La settimana sportiva: l’analisi di Bari – Sudtirol

Il Bari e l’eterna condanna della speranza

C’è qualcosa di profondamente malinconico e quasi inspiegabile nel rapporto tra il Bari e il suo popolo. Ogni volta che la città si mobilita in massa, ogni volta che il tifoso torna a riempire il San Nicola spinto da una speranza disperata, da un’attesa febbrile di redenzione, quasi sempre arriva la delusione. È accaduto col Latina, col Cagliari, è accaduto ancora venerdì col Sudtirol, a Napoli 56 anni fa e tante altre volte. Non è statistica, è storia. Una storia talmente assurda da meritare forse una cattedra universitaria o una tesi di laurea in psicologia collettiva. Perché altrove gli stadi pieni trascinano le squadre alla vittoria e alla conquista dell’obiettivo; a Bari, invece, sembrano amplificarne paure e fragilità.

Vedere quasi trentamila persone dentro il San Nicola e appena ventuno tifosi altoatesini nel settore ospiti – probabilmente più distratti dagli aggiornamenti su Sinner al Foro Italico che dalla partita – è stato uno schiaffo al cuore. Ventuno persone che si sono sobbarcate oltre duemila chilometri tra andata e ritorno e il freddo minuscolo popolo altoatesino in TV con in tasca tre quarti di permanenza in Serie B. Bari invece era lì, con tutta la sua ansia, in TV e allo stadio coi suo amore malato, il suo bisogno quasi patologico di credere ancora a qualcosa. E ancora una volta è rimasta sospesa. Impotente.

E forse, amaramente, verrebbe quasi da consigliare ai tifosi di restarsene a casa in occasioni del genere, davanti alla televisione, lontani da quel peso emotivo che il San Nicola sembra scaricare addosso ai giocatori. Perché ogni volta che nasce entusiasmo, ogni volta che si coltiva una speranza – gioiosa o disperatamente salvifica – il Bari finisce quasi sempre per tradire le aspettative. Chissà se è paura, pressione, incapacità di reggere emotivamente certe partite o qualche altro meccanismo tortuoso che si annida nella testa dei calciatori. Limiti e lacune strutturali a parte. Ma non fa differenza., probabilmente anche con una squadra super avrebbe tradito le aspettative, figuriamoci con questi quattro scappati di casa arrivati a Bari grazie alle intuizioni geniali di Magalini per il quale non arrivare ai playoff, a Bari, non è un affare di stato. Fatto sta che a Bari accade spesso il contrario di ciò che succede nel resto d’Italia. E anche questo resta uno dei misteri biancorossi più incomprensibili.

Il problema è che questo Bari continua ad essere sempre uguale a se stesso. Dopo trentotto giornate di campionato era ingenuo aspettarsi improvvisamente un’altra squadra, come se i playout appartenessero a un altro sport o potessero cancellare nove mesi di limiti strutturali. Invece si è rivisto il solito Bari: timido, impacciato, senza gioco, senza personalità, incapace di mettere insieme due passaggi consecutivi. Una squadra che vive soltanto delle accelerazioni di Rao, di qualche episodio sparso, di una giocata casuale o di un pallone fermo. Troppo poco. Maledettamente troppo poco.

E allora torna quasi inevitabilmente alla mente Bertold Brecht: “Cattivi sono i tempi in cui si deve difendere l’ovvio”. Perché oggi bisogna perfino ribadire l’ovvio: da una squadra che si gioca la vita sportiva in casa, davanti a quasi trentamila spettatori, ci si aspetta coraggio, rabbia, personalità. E invece nel secondo tempo è stato il Sudtirol a mettere alle corde il Bari, pur essendo una squadra reduce da quattro punti in oltre due mesi. Il Sudtirol almeno ha mostrato un’identità, un’organizzazione, un’idea di calcio. Il Bari no. Il Bari è sembrato ancora una volta una creatura incompleta, uno sgorbio calcistico costruito male e corretto peggio.

Persino alcuni dettagli raccontano la differenza tra le due squadre. Gli altoatesini, pur con tutti i loro limiti, hanno dato la sensazione di sapere cosa fare in campo, di avere una struttura, una logica, perfino una serenità superiore, di essere, per farla breve, il solito Real Madrid. Ricordiamoci che ha tirato in porta ben 14 volte contro le 8 timide e non convincenti del Bari che giocava in casa. Il Bari invece si è smarrito ancora una volta dentro il proprio non gioco, incapace persino di chiudere la partita in forcing davanti al suo pubblico. E se il migliore in campo è stato Cerofolini, allora significa che lo 0-0 è stato quasi un regalo del destino.

Fa male dirlo, ma se si dovesse emettere oggi una sentenza basata su ciò che si è visto per un’intera stagione obiettiva e onesta, gli altoatesini meriterebbero la salvezza molto più del Bari. Perché il Bari continua a non guarire. E non si può pensare realisticamente che una squadra rimasta per nove mesi in terapia intensiva, quasi in coma profondo, possa improvvisamente risvegliarsi al novantacinquesimo del “Druso”. Longo non è riuscito a incidere davvero sul gioco, esattamente come prima di lui non ci erano riusciti gli altri. Si sono cambiati moduli, difese, uomini, ma il risultato è rimasto identico: una squadra fragile tecnicamente e soprattutto mentalmente. Bellomo, poi, continua col suo caratteraccio che gli ha fatto superare il record assoluto di cartellini giallo-rossi anche dopo dieci secondi dall’ingresso in campo. Va bene il cuore, l’anima, la baresità, però c’è un limite a tutto.

Certo, esiste il precedente di Terni, quando dopo un pareggio interno il Bari riuscì poi a straripare in trasferta. E a volte giocare fuori casa può persino aiutare, perché toglie pressione e restituisce ferocia. Ma quella era una squadra col coltello tra i denti con Benali, Maita e Sibilli. Questo Bari, invece, sembra avere più paura che fame.

Eppure il calcio resta irrazionale. Ed è qui che il tifoso del Bari continua ostinatamente a rifugiarsi. Nel mistero, nell’imponderabile, nell’episodio che gira bene, in un rigore fortunoso, in una punizione deviata, in un gol sporco al novantesimo. Perché se ci si affida a ciò che il campo ha raccontato finora, allora la retrocessione appare quasi inevitabile. Ma il calcio, si sa, conferma spesso il proverbio secondo cui “il pallone è rotondo” e dunque tutto può ancora accadere.

Verrebbe da pensare a Ovidio quando scriveva: “Perfer et obdura! Dolor hic tibi proderit olim”, ovvero “sopporta e resisti, un giorno questo dolore ti sarà utile”. Ma oggi è persino faticoso crederlo. Troppa è la stanchezza accumulata da una tifoseria che da anni alterna illusioni e schiaffi. E fin quando si dovrà attendere? Sono 15 anni di torture che qui a Bari stiamo vivendo. Direi che potrebbe bastare.

E tuttavia, come insegnava Leopardi, l’uomo è felice soprattutto nell’attesa, nell’illusione di ciò che potrebbe accadere. Forse è per questo che Godot non arriva mai: perché l’attesa, in fondo, è l’ultima forma di sopravvivenza. Utopia significa “luogo che non esiste”, ma anche luogo verso cui si continua a camminare. Ed è esattamente lì che oggi si trova il tifoso del Bari: in cammino verso qualcosa che forse non arriverà mai, ma che non riesce comunque a smettere di aspettare.

Novanta minuti ancora. Solo novanta più recupero. La ragione suggerisce pessimismo, il cuore pretende fede. E a Bari, da sempre, il cuore finisce quasi sempre per avere l’ultima parola.

Io che spero giornalisticamente di scrollarmi di dosso l’etichetta del tifoso-giornalista giusto per apparire equilibrato e super partes, del resto siamo una colonia di tifosi giornalisti qui a Bari, e non so se ne sono capace pur essendo molti tifoso, tuttavia come sempre a diffrenza dei rassegnati, pur con la consapvolezza di nutrire poche e fievoli speranze, riprendendo Brecht, mi siederò al “Druso” (o sulla scrivania del mio studio, vedremo mia madre cosa mi permetterà di fare) dalla parte del torto visto che tutti gli altri sono già tutti prenotati.

Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari

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