Una vita senza rete: Sigfrido Ranucci ha trascinato il pubblico della Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari nel vortice del grande giornalismo d’inchiesta con “Diario di un Trapezista – Ritratto privato di un giornalista resiliente”

Ho maturato la convinzione che tutte le persone che ho incontrato nella mia vita hanno avuto un compito, coloro che sono andate via è perché quel compito l’ avevano portato a termine. Tutte si sono portate un pezzo di me e mi hanno insegnato qualcosa, anche a non essere come loro.” (Sigfrido Ranucci)

3 maggio 2026. Giornata mondiale della libertà di stampa.

Non vi poteva essere contesto migliore per l’andata in scena, al Teatro Petruzzelli di Bari, del testo – adattamento “Diario di un trapezista – Ritratto privato di un giornalista resiliente” di Sigfrido Ranucci, ispirato al suo libro “La scelta”.

Un’ora e quaranta di “one man show “, durante la quale lo spettatore viene trascinato, fino alla completa immedesimazione, nel complesso e delicato “gioco”, se così si può chiamare, della vita del giornalista d’inchiesta, sempre alla ricerca della Verità, con un’attenzione all’equilibrio, che può diventare salvezza e via di fuga, come è l’arte del trapezista abituato all’esercizio senza rete.

Un percorso – cavalcata tra fatti della cronaca internazionale e nazionale, scandito dalla splendida voce narrante e recitante di Stella Gasparri, che si intreccia con la testimonianza diretta, a tratti intima e dolente, dello stesso Ranucci.

Sullo sfondo il susseguirsi di immagini, di foto e le straordinarie opere di Danilo Mauro Malatesta, tra le quali – su tutte – la Pietà capovolta, dove Cristo tiene tra le braccia l’umanità.

Ranucci si erge come una “sentinella”, all’ ascolto delle cronache, che siano di guerre o di malaffare, con i sensi sempre all’erta.

Questo – ci racconta – è il giornalista: chi esprime con il suo lavoro, la sua ricerca, il senso profondo dell’etica di una scelta, di un preciso posizionamento rispetto a quale parte stare, cosa e come raccontare, portandosi addosso gli “odori” di quello che vede e documenta.

Ed ecco il pathos del racconto che inizia con le citazioni dei 30 giornalisti uccisi in Italia, dei 300 free lance uccisi a Gaza. Poi il ricordo degli incontri che sono stati determinanti per la vita professionale di Ranucci. Uno su tutti, quello con Roberto Morrione, direttore di Rai News 24.

Inizia così la storia di Ranucci, inviato nel 2001 a New York dopo l’11 settembre, al cospetto di quel cratere, di fronte alla polvere di una gioielleria distrutta, immagine potentemente simbolica del lusso che cede alla violenza e alla morte, e poi inviato alla ricerca delle guerre, di quelle che non “si devono vedere”.

Lo spettatore viene inchiodato dalle immagini durissime della battaglia di  Falluja in Iraq, nel novembre 2004, e dal racconto di un’inchiesta che mise Davide contro Golia, che appurò l’uso del terribile fosforo bianco da parte degli USA, venuto fuori dopo reticenze e grazie alla pressione ed al coraggio di un uomo, di una redazione, di un direttore che non vollero mollare.

Poi arrivano i tempi di Report, delle tante inchieste, politiche ma non solo, della storia, fra le tante, del crack Parmalat, e delle sue scoperte che restituirono al mondo un immenso patrimonio artistico, delle minacce , dei condizionamenti pesanti alla vita privata dell’uomo Sigfrido e della sua famiglia.

Ranucci, poi, ci consegna i suoi ricordi più privati e più intimi quando parla dei suoi  genitori: del papà, sottufficiale della Guardia di Finanza, cui deve il senso profondo della giustizia, e della mamma maestra, grazie alla quale ha esercitato il dono della memoria, fondamentale per il lavoro che si è “scelto”.

Una narrazione, quindi, tutta incentrata sul senso e sul valore della scelta, con il rimando all’etimologia della parola (da ex-eligere, selezionare , eleggere), sull’etica, sulla responsabilità, mai disgiunti da una profonda empatia per una umanità spesso marginalizzata, come emerge dal ricordo di Mike il vagabondo detto “vedo vedo”, un’ umanità la più varia spesso determinante per l’accertamento dei fatti (il tassista, la producer svizzera insonne, la professoressa), con la tangibile manifestazione di un senso di gratitudine da parte del “trapezista”.

Adesso spetta a noi abbandonare il ruolo di spettatori e “scegliere“ da che parte stare.

Lilli Arbore
Foto di Clarissa Lapolla photography
dalla pagina Facebook della Fondazione

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