
Nel cinema si sa, se c’è un successo planetario la replica è quasi scontata.
Dopo il grande trionfo di Bohemian Rhapsody e le produzioni successive su altri artisti viventi (che non credo porti fortuna), l’arrivo di Michael non può stupire ma anzi c’è da chiedersi come mai non sia arrivato prima.
Il format è quasi scontato. Lo sviluppo dell’azione e lo snodarsi della “storia” seguono percorsi già visti in precedenza, sia pure con le specificità del caso. Il film però tenta, in verità non proprio con maestria, di cercare la persona sotto il personaggio provando a rappresentare non solo la grandezza creativa ma anche le contraddizioni, le fragilità e il peso del mito sulla vita privata dell’artista.
Il suo complesso rapporto con la famiglia ed in particolare con il padre. Le sue difficoltà a relazionarsi con gli altri bambini e la costante ricerca degli amici negli animaletti di pezza che compra senza risparmio. La solitudine, non accompagnata dalla coscienza della sua sessualità della quale, con estremo pudore, il film non parla (aspettiamo la seconda parte già programmata).
Il nostro format però raggiunge livelli veramente alti quando dal privato si passa al pubblico. Qui il regista, insieme a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione del film (scenografi, luci, fotografia, costumi, coreografi e movie maker, suono ecc.), danno il meglio della loro professionalità.
Già dalle prime batture, con la presentazione dei Jackson Five, dei loro coloratissimi vestiti, dei movimenti, riproduzione degli originali ma comunque coinvolgenti, attirano e in certi momenti stregano.
E’ naturale che il regista, nella costruzione dello spettacolo, abbia puntato molto alla realizzazione di un film musicale, profondamente legato alle emozioni che i pezzi di M.J. trasmettevano e trasmettono. Bisogna dare atto, però, che Antoine Fuqua è riuscito nel non facile tentativo di far rivivere pezzi come “Bad” e “Billie Jean” senza scadere nella pura ripetizione ma rigenerando in qualche modo l’atmosfera del pezzo e di quegli anni.
Jaafar Jackson, doppiato da Francesco Ferri, è il cuore emotivo del film. La somiglianza fisica (forse derivata dalla parentela) ovviamente aiuta ma la forza dell’interpretazione sta nella capacità di ricreare la presenza scenica: i movimenti fluidi, il controllo del corpo, la gestualità precisa e iconica. Non sembra imitazione: sembra un tentativo di riportare in vita un’energia, più che un’immagine. Non tutto si può pretendere e alla sua gestualità scenica non si contrappone in maniera uguale la rappresentazione dei dilemmi intimi. In questo la recitazione appare un po’ troppo fissa e il tentativo di far rivivere la persona nei primi e primissimi piani non è riuscito.
I fratelli Jackson, tutti produttori esecutivi, sono sullo sfondo mentre emerge prepotentemente la figura del padre, tendenzialmente padrone, ben interpretato da Colman Domingo e meglio doppiato da Alberto Angrisano (voce ufficiale del National Geographic).
Sottotono, nella scenografia, la figura della madre, probabilmente il vero fulcro della personalità complessa e controversa di M.J. Anche la dimensione che le dà Nia Long (doppiata da Gabriella Borri) è dimessa, schiva, silenziosa pur essendo l’unico vero riferimento di suo figlio. Mike Mayers (doppiato da Franco Mannella), capo della CBS produttore di Thriller, fa una parte appena più lunga di un cameo ma riesce ad essere incisivo soprattutto perché, grazie agli sceneggiatori, ci fa sapere che MTV era una televisione razzista non trasmettendo musica di autori neri. Almeno fino all’avvento di MJ.
Insomma, nell’insieme un tentativo ben riuscito di rievocare la musica di un grande autore cantante e ballerino. Aspettiamo di vedere il secondo capitolo per capire come riusciranno a trattare i temi più controversi e complessi della persona Michael Jackson.
Marco Preverin