La settimana sportiva: l’analisi di Bari – Entella

Bari, tre punti sotto tutela divina

C’era un tempo in cui il Bari poteva anche inciampare nei propri limiti, ma almeno conservava la dignità di chi cade combattendo. Oggi, invece, si ritrova a mendicare sopravvivenza contro una Virtus Entella qualunque – una squadra per la quale, per definizione, la B è già un vanto (per parafrasare Aurelio De Laurentiis) e sempre per definizione deve lottare imperitura per non retrocedere in C e, dunque attendendosi una sconfitta a Bari che sarebbe nella lucreziana naturale delle cose – dentro una stagione che pare scritta non da un cronista sportivo ma da un aruspice ubriaco, uno di quelli che nell’antica Roma cercavano il futuro nelle viscere degli animali e probabilmente, davanti a questo Bari, avrebbe restituito il fegato al mittente.

Eppure questa partita andava vinta. Non per bellezza, non per gioco, non per orgoglio estetico, ma per pura necessità biologica. Il Bari lo ha fatto nel solo modo che ormai conosce: senza dominare, senza convincere, senza costruire davvero, soffrendo, con la paura addosso, con l’incapacità di alleggerire e di prendere fiato colpendo e affondando i tifosi deboli di cuore non abituati a vedere la propria squadra a due giornate dal termine lottare per la retrocessione in C, perchè venerdì dopo oltre quarant’anni si è assaporato questo gusto amaro e ansioso. Perchè una cosa è retrocedere dalla A alla B (ci sta) un’altra è retrocedere dalla B alla C per propri meriti, L’ultima volta fu a Venezia ma quello era un Bari combattivo, pugnace, che lottava e che, forse, non avrebbe meritato la retrocessione, poi andando ancor di più dietro ci fu la retrocessione del Bari di Radice nel 1983 e anche quella con un Bari dallo spirito diverso da questo Bari incolore.

Solite dieci-quindici pallonate in faccia degli ospiti modesti a Cerofolini, un tiro e mezzo del Bari, due gol. Il lampo di Moncini, centravanti vero in una squadra che spesso lo lascia a predicare nel deserto, e poi il raddoppio di Maggiore subentrato da pochi minuti nel finale, quasi a mettere il sigillo su una gara mai realmente governata.

Il San Nicola, vuoto come raramente lo si era visto, ha assistito a una vittoria pesantissima e insieme malinconica. Tre punti di platino, certo, ma dentro una partita sporca, nervosa, tremolante. Il Bari non può permettersi di asfaltare nessuno: deve vincere così, con l’affanno, con gli episodi, con la buona stella, forse con qualche nume tutelare appostato tra la curva e il cielo basso di una stagione devastante.

Poi c’è Verreth. Il suo gesto resta esecrabile sul piano sportivo: una reazione folle, inaccettabile, da condannare senza attenuanti e da sanzionare pesantemente anche in società, perché in una partita così non si lasciano soli i compagni. Naturalmente resta intatto il rispetto per l’uomo, colpito dalla tragedia immensa della morte del figlio, davanti alla quale il calcio deve solo togliersi il cappello e tacere. Ma il campo, purtroppo, non perdona. Non ne parliamo, poi, del suo apporto alla squadra durante il campionato da uno dei giocatori centrocampisti che sulla carta doveva essere un punto forte ed invece si è rivelato uno zero spaccato. E quell’espulsione poteva trasformare la partita nell’ennesimo psicodramma.

Invece l’Entella, pur spingendo, non ha avuto la qualità per colpire davvero. Cerofolini ha tenuto in piedi la baracca, confermandosi uno dei pochi a portare punti reali a questa squadra. Poi l’espulsione di Guiu ha rimesso i numeri in equilibrio: non undici contro undici, ma dieci contro dieci. E paradossalmente, anche in parità numerica, il Bari ha continuato a tremare, arretrare, soffrire, come se ogni pallone fosse una sentenza. Questo resta il dato più inquietante: una squadra che non sa respirare, non sa gestire, non sa sentirsi padrona nemmeno quando il risultato le sorride.

La vittoria è ossigeno, ma non cura la malattia. Questa squadra resta fragile, povera, impaurita, coerente con una classifica che non mente. Per ciò che si è visto durante l’anno, la retrocessione diretta non sarebbe stata uno scandalo: sarebbe stata la conseguenza naturale di una stagione sbagliata in estate, rattoppata male a gennaio e vissuta spesso senza anima, senza appartenenza, senza quel fuoco minimo che una maglia come quella del Bari dovrebbe pretendere.

Eppure il Bari è ancora vivo. Male, ma vivo. Gli basterebbe un punto a Catanzaro per agganciare i play-out, che già rappresenterebbero il massimo possibile dopo questo campionato disastroso. Esiste perfino una remota combinazione per la salvezza diretta, ma lì siamo più nel campo dell’oroscopo che della classifica: servirebbero incastri, coincidenze, pianeti allineati, Battiato e le sue geometrie imprevedibili, i codici di geometria esistenziale, forse Mercurio non retrogrado e San Nicola in servizio straordinario.

Il Catanzaro, ormai quinto e proiettato ai play-off, potrebbe anche preservare qualche titolare, tirare il fiato, concedere qualcosa. In teoria sarebbe una strada aperta. In teoria qualunque squadra, dalla prima all’ultima necessitante dei tre punti per raggiungere un proprio obiettivo, andrebbe al “Ceravolo” con la convinzione di sbancarlo. Il problema è che quella squadra si chiama Bari. E questo Bari non ispira fiducia nemmeno quando il destino gli apparecchia la tavola.

A Catanzaro servirà meno Euclide e più Marte, dio della guerra. Guerra sportiva, naturalmente: nervi, sudore, coraggio, cattiveria agonistica, intelligenza. Non schemi miracolosi, perché questo Bari non ha mai dato l’idea di poterli reggere. Servirà stare dentro la partita, non sparire. Servirà non presentarsi con quelle facce truci e svuotate, con gli occhi persi tra cuffie, telefoni e nuvole di malinconia, scene a cui ci hanno abituato quando scendono dal pullman o quando entrano negli spogliatoi, quasi che la sofferenza di una città fosse un fastidio collaterale.

Nel post-gara ha parlato solo Di Cesare, e gli fa onore. Ma sembrava quasi “Tanto pe’ cantà”, perché il resto è silenzio. La società tace, e forse è meglio così: a volte le parole, se non hanno carne e responsabilità, servono solo a irritare di più.

Ora resta Catanzaro, nel giorno di San Nicola taumaturgo. Nel 1087 le sue reliquie furono traslate da Myra a Bari; venerdì basterebbe traslare almeno un punto dalla Calabria alla Puglia. Se poi il miracolo dovesse essere più largo, e arrivasse addirittura una vittoria con salvezza diretta, allora non parleremmo più di calcio ma di agiografia. Anzi di “calgiografia” volendo coniare un nuovo termine che non esiste su alcun vocabolario.

Per ora teniamoci questi tre punti, senza enfasi e senza illusioni. Sono vita, ma dentro l’agonia. Sono speranza, ma dentro una stagione che ha fatto male. Il Bari può ancora salvarsi. Se accadrà, non sarà un trionfo: sarà un miracolo. E, forse, il più improbabile dei miracoli è proprio quello che San Nicola ascolta meglio. Non dimentichiamo i miracoli già avvenuti: a Piacenza il 9 maggio 2009, quello di Terni a San Nicola trascorso e quello di venerdì: confidiamo in un quarto. “Sanda” Nicola, insomma, pensaci tu. O al limite che deleghi qualche altro, anche San Sabino andrebbe bene visto che è il suo vice.

Massimo Longo
Foto di @SSC Bari

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