La settimana sportiva: l’analisi di Sudtirol – Bari

Game over: è finita l’agonia.

La serie C non è soltanto una categoria. A Bari, in questo momento, è una ferita antropologica. Una di quelle che non riguardano soltanto il calcio ma l’identità stessa di una città che nel pallone ha sempre cercato un pezzo della propria dignità popolare. E allora inutile girarci attorno, inutile cercare alibi, episodi, arbitri, sfortuna, accanimenti del destino o le solite chiacchiere consolatorie che nel calcio servono soltanto ad anestetizzare la realtà. Il Bari è retrocesso perché ha meritato di retrocedere. Punto.

Bolzano è stata soltanto l’ultima fotografia di un disastro annunciato da mesi. Una squadra incapace perfino di applicare le regole basilari del calcio. Perché qui non si parla di schemi raffinati o di differenze tecniche con le grandi squadre. Qui si parla di una formazione che, dovendo vincere a tutti i costi contro un Sudtirol in caduta libera, è riuscita persino nell’impresa di non assediare mai davvero l’area avversaria. Nemmeno negli ultimi minuti. Nemmeno con la disperazione. Nemmeno buttando palloni sporchi dentro l’area sperando in una deviazione, in una mischia, in un rimpallo. Nulla. Una squadra che invece di attaccare quando era sotto pressione psicologica, arretrava. Come se il tempo dovesse trascorrere a favore suo e non degli avversari.

Ed è questa la cosa più grave. Non tanto la retrocessione in sé, perché il calcio è pieno di squadre retrocesse, persino nobili. Ma l’assenza totale di carattere. L’assenza di fame. L’assenza di quella rabbia agonistica che almeno ti fa uscire sconfitto ma sporco di fango e sudore. Il Sudtirol, che pure era una squadra modestissima, quasi terrorizzata dal proprio crollo, non ha nemmeno dovuto fare fatica per salvarsi. Ha semplicemente aspettato che il Bari si spegnesse da solo.

E pensare che tutto questo era nell’aria da tempo. Forse da quella maledetta frase di Aurelio De Laurentiis sul Bari “seconda squadra del Napoli”. Una frase che all’epoca molti considerarono una provocazione, mentre invece era una confessione. Da lì è cominciato il lento declino. Da lì Bari ha smesso di essere una piazza da costruire e ha iniziato ad essere un laboratorio periferico, utile al massimo per valorizzare qualche giovane, sempre che qualcuno fosse davvero capace di valorizzarlo.

Perché anche questa è la verità: qui non si è sbagliato soltanto un mercato. Si è sbagliato tutto. Dall’estate al mercato di gennaio. Dagli allenatori alle scelte societarie. Dalla costruzione della rosa alla gestione dello spogliatoio. E Longo, inutile nasconderlo, ha le sue responsabilità. Al netto della pochezza del materiale umano a disposizione, la sua mano non si è praticamente mai vista. Qualche vittoria striminzita, qualche episodio favorevole, due tiri in porta e poi novanta minuti di sofferenza. Sempre uguale. Sempre identico. Un calcio triste, impaurito, rinunciatario.

E certi errori gridano ancora vendetta. Mantovani ostinatamente adattato terzino pur essendo un centrale. Pucino inspiegabilmente sparito dai radar nonostante fosse forse il solo difensore capace di dare un minimo di equilibrio. Rao trasformato quasi in una figura mitologica per due sgroppate finite regolarmente tra le braccia del portiere avversario e poi sostituito puntualmente “per stanchezza”, lui che ha vent’anni. Nikolaou e Odenthal da velo pietoso. Braunoder, Verreth, Gytkjaer, Dikmann, meteore senza peso specifico. Maggiore irritante. Dorval anarchico. Moncini lasciato solo come un reduce sul fronte, eppure capace di segnare undici gol. Cerofolini unico vero argine ad una retrocessione che poteva diventare matematica già a febbraio. Piscopo almeno generoso, pur fuori ruolo, uno dei pochissimi ad aver dato l’impressione di sudare davvero quella maglia.

E poi Di Cesare, catapultato troppo presto in un ruolo delicatissimo. Fare il direttore sportivo a Bari non significa soltanto scegliere giocatori. Significa entrare nello spogliatoio, sbattere pugni, reggere la pressione, avere esperienza, polso, cicatrici. In una società dove sono passati Perinetti e Angelozzi, vedere una gestione così fragile ha fatto impressione. E Polito? Lui probabilmente aveva capito tutto. E infatti è andato via. A Catanzaro. Mentre qui si continuava a navigare nella nebbia.

Dopo Bari-Cagliari qualcosa si è rotto definitivamente. Non solo sul campo. Nell’anima della città. Quella finale persa al novantacinquesimo minuto è stata una specie di trauma collettivo, quasi pasoliniano nel suo significato più profondo. Pasolini scriveva che “la sconfitta ha sempre qualcosa di irreparabile”. Ed è esattamente ciò che è accaduto al Bari. Da quel momento la città non ha più creduto davvero nel proprio futuro calcistico. Si è trascinata. Come certi personaggi di Moravia, svuotati, indifferenti, incapaci persino di ribellarsi alla propria decadenza.

E oggi qualcuno urla: “Io l’avevo detto”. Complimenti. Facile vedere lungo adesso. Ma dov’erano tutti questi profeti durante la finale playoff col Cagliari? Dov’erano quando il San Nicola sembrava poter esplodere di felicità? Il mestiere del giornalista non è fare l’ultras né il mago Otelma del pallone. È raccontare ciò che accade, con equilibrio, coerenza e onestà intellettuale. Ed io questo ho fatto sempre. Ho applaudito quando c’era da applaudire: la rinascita dalla D, la promozione in B, la finale playoff raggiunta contro ogni pronostico. E ho criticato quando era giusto criticare, sempre più duramente, mano a mano che il progetto si svuotava.

Molti accusano i giornalisti di essere giornalai. Chi lo fa è un autentico cialtrone, imbecille e idiota perché almeno io, ho descritto le fasi dell’epoca dei De Laurentiis con professionalità e coerenza e obiettività, e senza sbagliare nulla, cosa che rifarei assolutamente perché se essere giornalai vuol dire applaudire il Bari per la promozione dalla D alla C al primo anno, applaudire il Bari che nel primo anno di C col Covid, con un maledetto algoritmo e con un gol valido annullato ad Antenucci preso da De Laurentiis, un segnale che, certo, non voleva vivacchiare in C, se cominciare una critica verso la società per il disastroso campionato fatto nell’anno successivo dove, tuttavia, quel Bari di scappati formato da Berra, Ciofani, Corsinelli, Sabbione, Polichetti, Laribi, Scavone, Kupisz, Sarzi Puttini, Lollo, Semenzato, Colaci, Minelli, De Risio, Mercurio, D’Orazio, Andreoni, Stasi, Terrani, Costantino, Nannini, Awua, Cascione, Feola, Zanoli, Mezzoni, Zedakda, Ferrante e compagnia cantando tutti giocatori scomparsi da radar l’anno dopo, quantomeno raggiunse i quarti di finale dei playoff perso col Feralpi e mi permisi di dire che, in fondo, è andata bene in relazione quanto ci si poteva aspettare con quel materiale, se mi sono permesso di applaudire la squadra in occasione della promozione dalla C ala B, se mi sono permesso di applaudire e non criticare la squadra arrivata alla finale playoff al primo anno di B persa malamente al 95′ per colpa di Maita, Caprile e Zuzek, se ho cominciato ad intravedere le tenebre nel campionato successivo iniziando una critica civile anche nelle conferenze stampa coma da evidenze nei filmati reperibili su internet, se ho criticato sempre più duramente la società nel campionato successivo dove il Bari non centrò nemmeno i playoff e se ho criticato fortemente quest’anno la società, beh allora sono orgoglioso di essere un giornalaio, che chi mi accusa di esserlo in senso dispregiativo si fotta. Io sono un giornalista serio, rispettoso e rispettato e onesto, Chi mi accusa è in malafede e disonesto e spinto solo dalla rabbia ma con me non attacca. Che si vergognino. La scuola di giornalismo, i master che ho frequentato non certo col microfono in mano per la città a far domande sceme o a scrivere che “al 25′ Rao ha preso il palo” ma concentrandomi sui editoriali dettagliati frutto della mia cultura e della mia inclinazione narrativa giornalistica che mi ha fatto vincere anche quattro premi, mi ha insegnato che occorre descrivere la situazione e non il futuro per il quale, tuttavia, è previsto solo un accenno in base all’aria che tira così come ho fatto sempre io il giorno dopo e come testimoniano i miei post del giorno dopo, così come mi hanno insegnato a non fare l’ultras nelle conferenze stampa perché si può criticare duramente qualcuno anche civilmente così come ho fatto io ma più in generale molti di noi perché altri non lo hanno fatto. Se poi qualche tifoso urla alla luna al detto “ma io ci avevo visto lungo”, bene, allora potevano vedere lungo la finale col Cagliari o la finale playoff di Reggio Emilia con la mascherina anti covid in faccia ed invece, leggendovi, non mi pare che nessuno ci abbia visto lungo. Evidentemente avete versato odio e rancore verso i De Laurentiis e questo modo di fare giornalismo non fa parte del mio bagaglio di esperienza, seguite pure altri.

Adesso però viene il peggio. Perché la serie C è una palude maledetta. Altamura, Cerignola, Giugliano, Sorrento, Casarano, Scafati. Campi dove ogni avversario giocherà la partita della vita per poter raccontare ai nipoti di aver battuto il Bari. È sempre stato così. Dai tempi di Alcamo e Sorrento, passando per Maglie, Nardò, Nissa, fino alle umiliazioni recenti di Torre del Greco, Nocera, Roccella Jonica o Cittanova. Bari lo sa bene: in certe categorie il blasone non pesa, anzi diventa un bersaglio.

Eppure, paradossalmente, il cuore della gente continuerà a battere. Perché si può retrocedere sul campo, ma non si retrocede nell’amore, né retrocederá mai il cuore. Ed è forse questa la condanna eterna del tifoso barese: continuare ad amare anche quando tutto suggerirebbe il contrario. Un po’ come Zeno Cosini di Svevo, incapace di guarire dalla propria malattia perché in fondo quella malattia coincide con la sua stessa esistenza.

Il problema è che all’orizzonte non si vede nulla. Né un progetto, né una strategia, né una prospettiva. Solo nebbia. E una città stanca di sentirsi dire “abbiate pazienza”. Bari non chiede miracoli. Chiede rispetto. E forse è proprio questo che, negli ultimi anni, è mancato più di tutto.

Massimo Longo

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