Modena, il riflesso del razzismo e la tragedia rimossa della salute mentale: quando anche la follia diventa propaganda

Modena si è risvegliata ferita e sotto shock dopo quella che resta, a tutti gli effetti, una tentata strage nel cuore della città. Otto persone travolte in pochi secondi, vite spezzate o sconvolte per sempre, famiglie precipitate nell’incubo di una normale giornata di passeggio trasformata improvvisamente in orrore. E mentre gli ospedali continuano a lottare per salvare chi versa ancora in condizioni gravissime, la città prova a ritrovare un senso davanti ad una tragedia che lascia aperte molte domande.

Ma una cosa, ormai, appare chiara: non siamo di fronte ad un attentato islamico. Non c’è radicalizzazione religiosa, non esistono collegamenti terroristici, non emergono reti estremiste. Gli accertamenti e le indagini stanno invece delineando il profilo di un cittadino italiano di 31 anni, nato a Bergamo da famiglia di origine marocchina, laureato, già seguito in passato da strutture psichiatriche per gravi disturbi della personalità. Un uomo che dovrà naturalmente rispondere davanti alla legge di ciò che ha fatto, ma la cui condizione mentale non può essere ignorata nel momento in cui si tenta di comprendere questa tragedia.

Ed è proprio qui che riemerge una delle grandi ipocrisie del nostro tempo. Perché appena letto il cognome dell’aggressore, una parte della politica e dei social si è precipitata a parlare di immigrazione, seconde generazioni, sicurezza, invasione. Ancora una volta il riflesso condizionato è stato quello del sospetto etnico, quasi che bastasse un nome arabo per spiegare automaticamente la violenza.

Emblematico, in questo senso, il post di Matteo Salvini, che ha subito insistito sul concetto di “seconda generazione”, indirizzando immediatamente il dibattito verso il terreno identitario e alimentando, di fatto, quel riflesso razzista che riaffiora puntualmente in casi del genere. In netto contrasto, invece, il messaggio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha parlato semplicemente di “un uomo”, senza trasformare le origini familiari dell’aggressore in uno slogan politico. Ed è giusto riconoscerlo.

Eppure quell’uomo è italiano. Nato e cresciuto in Italia. Laureato in economia. Non il caricaturale stereotipo della propaganda identitaria, ma una persona sprofondata in una gravissima crisi psichiatrica. Questo non cancella la responsabilità della tentata strage, ma cambia completamente il quadro dentro cui essa va letta.

Perché il vero tema, forse, è un altro e riguarda un’emergenza enorme che l’Italia e l’Occidente continuano a sottovalutare: quella della malattia mentale grave e potenzialmente pericolosa. Da anni le strutture territoriali, i centri di salute mentale e la sanità pubblica combattono con risorse insufficienti, personale ridotto e strumenti spesso inadeguati. E allora ogni tragedia diventa anche il sintomo di un problema più vasto che la politica preferisce rimuovere, rifugiandosi nelle scorciatoie della propaganda.

Attribuire automaticamente tutto all’Islam o all’immigrazione non è un’analisi: è il modo più semplice e più miserabile per evitare di affrontare la complessità della realtà. Perché parlare di disagio psichiatrico, prevenzione, cure e assistenza significa interrogarsi seriamente sullo stato della sanità pubblica e sugli investimenti necessari per tutelare davvero la sicurezza collettiva.

Ed è qui che emerge un’altra clamorosa contraddizione. Quando il responsabile di un fatto gravissimo ha origini straniere, anche se cittadino italiano a tutti gli effetti, certa destra politica e social scatena immediatamente campagne feroci contro immigrati e seconde generazioni. Quando invece le vittime sono straniere o di colore e gli aggressori italiani, il silenzio diventa improvvisamente assordante. È accaduto anche nel caso del bracciante africano ucciso nel Tarantino da cinque balordi italiani: pochissime parole, nessuna mobilitazione indignata, nessuna ossessione identitaria, nessuna campagna rabbiosa sui social. Come se il dolore avesse un valore diverso a seconda del colore della pelle di chi muore.

Eppure, dentro questo scenario cupo, c’è anche un’altra immagine dell’Italia che meriterebbe più spazio. Quella delle persone che non sono fuggite. Cittadini comuni che hanno avuto il coraggio di intervenire mentre l’aggressore brandiva ancora un coltello dopo avere travolto i passanti. Tra loro anche due cittadini egiziani, padre e figlio, che insieme ad altri modenesi hanno contribuito a fermarlo, rischiando la propria incolumità per salvare vite umane.

Ed è forse questo il dettaglio che smaschera più di ogni altro la miseria del razzismo automatico di certe reazioni. Perché gli africani che salvano vite, che aiutano il prossimo, che si comportano da eroi silenziosi, raramente trovano spazio nei post rabbiosi o nei comizi costruiti sulla paura. Si preferisce usare il colore della pelle solo quando serve ad alimentare odio e consenso.

Va ricordata anche la vicinanza espressa dal presidente Sergio Mattarella alle vittime, ai loro familiari e a chi ha avuto il coraggio di intervenire.

Alla fine resta una verità semplice, che troppo spesso fingiamo di non vedere: la sicurezza pubblica non si difende con il razzismo, ma con la prevenzione, con la sanità, con l’assistenza sociale e con una società capace ancora di riconoscere nell’altro un essere umano prima che un cognome.

Cadetto di Guascogna

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