L’affresco di una società bambina che confonde la gioia con il dolore e la vita con la morte: al Pacta Salone di Milano è andata in scena “Radium Girls, la vera storia delle ragazze al radio”, la coinvolgente pièce di e con Nicola Bizzarri e Sabrina Corabi

L’essenza stessa della vita. Previene la pazzia, stimola le emozioni nobili, ritarda la vecchiaia e crea una splendida, lieta vita giovanile: così scriveva della radioattività l’American Journal of Clinical Medicine.

Ero molto curiosa di vedere “Radium Girls, la vera storia delle ragazze al radio“, scritto diretto e interpretato da Nicola Bizzarri e Sabrina Corabi, e non sono rimasta delusa. Plauso al Pacta Salone di Milano per l’ennesimo spettacolo coraggioso, in un momento nel quale si richiedono posizioni nette e voci ferme. Un argomento che pochi conoscono, quasi un “effetto collaterale” sulla via del Progresso, ma con un impatto imprevedibile e imprevisto sulla società non solo americana del “Yes we can”, ma a cascata sull’intero mondo del lavoro.

Nicola Bizzarri e Sabrina Corabi dipingono l’affresco di una società bambina, dove l’entusiasmo era di casa e ogni giorno sembrava foriero di scoperte e possibilità di ricchezza.  Insomma, una tipica giornata americana. La scenografia di Loredana Mazzoleni (come i costumi) è evocativa della fabbrica e del mortale fascino luminescente della radioattività. La musica di Francesco Rampichini accompagna e sottolinea con ferma discrezione il racconto, traducendo i sentimenti in note e silenzi.

La storia è raccontata dalla coraggiosa e lucida Grace – Sabrina Corabi. Una ragazza piena di sogni e speranze per il suo futuro. Una donna che non si arrenderà davanti all’inevitabile destino ed anzi  gli strapperà ogni giorno, ogni attimo perché la sua morte non sia vana, trasformandosi così in  un simbolo per le generazioni a venire. Corabi ci ha regalato un’interpretazione pienamente convincente sia quando rivive Grace sia quando si trasforma nella “Vanna Marchi emiliana” incarnando perfettamente l’orgia di ignorante follia di una giovane società capitalista che finge di guardare ma vede solo il profitto. Nicola Bizzarri è un degno contraltare, sia nei panni del “fidanzato innamorato”, sia in quelli dell’ “allocco, sempliciotto” spalla della rampante commerciante nostrana. Un doppio registro, un doppio quadro narrativo riassumono perfettamente un unico  clima…

La storia è presto detta.
1898 Marie e Pierre Curie scoprono il radio e il mondo si illumina. Si trattò di una scoperta innovativa non solo per il mondo della chimica e della fisica, ma anche per l’industria e quando l’uomo sente odore di soldi, perde completamente il controllo della sua parte umana e si trasforma, come un novello Frankenstein, nell’uomo profitto.

1917 New Jersey. La U.S. Radium Corporation assume centinaia di ragazze per lavorare con una innovativa vernice luminescente, l’Undark. Le giovani donne dovranno umettare con le labbra i pennelli intinti di “miracoloso” radio e dipingere i quadranti degli orologi destinati alle truppe. Nessuna di loro viene avvisata del pericolo, ma già gli scienziati usavano schermature per manipolare il pericoloso metallo e Marie Curie aveva sottolineato in più occasioni la possibile pericolosità di questo “incredibile metallo”.

In quegli anni, il radio diventa la panacea per ogni cosa. Finisce nei rossetti e nelle creme per il viso, nei dentifrici e perfino nel burro, nel latte e nei ricostituenti. I “ruggenti anni ’20” si traducono negli Stati Uniti in una serie di scoperte che furono accolte come “miracolose”. R. Drew inventa il nastro adesivo, A. Fleming scopre la penicillina, F. Whittle crea il motore a reazione. Cinema, musica, radio, televisione rivoluzionarono la percezione sociale ed inaugurarono una nuova Era, dipinta dallo stesso Kodak grazie alla sua pellicola cinematografica a colori.

Tutto sembrò a portata di mano, tutto sembrò possibile tranne i diritti dei lavoratori, dell’infanzia che ancora non esisteva nel panorama psicologico e sociale di nessuno e, nemmeno a dirlo, delle donne. Insomma, nulla di nuovo sotto il sole!

Dopo l’euforia dei primi tempi, la gioia fanciullesca di dipingersi le unghie e il viso, gli abiti e le labbra con l’ Undark, le ragazze iniziano ad ammalarsi e poi a morire.

La prima, Amelia Maggia, 24 anni e tanti sogni. Necrosi della mascella, radio diffuso nelle ossa, perdita di denti, insomma una morte atroce da radiazioni. Qualcuno si stupisce a sapere che la sua morte venne archiviata come  “morte per sifilide”, macchiando così la rispettabilità di una donna che, certo, valeva meno dell’onorabilità lucrosa di una fabbrica? Le “ragazze al radio” pagarono un prezzo altissimo il loro desiderio di emancipazione ma, allo stesso tempo, diedero alla società un’eredità imperitura e, grazie al loro coraggio, entrarono nella Storia della lotta per i diritti di lavoratori e lavoratrici. Cinque di loro fecero causa alla ditta e, dopo anni di lotta, quando ormai erano stremate e malate irreversibilmente, patteggiarono. Moralmente però la causa fu vinta, la strada della lotta per i propri diritti era tracciata.

Quest’opera non può che essere percepita e raccontata come un rispettoso omaggio alle cinque donne che ebbero il coraggio e la forza di affrontare un colosso industriale come la U.S. Radium Corporation, in tempi nei quali le donne stavano conquistando il diritto di voto (ratificato in alcuni stati degli USA nel 1920) ma ancora faticavano ad avere, in famiglia, quello di parola.

Grace Fryer, Edna Hussman, Katherine Schaub e le sorelle Quinta McDonald e Albina Larice. Grazie.

 Manuela Composti
Foto di Marco Baragallo

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2 commenti su “L’affresco di una società bambina che confonde la gioia con il dolore e la vita con la morte: al Pacta Salone di Milano è andata in scena “Radium Girls, la vera storia delle ragazze al radio”, la coinvolgente pièce di e con Nicola Bizzarri e Sabrina Corabi

  1. Francesco Rampichini Rispondi

    Grazie alla bella penna di Manuela Conforti che coglie con attenzione e sensibilità i nuclei scenici e narrativi dello spettacolo.

  2. Sabrina Corabi Rispondi

    Grazie per avere così ben descritto il senso del nostro lavoro, per aver colto l’essenza dei personaggi e per l’apprezzamento.

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