
Dal 7 agosto al 1° novembre 2026, Monopoli torna a trasformarsi in un grande paesaggio creativo a cielo aperto. Con l’undicesima edizione di PhEST – il festival internazionale di fotografia e arte – la città diventa per tre mesi un luogo attraversato da immagini, visioni e storie che dialogano con il presente e si spingono oltre.
Non è solo un festival, ma un’esperienza diffusa: mostre, incontri, progetti speciali e residenze d’artista ridisegnano gli spazi urbani e culturali, invitando il pubblico a perdersi tra le strade e a scoprire nuovi sguardi sul mondo. Il racconto prende vita fin dai giorni inaugurali – 7, 8 e 9 agosto – quando Monopoli si accende e rivela il cuore pulsante di PhEST.
In oltre dieci anni, il festival ha costruito un percorso di crescita impressionante: più di 250 mostre, oltre 400 artisti internazionali, migliaia di opere e un pubblico che ha superato 1,5 milioni di presenze. Numeri che non sono solo traguardi, ma tracce di una comunità sempre più ampia, che riconosce in PhEST un punto di riferimento per la fotografia e l’arte contemporanea.
A guidare questa visione resta una squadra affiatata: la direzione artistica di Giovanni Troilo, la direzione organizzativa di Cinzia Negherbon, la curatela fotografica di Arianna Rinaldo e quella per l’arte contemporanea di Roberto Lacarbonara. Accanto a loro, tornano anche i formati più amati: le letture portfolio gratuite, le visite guidate con gli artisti, i progetti speciali e le residenze che intrecciano arte e territorio.
What if? — immaginare oltre
Il tema del 2026 è una domanda semplice e radicale: What if? – e se?
Un invito a sospendere ciò che diamo per certo e ad abitare lo spazio del possibile. PhEST esplora mondi alternativi in cui identità, storia, tecnologia e natura si trasformano, si sovrappongono, si reinventano. Non si tratta di evasione, ma di uno sguardo critico sul presente: immaginare diventa un atto necessario per comprendere il tempo che viviamo.
What if? apre scenari, genera fratture, suggerisce nuove prospettive. È una domanda che non cerca risposte definitive, ma alimenta visioni.
Un festival che ascolta
Per la prima volta, PhEST invita la propria community a entrare nel processo creativo con la call to action “What if PhEST…?”. Un sondaggio aperto che trasforma il pubblico in protagonista, chiamato a condividere idee, desideri e suggestioni sul festival che verrà.
Un gesto semplice ma potente: trasformare una domanda in dialogo, e il dialogo in possibilità.
Nuovi sguardi: la Pop-Up Open Call
Tra i momenti più attesi torna la PhEST Pop-Up Open Call, realizzata con LensCulture e PHmuseum, con il sostegno di Università degli Studi di Bari Aldo Moro e Fujifilm Italia.
Negli anni è diventata una vera finestra sul mondo, capace di intercettare talenti emergenti e nuove direzioni della ricerca visiva. L’edizione 2026, in sintonia con What if?, invita artisti e fotografi a esplorare ciò che ancora non esiste, a raccontare possibilità, deviazioni, futuri.
Fotografia, video, illustrazione, collage, animazione – e per la prima volta anche cortometraggi: ogni linguaggio è benvenuto. La call, gratuita e aperta a tutti, sarà attiva dal 29 aprile al 13 maggio 2026.
Abitare il paesaggio: la residenza
Nel 2026, la residenza artistica di PhEST accoglie Sara Angelucci, che svilupperà il suo progetto nella Riserva Naturale di Torre Guaceto.
Un luogo sospeso, ricco di biodiversità, dove natura e memoria si intrecciano. Qui l’artista osserva da vicino il mondo vegetale, esplorando i processi di trasformazione e rigenerazione del paesaggio. Le sue immagini – realizzate attraverso scansioni notturne ad altissima definizione – rivelano microcosmi invisibili, intrecci di specie e storie che parlano di migrazione, identità e relazione con l’ambiente.
Il progetto sarà presentato in anteprima durante il festival.
Nato nel 2016, PhEST è oggi molto più di un festival: è uno spazio in cui fotografia, cinema, musica e arti visive si incontrano per raccontare il Mediterraneo e le sue infinite identità. Un luogo in cui le immagini non si limitano a mostrare il mondo, ma lo interrogano, lo mettono in discussione, lo immaginano diverso.
E, soprattutto, lo aprono al possibile.
Daniele Milillo