
Al Palatour di Bitritto è andata in scena “Buongiorno Ministro”, la brillante commedia ispirata all’opera di Jordi Galceràn, costruita su equivoci, colpi di scena e una satira politica che, pur scegliendo il registro leggero, non rinuncia a una vena corrosiva e dove la presenza di Enzo Iacchetti si riconosce nella capacità di far convivere il meccanismo farsesco con un sotto-testo amaro: il potere non è mai innocente e nemmeno il desiderio di uscirne puliti lo è davvero.
Al centro della vicenda c’è un ministro travolto da uno scandalo, fortemente minimizzato, che incarna tutta la logica del do ut des: il favore come moneta, il compromesso come linguaggio naturale della politica, la sopravvivenza come unica morale. Persino il presunto desiderio di suicidio appare svuotato di autenticità, quasi una posa, un gesto incompleto e teatrale, al punto da trasformarsi in ulteriore parodia dell’incapacità di assumersi fino in fondo le conseguenze delle proprie azioni.
La commedia, con la sottile ironia di Enzo Iachetti, ammicca all’ ordinaria oscenità della politica, anche nostrana, dove lo scandalo non decreta una fine, ma paradossalmente può diventare trampolino di rilancio. In un passaggio particolarmente riuscito, si “suggerisce”, comicamente, che in politica più si è compromessi, più si acquisisce peso negoziale, fino a rendere plausibile la scalata alla segreteria di partito, proprio grazie al clamore mediatico. Non ci si dimette, per dimettersi, semmai, occorre perdere, almeno un referendum.
Ma ridurre “Buongiorno Ministro” a semplice satira politica sarebbe limitante. La vera cifra dello spettacolo è l’ambiguità, trattata non come artificio, ma come struttura narrativa. Tutto è opaco, mobile, scivoloso e, per ciò, “inaffidabile”. Nessuno sembra occupare una posizione “morale” stabile. Oltre al ministro, un giornalista che dovrebbe cercare la verità, la usa per scopi privati; un avvocato, uomo di legge per definizione, si rivela invece il regista occulto di una messa in scena fondata sull’inganno.
Anche i personaggi femminili partecipano pienamente a questo gioco di maschere. La donna che dice di vivere in una condizione quasi claustrofobica, stretta tra precarietà economica, violenza domestica e responsabilità familiari, non viene mai ridotta a semplice vittima, perché la “vittima” inganna e manipola a sua volta. Il testo le restituisce una densità che la rende capace di muoversi tra vulnerabilità e pragmatismo. Perfino quando sembrano affiorare sentimenti autentici, attrazione, desiderio di ricominciare, bisogno di essere finalmente riconosciuti, resta sempre il dubbio: chi sta recitando? Chi manipola? Chi, magari senza rendersene conto, finisce manipolato? Impossibile decifrarlo.
È proprio questa sospensione continua a rendere la commedia interessante oltre la superficie brillante. Lo spettatore non ha mai la comodità di una lettura univoca: i margini restano volutamente sfumati e la domanda “chi ha fregato chi?” accompagna l’intera visione fino al finale.
Dal punto di vista interpretativo, la sostituzione di Carlotta Proietti (attesa originariamente in cartellone), a causa del noto lutto familiare che l’ha colpita, con Antonella Civale si rivela comunque ben gestita. La Civale porta in scena, insieme ad uno Iachetti assolutamente a suo agio nel ruolo del ministro, un’energia concreta, meno iconica, ma comunque aderente al ruolo dello spettacolo, e contribuisce a rendere il suo personaggio credibile proprio nella sua indecifrabilità emotiva. La sua presenza scenica evita il rischio della caricatura ed esprime bene il non detto.
Il ritmo generale tiene, sostenuto da dialoghi brillanti e da una costruzione che alterna leggerezza e cinismo. Alcuni passaggi risultano volutamente sopra le righe, come certe derive grottesche attorno al ministro e ai suoi goffi tentativi di controllo, quando in realtà non riesce a gestire neppure “Alexa”.
In definitiva, “Buongiorno Ministro” diverte senza essere innocuo. Dietro il meccanismo della commedia degli equivoci, mette in scena un mondo in cui verità e apparenza si contaminano continuamente, dove persino l’amore sembra negoziazione e la sincerità una categoria guardata con sospetto. È una commedia dove politica e ambiguità sul palco si tengono per mano, ben illuminate e riconoscibili, mentre nella vita reale giocano a nascondino così bene che, alla fine, la realtà riesce persino ad essere più assurda della finzione.
Vicky Berardinetti