
Esistono artisti che attraversano il tempo e smettono di essere soltanto cantanti: diventano poeti, coscienze collettive, figure intramontabili. Fabrizio De André appartiene a questa rara categoria. Le sue canzoni continuano a parlare agli ultimi, agli esclusi, ai disillusi, perché custodiscono qualcosa di universale: il rifiuto dell’ipocrisia, l’amore per la libertà, la pietà per l’umano.
Ma anche i poeti hanno bisogno di cantastorie che li tengano vivi nel tempo, di interpreti capaci di tramandarne il fuoco senza trasformarlo in reliquia. È ciò che accade con Cristiano De André, protagonista del tour De André canta de André che ha fatto tappa al Teatro Team di Bari.
Più che un omaggio filiale, il suo è un attraversamento profondo dell’opera paterna: un racconto musicale e umano che restituisce le canzoni di Fabrizio alla contemporaneità, attraverso arrangiamenti moderni, contaminazioni world music, aperture rock ed elettroniche. Cristiano appare oggi come un moderno aedo: non si limita a interpretare il repertorio del padre, lo riporta alla vita con una ricerca musicale e con una personalità autonoma, propria di chi, da sempre, si è nutrito di musica e valori.
Due gli elementi centrali del concerto: da una parte la forza immortale dei testi di Fabrizio, dall’altra il lavoro musicale raffinato sugli arrangiamenti, alcuni dei quali risalgono all’insuperabile Tour di Fabrizio con la PFM, oggi costruiti con sensibilità e rigore insieme ai musicisti che più hanno condiviso questo percorso artistico con lui, come il chitarrista Osvaldo Di Dio, compagno fedele degli ultimi
anni e il produttore e sound engineer Paolo Lafelice, decisivo nel dare al progetto un suono moderno, internazionale e coerente con la visione di Cristiano.
Quella di Cristiano De André non è imitazione, è interpretazione. Ed è forse questa, per lui, la sfida più difficile: affermarsi “in direzione ostinata e contraria” pur portando sulle spalle un cognome mastodontico. Fabrizio, racconta lo stesso Cristiano, avrebbe voluto proteggere il figlio da quel peso, consigliandogli di fare il veterinario. Come se avesse intuito il rischio di vivere schiacciati dall’ombra del mito. Ma Cristiano, nomen omen direi, ha scelto invece la strada più ardua: entrare nel cuore stesso di quell’eredità e abitarla senza timore.
Il risultato è un concerto attraversato da una tensione continua tra fedeltà e libertà. Quando risuonano le note di Don Raffaè, Il giudice, Andrea, La canzone di Marinella, Quello che non ho, non si ha mai l’impressione di assistere a una commemorazione museale. Queste canzoni tornano vive, urgenti, politiche. Parlano ancora di emarginazione, di violenza del potere, di pace tradita, di guerra esterna e interiore. Parlano di noi, di noi che ancora crediamo nell’Umanità.
In questo senso il “vangelo secondo Fabrizio” trova oggi in Cristiano il suo più credibile evangelista laico. Il cuore dell’opera di De André è sempre stato l’amore per gli esclusi: prostitute, folli, giudici nani, ribelli, sconfitti, emarginati. Una poetica antiautoritaria che vedeva in Cristo “il più grande rivoluzionario della storia” e che nel Testamento di Tito raggiunge una delle sue vette morali più alte.
Cristiano raccoglie quel messaggio e lo rilancia nel presente, dentro un tempo segnato da nuove guerre, dall’oscurantismo, dalla disumanizzazione tecnologica e da una profonda crisi spirituale; fa un’unica variazione al testo e dice “quando a mio padre si fermò il cuore, ho provato dolore” un passaggio apparentemente trascurabile rispetto all’originale, ma che rende l’idea del vuoto lasciato da un uomo come Fabrizio, anche se lui ne è la staffetta.
Le sue parole sul palco colpiscono perché sentite profondamente: “la pace non deve restare una parola”, dopo trent’anni di canzoni contro la guerra, dice amaramente, il mondo sembra non aver imparato nulla. Momenti come Sidún assumono oggi un significato quasi profetico: il racconto della guerra come morte di una civiltà, come distruzione dell’umano, come canto struggente di ogni perdita fa riferimento alla tragedia palestinese, che si fa esplicito nel momento in cui la bandiera di questo martoriato paese copre il microfono in una lunga pausa. Eppure non c’è rassegnazione. C’è piuttosto l’idea ostinata che ciascuno debba praticare la pace nel proprio quotidiano. Qui il concerto ha smesso di essere semplice spettacolo ed è diventato momento di testimonianza civile, in nome del padre.
Musicalmente, Cristiano De André impressiona per padronanza tecnica e sensibilità interpretativa, oltre che per grande generosità nei confronti di un pubblico mai pago. La voce non cerca mai di replicare quella paterna: possiede invece una ruvidità personale, capace di accendersi di dolcezza o di rabbia e, soprattutto, c’è il virtuosismo strumentale: violino, chitarre, bouzouki, pianoforte, magistralmente eseguiti. Ogni brano è cesellato con precisione quasi artigianale. Le melodie si fanno liquide, avvolgenti, mentre la band costruisce paesaggi sonori moderni, senza tradire l’anima originaria delle composizioni.
Alla fine si comprende che il vero centro del concerto non è il confronto tra padre e figlio, ma il loro dialogo impossibile e continuo. Cristiano non supera Fabrizio, ma non ne resta schiacciato: lo attraversa. Lo rende contemporaneo. Lo restituisce alle nuove generazioni. Come un allievo che non cancella il maestro ma ne prolunga la vita. Fabrizio cantava “è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra” ed è forse la frase più bella, la consegna involontaria di un testimone perché dentro queste parole c’è tutto Cristiano De André, non solo una chitarra, ma un artista altrettanto inquieto, caparbio, ribelle, poliedrico, ostinato e contrario. Un musicista vero che, cantando Fabrizio, è riuscito finalmente a raccontare anche se stesso.
Vicky Berardinetti