Avere il coraggio della verità, usare la propria voce finché la si possiede, senza nascondersi dietro i “non detti”, per ridefinire il significato stesso dell’essere vivi: proiettato a Bari “Il mondo può fare a meno di me”, l’essenziale docufilm di Francesco Marano che ha come protagonista assoluta Silvana Kühtz

Ho assistito alla proiezione del docufilm “Il mondo può fare a meno di me” di Francesco Marano, interpretato da Silvana Kühtz.

L’opera, una sorta di lettera – testamento, affronta la fragilità umana, senza protezioni narrative, senza consolazioni facili e senza indulgere nel sentimentalismo. Il docufilm sceglie una forma rara di sincerità: osserva il dolore nella sua quotidianità concreta, nella sua persistenza silenziosa, nella sua capacità di modificare il rapporto tra il corpo, il tempo e il linguaggio.

Al centro dell’opera, che ha come protagonista assoluta la poetessa Silvana Kühtz e la sua vicenda di vita, c’è una riflessione profondissima sulla parola. Parlare significa esistere, dare forma ai pensieri, renderli attraversabili. La parola viene celebrata come un atto di libertà, quasi una liberazione interiore: ciò che riesce a essere nominato smette di soffocare nel buio della coscienza ed è per questo che la voce è una “crepa di luce”. Ciò posto risulta evidente che, di conseguenza, il venir meno della possibilità di esprimersi con la propria voce produca un senso di prigionia e di insufficienza, che il film restituisce con estrema lucidità; senza di essa l’essere umano diventa “terra oscura, dove tutto frana”.

La regia di Francesco Marano evita ogni retorica della guarigione e ogni forma di ottimismo obbligatorio. Non c’è spazio per le frasi consolatorie o per la banalizzazione della sofferenza attraverso il mito del “pensiero positivo”. Il film compie un gesto molto più radicale: accetta l’esistenza dell’irreparabile. Ed è proprio questo confronto con ciò che non può essere corretto o risolto a generare una tensione filosofica potentissima. La mutata condizione di salute non viene trasformata in metafora edificante; resta una presenza reale che costringe a ridefinire il significato stesso dell’essere vivi.

Nel cuore di questa esperienza dolorosa, emerge continuamente il quotidiano. Gli odori della casa, il gesto di stendere il bucato, una tavola preparata, il giardino da curare: tutto ciò che normalmente appare marginale acquista una densità assoluta, perché il quotidiano, con la sua banalità, è il luogo dove emerge il “mettercela tutta” per essere sempre dentro le cose e il film ci mostra così un mondo nitido, quasi sacro nella sua semplicità, narrato attraverso i cinque sensi.

Anche il rapporto con gli altri viene osservato con una sincerità spiazzante. La sofferenza crea distanza, mette in crisi chi resta accanto, obbliga tutti a confrontarsi con la propria paura. Non c’è eroismo, ma una vulnerabilità reciproca che il docufilm racconta con grande durezza. Da qui nasce anche la richiesta più forte che attraversa l’opera: usare la propria voce finché la si possiede, non nascondersi dietro i “non detti”, avere il coraggio della verità, di dire chiaramente quali sono i “nodi che stanno nelle vite delle persone”; di parlare, anche solo per confessare che della vita delle persone “non ce ne frega niente”.

La scrittura e la costruzione visiva mantengono sempre una straordinaria lucidità. Il dolore non cancella il pensiero; al contrario, lo rende più essenziale. La poesia, l’arte e la memoria diventano strumenti per restare umani, per continuare a dare un senso all’esperienza anche quando il senso sembra sfuggire.

Il docufilm credo suggerisca l’idea di un dialogo ideale con la grande tradizione esistenzialista europea: la consapevolezza della solitudine, dell’assurdo, della precarietà che  non conduce al nichilismo, ma a una forma più intensa di presenza. Vivere significa continuare a guardare in faccia la realtà senza mentire a se stessi, scoprire che l’intensità della vita non derivi da una vittoria finale – nessuno sopravvive – ma dalla rivolta costante contro l’ingiustizia del dolore e dalla possibilità di urlarla, anche da muti.

In fondo, anche i “fiori recisi hanno bisogno di acqua”; anche i fiori recisi sono ancora vivi.

Vicky Berardinetti

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