
Nei giorni scorsi, il Maestro Roberto Ottaviano ha pubblicato una lettera aperta che, con la solita puntuale ed illuminata visione collettiva, mette alla berlina il malcostume strutturale, tutto nostrano, che purtroppo domina il mondo dello spettacolo dal vivo.
Il Cirano Post, nel suo piccolo, riporta e fa sue le parole del Maestro nel tentativo di dare loro nuova linfa e, se ancora possibile, aprire un dibattitto che sia produttivo di soluzioni reali e condivise. [La Redazione]
C’è un tema che attraversa silenziosamente una parte del mondo dello spettacolo dal vivo in Italia e su cui ho l’impressione che nessuno presti la giusta attenzione operativa che meriterebbe. È certamente fantastico fare mostre, fiere, convegni, disegnare grafici e fare comunicati stampa in grande stile, tuttavia se non si risolvono certe criticità strutturali, l’economia non gira realmente e se non proprio alla canna del gas, molti artisti ed operatori funzionano più come funzionari di credito che altro. Mi riferisco a quella parte che non gode del beneficio dello Star System (che seppure con le debite proporzioni, esiste anche in piccola parte nel mercato della musica Jazz e/o comunque indipendente). È noto, condiviso, spesso sussurrato nei camerini, nei viaggi notturni di ritorno, nei messaggi tra colleghi. Eppure raramente viene affrontato apertamente, non per mancanza di consapevolezza, ma per una combinazione di timore, rassegnazione e frammentazione.
Parlo di un sistema che, nei fatti, costringe artisti e operatori culturali a lavorare a debito.
Cito il mio caso personale per restare su dati concreti e consapevole della fortuna di poter contare anche sulla solida entrata della mia docenza, immaginando con profonda amarezza i casi di chi vive esclusivamente della prestazione “intermittente”….Nel corso del 2025 mi sono trovato ad anticipare circa 4.000 euro per viaggi legati a concerti, circa 1.500 euro per pratiche di agibilità, oltre a sostenere direttamente le spese di alloggio in trasferta. A questo si aggiunge il versamento dell’IVA su fatture saldate con mesi di ritardo — e in alcuni casi non ancora saldate. Non si tratta di episodi isolati, ma di una prassi diffusa.
Questo scenario solleva alcune questioni tecniche e sistemiche che meritano di essere esplicitate.
– L’anticipazione sistematica delle spese operative (trasporti, ospitalità, pratiche amministrative) rappresenta, di fatto, un trasferimento del rischio finanziario dall’organizzatore all’artista. In qualsiasi altro settore economico, il soggetto che produce o commissiona l’evento sostiene i costi necessari alla sua realizzazione. Nel nostro ambito, invece, tale onere viene frequentemente ribaltato sul prestatore d’opera.
– Il versamento dell’IVA su fatture non ancora riscosse configura una distorsione evidente rispetto al principio di capacità contributiva. Sebbene esistano regimi alternativi (come il regime per cassa), questi risultano spesso inapplicabili o incompatibili con la struttura professionale di molti lavoratori dello spettacolo. Il risultato è che si anticipano imposte su redditi non ancora percepiti, generando tensioni di liquidità rilevanti.
– L’inclusione in fattura di spese vive — quali viaggi e alloggi — comporta, in molti casi, la loro assimilazione a base imponibile. Questo determina una tassazione su somme che non costituiscono reddito, ma semplice recupero di costi sostenuti. La mancata applicazione sistematica del meccanismo delle “anticipazioni in nome e per conto” evidenzia una carenza di competenze amministrative o una rigidità procedurale da parte dei committenti.
– Quando il committente è un ente pubblico, la situazione si aggrava ulteriormente: tempi di pagamento dilatati, spesso ben oltre i termini previsti; iter amministrativi complessi; incertezza sull’effettiva tempistica di incasso. Nel frattempo, il lavoratore ha già assolto a tutti gli obblighi fiscali e contributivi, oltre ad aver sostenuto integralmente i costi operativi.
– L’obbligo, sempre più frequente, di iscrizione a piattaforme come il Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione e la partecipazione a procedure di gara anche per singole prestazioni artistiche introduce una distorsione ulteriore. Strumenti concepiti per garantire trasparenza negli appalti vengono applicati in modo indiscriminato a un ambito — quello artistico — che per sua natura non è standardizzabile.
Il risultato è una trasformazione dell’artista in operatore amministrativo, con un aggravio di tempo e competenze che nulla hanno a che vedere con la produzione culturale. Il punto centrale, che raramente viene dichiarato esplicitamente, è che questo sistema si regge su un presupposto implicito: la disponibilità degli artisti a sostenere finanziariamente, almeno in via temporanea, l’intero processo produttivo.
In altre parole, il settore funziona perché chi vi lavora accetta — spesso senza alternative — di anticipare risorse, sopportare ritardi e assumersi rischi che non gli competerebbero. In molti contesti europei ed extraeuropei, tali dinamiche risultano attenuate o assenti: le spese operative sono sostenute direttamente dagli organizzatori; i pagamenti avvengono in tempi certi o con anticipi; il rischio finanziario resta in capo a chi programma l’attività. Questo non per una generica “maggiore efficienza”, ma per una diversa distribuzione delle responsabilità economiche.
Esiste un principio elementare, valido in ogni settore: se un’attività non dispone delle necessarie coperture finanziarie, non dovrebbe essere programmata. Nel mondo dello spettacolo dal vivo in Italia, accade invece il contrario: si programma “a debito”, confidando nella capacità degli artisti di assorbire temporaneamente quel debito. Ma il lavoro artistico non è una linea di credito. Non è un passatempo. Non è una disponibilità infinita. È lavoro, con costi, competenze e dignità che meritano di essere riconosciuti anche nella struttura economica che lo sostiene.
Questa non è una denuncia isolata, ma il tentativo di dare forma a una consapevolezza diffusa. Rendere visibile questo meccanismo è il primo passo per poterlo discutere, correggere e, auspicabilmente, superare.
Perché continuare a tacere significa accettare che il sistema resti com’è: fondato sull’invisibile contributo finanziario di chi, in realtà, dovrebbe semplicemente lavorare — e essere pagato per farlo.
Perchè, anche qui scatta la banalità detta più volte, quando vado a fare la spesa, in cassa non accettano una copia della delibera.
Roberto Ottaviano