
È andato in scena al Teatro Politeama Italia di Bisceglie lo spettacolo “Incanto di Donne”, un viaggio intenso tra le voci e le storie di Ornella Vanoni, Mina, Fiorella Mannoia e Mia Martini per un progetto del Maestro Domenico Balducci.
La serata si è aperta con la voce di Ornella Vanoni sul valore di un abbraccio capace di sciogliere i nodi della vita, un incipit che ha subito catturato l’attenzione del pubblico, creando un’atmosfera intima e partecipe. Da spettatore ti accorgi subito che non sarà un concerto freddo, ma un racconto per musica e immagini, costruito su un alternarsi studiato di testi cantati e versioni strumentali tra intensità, ironia e profondità.
Sul palco Veronica Sinigaglia, voce calda e duttile, ha scelto di non imitare ma di restituire l’essenza delle quattro artiste con arrangiamenti curati e interpretazioni personali; con lei al pianoforte, il maestro Domenico Balducci insieme ai maestri Andrea F. Zecchillo al clarinetto e Saverio Petruzzellis alla batteria. Uno spettacolo elegante e teatrale, dove ogni voce aveva il suo simbolo: il cappello per Vanoni, foulard e occhiali per Mina, il rosso per Mannoia e il giacchino color viola per Martini.

Devo dire che ogni blocco musicale mi ha colpito in modo diverso e il pubblico ha traspirato emozioni contrastanti: con Vanoni ho sentito una nostalgia elegante: il cappello in scena, simbolo di eleganza e di vita, la voce di Veronica, e in sala tanti volti concentrati, come se stessimo ascoltando qualcosa di privato in un silenzio commosso per “Io so che ti amerò “, “Canzone per te” e “La voglia, la pazzia”.
Quando è arrivata Mina, l’atmosfera è cambiata di colpo. Foulard e occhiali sul palco, per chi ha deciso di scomparire dalla scena ma che continua a restare un mito, e il pubblico si è acceso: applausi ritmati, sorrisi, energia per la sua “Mi sei scoppiato dentro al cuore” in una interpretazione energica. Ti veniva da battere le mani anche senza accorgertene, ma poi il tono si fa più malinconico con “Il cielo in una stanza” e “Ancora”, con tutta la sua carica passionale.
Con Fiorella Mannoia ho percepito una tensione diversa, più forte, quasi di partecipazione. Il rosso in scena, ad indicare la forza di una donna sempre attiva nelle sue lotte per i diritti umani, voce per chi non può parlare, sembrava dare forza a ogni nota, e in platea si vedevano cenni d’intesa e sguardi intensi che accompagnavano le note di “Quelle che le donne non dicono”.

Poi è venuto il turno di Mia Martini: lì è calato il silenzio più vero della serata. Io stessa mi sono ritrovata con il nodo in gola sommersa dalla profondità e universalità delle parole di “Gli uomini non cambiano” e di “Almeno tu nell’universo” e “Minuetto”. Alla fine l’applauso è arrivato lungo, liberatorio, come se tutti avessimo bisogno di scaricare l’emozione. Ogni brano ha risuonato come un’esperienza personale per chi ascoltava, con il teatro che si è fatto cassa di risonanza di ricordi, passioni e malinconie. Per ogni quadro una versione strumentale in cui i musicisti hanno dato prova della loro maestria e professionalità: da “Samba de Rosa”, a “Sally”, a” Parole, parole”.
L’assolo di batteria di Saverio Petruzzellis è stato una scarica improvvisa. Ti sveglia, ti scuote, e la sala ha risposto con applausi fortissimi, quasi di stupore. È stato il momento in cui lo spettacolo ha cambiato passo: Dopo la parte più intima e narrativa dedicata a Mia Martini, il silenzio in sala è stato rotto da un crescendo di batteria secco e potente. Da spettatore ho avuto la sensazione che il maestro non stesse solo ”suonando” il tempo, ma stesse parlando: prima con colpi isolati, quasi sospesi, che sembravano trattenere il respiro della sala; poi con rulli veloci e colpi di cassa che hanno fatto vibrare le poltrone. La cosa più potente è stata la progressione emotiva. Si partiva da una tensione trattenuta, come se il percussionista stesse accumulando energia, e si arrivava a un’esplosione ritmica che ha scatenato applausi spontanei a tempo. Quando è finito, l’applauso è stato il più lungo e istintivo della serata: non per tecnica, ma perché si è sentito che la batteria stava raccontando quello che le parole non potevano più dire.

Il bis con “Diamanti” di Giorgia ha alzato ancora l’emozione. Ma il picco è arrivato con “Parole parole” di Mina a cui il pubblico ha risposto cantando all’unisono. Da spettatore ti rendi conto che non stai più solo guardando, stai partecipando. Il Politeama è diventato un coro unico, con gente che rideva, cantava, si guardava attorno complice. In quel momento ho capito il senso del titolo: un vero Incanto di Donne.
Lo spettacolo, cofinanziato da Fondazione Puglia, si è chiuso con un tripudio. Uscendo avevo la sensazione che, per un paio d’ore, quei nodi di cui parlava la Vanoni si fossero davvero sciolti.
Flora Guastamacchia
Foto di Flora Guastamacchia