo martoriato, confrontandole con le più umane tribolazioni di Giuanne, lo sfortunato proprietario dell’Antico Caffè, Rosine, sua saggia, onnipresente e onnisciente suocera, Lucrezia, arrogante, prepotente e avida sorella di Giuanne, e poi Mèste Luigi, il calzolaio, Beniamine, il fioraio, Narduccio, il suonatore di trombone, Pite, il sagrestano, Don Peppino, il parroco, Antonio, l’ufficiale giudiziario, e Gerolame, il suo aiuto, ed altra varia umanità come il postino, una avventrice, un venditore di “tarall’ezucchere”, e tanti altri.

Maurogiovanni utilizza l’espediente dei giorni più tristi dell’anno per dipingere una comunità di naufraghi nel mare tempestoso della vita, di esistenze irrisolte, di animali in cattività relegati in riserve marginali da una società che, invece di preservarli in nome – non fosse altro – della trasmissione di imprescindibili valori, ne ha deciso e determinato l’estinzione, di fatto autocondannandosi alla perdita di quel decoro, di quell’orgoglio e, finanche, di quella decenza cui i ‘nostri vecchi’ non avevano mai abdicato. Signorile, da par suo, restituisce dignità a queste indispensabili figure, imprescindibili icone di un passato recente cui guardare e con cui confrontarsi per costruire il nostro presente e, soprattutto, il nostro futuro, per farle assurgere al ruolo che compete loro, non più ingombranti fantasmi bensì magnifiche presenze, finalmente sottraendole al limbo in cui sono state relegate, restituendole ad un Eden che sa di passione, valori, calore e ragù, ad un popolare ed assai familiare Olimpo, ed, in tal modo, consegnandole all’eternità.

Il coinvolgimento emotivo della trasposizione signoriliana è totale sin dai primi istanti, quando, sulla scenografia che rimanda instancabilmente immagini digitali di avvincente bellezza, appare la familiare figura dell’autore che pare volerci invitare a seguirlo – quasi fosse un novello Virgilio locale – tra i vicoli della città che lui ha saputo cantare e descrivere in modo eccelso in quelli che universalmente vengono riconosciuti come capolavori assoluti, “Aminueamare” e “Jarche vasce” su tutti; il regista barese riesce nella titanica impresa di recuperare sensazioni, umori, persino odori dell’opera originaria, trasmettendoci in modo indelebile il senso pieno di quel vissuto in cui affondano le nostre radici.

L’emozione, come detto, è assolutamente palpabile e se ne avverte la inderogabile attanagliante presenza tanto nella affollatissima platea quanto sul titolato palco, su cui si avvicendano Monica Contini, Benedetta Lusito, Felice Alloggio, Stefano Camposeo, Davide Ceddia, Gigi De Santis, Luca Mastrolitti, Brando Rossi, Enzo Sarcina, Enzo Strippoli e Nicola Pignataro, eminenza grigia della Compagnia che, per l’occasione, recupera la cara maschera di Piripicchio, che, pur dall’alto della loro riconosciuta professionalità, talvolta si mostrano non immuni all’apprensione e alla trepidazione della Prima nonché, di certo, al timore referenziale che crea l’accostarsi a cotanto autore.

Totò Onnis, nel ruolo dello sfortunato protagonista, ci regala un’altra delle sue mature interpretazioni che ne fanno – lo abbiamo già detto, ma ci piace ripeterlo – uno dei migliori attori teatrali in circolazione, una assoluta sicurezza per qualsivoglia personaggio gli venga affidato. Un plauso particolare merita la geniale scelta del Maestro Vito Signorile di autoassegnarsi un brevissimo cameo di raro e seducente ipnotismo con il ruolo dello storpio che segue in processione la Statua del Cristo flagellato confrontando il Calvario di tutta una vita con quello sopportato dal Signore: la sua preghiera pagana è un’ennesima altissima prova di teatro che ci regala un ammaliante momento di attanagliante suggestione, di magnetico incanto, di vera e profonda malia in cui è davvero difficile nascondere la commozione. E, su tutte e tutti, Lucia Zotti, vera guida dell’intera rappresentazione: la sua prova è ispirata, ricercata, solenne, a dir poco eccelsa, perfetta soprattutto in quell’ineffabile passare in un rapido batter di ciglia dalla assolutamente tagliente, se non aguzza, tradizionale furbesca saggezza popolaresca, che – ça va sans dire – ha gli spiccati accenti della baresità, ad una dignità intonsa che la rende, agli occhi degli avventori del bar (e nostri), una dama di eminentissimo lignaggio, pronta a spargere il seme del buonsenso in qualsivoglia occasione. Quando, al termine della pièce, tra gli scroscianti applausi, le effigi degli altri protagonisti scompaiono sullo schermo, la sua sublime figura resta ferma, inamovibile, imprescindibile, insormontabile sul palco, magnifica portavoce di un popolo, nella finzione, e della divina Arte attoriale, nella realtà: nell’uno e nell’altro caso, non sapremmo immaginarne più degna Ambasciatrice.

Pasquale Attolico
Foto dalla pagina Facebook della Compagnia

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4 commenti su “Con “U Cafè Andìche” al Teatro Piccinni di Bari, Vito Signorile, grazie ad una splendida Lucia Zotti, ha consegnato all’eternità le figure del nostro recente passato create da Vito Maurogiovanni

  1. Lucia Rispondi

    Ringrazio di cuore Pasquale Attolico per l’apprezzamento del mio “essere in scena” e ringrazio tutti gli altri attori, sostegno e stimolo per la mia interpretazione del personaggio di Rosina. E ringrazio Vito Signorile per avermi offerto questa opportunità. E abbraccio tutto il pubblico sempre accogliente e affettuoso!

  2. Maria Celeste Maurogiovanni Rispondi

    Bellissima recensione,che coglie il senso delle opere dei due amici omonimi,Vito Maurogiovanni e Vito Signorile.
    Grazie davvero

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