
Diretto da David Frankel (della sua regia nulla più si può dire) Il Diavolo veste Prada 2 è un film che contiene numerose chiavi di lettura. La noia, la mediocrità, lo scarso uso della parola come veicolo di pensieri un po’ meno che infantili o un po’ meglio di un dialogo da tredicenni che si occupano di qualcosa che non li impegna troppo.
Una copia patinatissima e, questo va segnalato, elegantissima del primo che, con tutti i limiti di quell’operazione, rappresentava una realtà di violenza e sopraffazione poco evidenziata (volutamente) ma finalmente illuminata. Più che “Il Diavolo Veste Prada” era “Sotto Il Vestito Il Diavolo”.
La seconda puntata, con la maledizione dei secondi arrivati, rappresenta una riedizione della prima solo che vuol essere aggiornata. Ecco che l’assistente di Miranda non è più un’obbediente ragazza priva di una propria personalità amante dei tacchi alti più di sé stessa ma una tostissima plurilaureata che le dice cosa non si può dire (no body sheming, no cattiveria, only correct). La seconda assistente è un maschietto frustrato e schiavizzato dalla prima assistente (come succedeva prima) e la cantante non è più Madonna, amata, ma Lady Gaga, odiata. Insomma, una lucidata dell’argento vecchio che brilla come SE fosse nuovo ma in realtà riciccia. Le nostre protagoniste si muovono con consumato mestiere nei ruoli che già interpretavano nella prima puntata con la perfetta sincronia, non solo nell’audio, dei loro doppiatori. E’ doveroso citarli: Maria Pia Di Meo: Miranda Priestly. Connie Bismuto: Andrea “Andy” Sachs. Francesca Manicone: Emily Charlton. Gabriele Lavia: Nigel Kipling
Stanley Tucci, che senza Gabriele Lavia forse non sarebbe lo stesso (provate a sentire l’originale), non merita la marginalità del ruolo per l’impeccabile, non solo nel vestire, recitazione e la funzione che nella storia sembra avere. Senza sbavature ma, purtroppo va detto, senza mai veramente brillare.
Bravissima Emily Blunt che lavora sempre sopra le righe interpretando una figura femminile così comune nel modo della televisione e, da quel che si può dedurre, in quello della moda. Determinata e volitiva, del tutto priva di scrupoli e morale, ha come unico obiettivo apparire ed arricchirsi senza l’ironia che in altri tempi aveva circondato il femminino rappresentato da questa figura (se vi capita date una riguardata a “Come Sposare un milionario” anche loro erano tre modelle). La Blunt è un’attrice eclettica e anche qui riesce a dimostrare la sua innegabile bravura.

Anne Hataway ha il ruolo di Alice nel paese degli orrori, che molto male le calza. Si muove, bisogna dire, con incredibile naturalezza nell’indossare gli abiti. Mai sbagliati nel suo caso. Ha gli occhioni semplici della ragazza appena arrivata dall’america profonda nella grande mela. Eppure, dice lei, in questi anni ha girato il mondo alla ricerca di notizie ed eventi su cui scrivere. Il ruolo è oggettivamente incongruo anche rispetto al numero uno. Visto che l’originale finiva con la coscienza della prevalenza della sostanza sulla forma (che conta e accidenti se conta) non si riesce a capire come questo sia sparito a meno di non considerare che i buoni articoli (non questo) non li legge nessuno (c’è anche questa spennellata nel film). Anne può, e ha fatto, molto di più.
Meryl Streep è sempre lei. Perfetta nel rappresentare l’egotismo immobile nel vestire nel gesto e nell’atteggiamento vitale. La volontà e la considerazione di essere eterna. Il ritenere di essere l’unica e l’insostituibile. E’, come tutti sanno, la caratteristica dei dittatori che hanno e stanno distruggendo il mondo. E’ Donald Trump, è Netanyau, è il ritenere se stessi meglio di tutti gli altri, quindi, per ciò stesso circondarsi di persone adoranti (Andy e Nigel) privi di critica nei confronti del Capo. Del tutto votati al suo volere ed al suo futuro, per lui disposti anche a sacrificare il proprio. In questo la nostra regina si muove con precisione ma, forse perché tanto lontano da lei, senz’anima. La recitazione è tecnica ma piatta. Finta, senza alcuna compartecipazione al personaggio.
La colonna sonora di Lady Gaga è performante ma, in tutta onestà non arriva a Madonna che, in questo caso si, ha creato un pezzo iconico per la moda. Di questo, guardatevi anche la clip, non rimane nulla o quasi in testa. Un po’ come i tessuti delle magliette. Sintetico e alla fine non si può recuperare nulla. Solo incenerire.
Dei vestiti, perno e motivo del film, nulla. Gli stilisti sempre ad un ottimo livello (a parte La Streep vestita in pantaloni e giacca nera con i lustrini. Le stava meglio la pelle dell’orso) e fa piacere che la moda e le creazioni italiane siano sempre evidenziate.
La fotografia è gestita con tutta la capacità tecnica oggi presente. I droni girano su una Milano notturna, bella pulita, senza sbavature. Quando il drone decolla in verticale per inquadrare la sfilata di moda a Brera, l’immagine rossa a cono ricorda tanto ‘l’iconica’ bottiglietta di un aperitivo. Più che una Milano da bere, una Milano da ‘bitter’.
Marco Preverin