
Presentato nel foyer del Teatro Petruzzelli di Bari il volume a cura di Dinko Fabris e Michela Grossi “Prove d’orchestra. Nino Rota e la sua musica da concerto” per i tipi di Cafagna editore. A fare gli onori di casa il Sovrintendente Nazzareno Carusi, orgoglioso di inaugurare in questa occasione una ritrovata collaborazione tra il Teatro Petruzzelli e il Conservatorio di Bari. Prima collaborazione ufficiale in nome di Nino Rota, l’illustre musicista che diresse il conservatorio dal 1950 al 1976 e che da qui a tre anni vedrà la celebrazione congiunta non solo del trecentenario della nascita di Piccinni, ma anche nel 2029 dei 50 anni dalla morte di Nino rota. A Nino rota Bari deve molto nell’ambito musicale, ma non solo Bari. Rota è uno dei più importanti musicisti e attualmente il secondo più suonato nel mondo, certamente per la sua produzione musicale di elevato livello sia per portato emotivo che, soprattutto, di struttura. Carusi, come anche successivamente il maestro Scardicchio hanno ricordato che aveva una cultura musicale immensa, fatta non solo di conoscenza formale, ma di vera e propria padronanza e consapevolezza tecnica e di interpretazione, tanto da essere capace di suonare a memoria intere opere. E’ innegabilmente una figura centrale della vita musicale barese, italiana e del mondo. Felicità doppia espressa dal neo sovrintendente, attualmente docente dello stesso conservatorio, ma in aspettativa per ovvi motivi, in questa occasione che accoglie l’altrettanto fresco di nomina Walter Nicodemi, nuovo direttore del conservatorio anch’egli dallo scorso novembre.
Nicodemi, portando i saluti di tutto il conservatorio, ha ringraziato Dinko Fabris per aver pensato a questo ritrovato sodalizio tra Conservatorio e teatro Petruzzelli. Il conservatorio, ha detto Nicodemi è Nino Rota che ne è stato direttore e questo costituisce una grande responsabilità per i successori. Si è detto contento di iniziare il suo mandato con questa apertura e per l’occasione ha portato una rappresentanza degli allievi curati dalla prof.ssa Nicla Sciancalepore, per omaggiare la musica di Nino Rota: Francesco Paolo D’Alessandro, Vincenzo Giuseppe Tursi ai violini, Antonella Simone alla viola, Roberto Chiapperino al violoncello, Francesco Gesario al contrabbasso.

Dinko Fabris ha aperto la presentazione lasciando la parola alla musica con una piacevolissima prima Suite elaborata e concertata dal maestro Vincenzo Anselmi che ha messo insieme il Valzer del commiato, Controdanza e Mazurka da Il Gattopardo e La pappa col pomodoro, da Il giornalino di Gian Burrasca, mentre, sul finale, la seconda suite ha disegnato un’ulteriore carrellata della sua produzione artistica.
Fabris ha ricordato come l’affabilità e la contabilità dei pezzi di Nino Rota, sono frutto di quella sua profonda padronanza musicale che mettono, per esempio ne La pappa col pomodoro, Papageno e Papagena di Mozart e tu i dodici semitoni. Bari ha da sempre auspicato il ricollocamento della figura di Nino Rota, in quanto presenza che ne ha cambiato le sorti artistiche e musicali. La pubblicazione, frutto di una collaborazione corale e armoniosa, si innesta in questo percorso e si è materializzata grazie all’intervento scientifico e meticoloso di Michela Grossi, docente di biblioteconomia al Conservatorio di Pescara che ha curato tutta la ricostruzione e la ricerca bibliografica, nonché per il contributo di alcuni dei protagonisti dell’attuale scena musicale non solo barese: Nicola Scardicchio, Antonio Florio, Angela Annese, Maria Grazia Melucci, Fiorella Sassanelli.
Splendida sorpresa il collegamento voluto da Fabris con uno dei massimi protagonisti che ha accompagnato le fasi di Nino Rota a Bari, allievo e poi vicedirettore e suo primo collaboratore. Michele Marvulli, apparso in video collegamento in gran forma nonostante i 97 anni. Un Marvulli commosso che ha espresso un vivo ringraziamento per questo ritorno al Petruzzelli, ricordando che aveva 9 anni quando per la prima volta fu tra il pubblico di quel teatro per assistere alla messa in scena di un’opera di Pasquale Larotella.
Marvulli ha ricordato che Rota era un ragazzino di pochi anni più grande, quando si conobbero e ha praticamente vissuto una vita insieme con lui, le giornate passate in teatro per le prove del Tristano e Isotta, ben 15 giorni di prova solo per gli archi, per poi discuterne insieme. o a seguire le prove dell’opera da lui composta il Cappello di Paglia, commentando con lui l’errore esecutivo dei contrabbassi, di un sol naturale che era diventato bemolle e la risposta di Rota: “lascia perdere, è più bello così”. Un racconto generoso e sentito di gratitudine per Rota che lo iniziò alla direzione, suo sogno fin dal ’64, quando pur di seguire il Fedora, cominciò a lavorare al teatro prestandosi a fare tutti i mestieri al Petruzzelli, prima di diventare direttore dell’orchestra. Fu proprio negli anni 60, che grazie alla collaborazione con una docente neo arrivata Marvulli cominciò la sua scalata alla bacchetta. Da poco Rota aveva istituito una nuova sede docente per la cattedra di arte scenica, una cattedra che all’epoca prevedeva solo 8 ore settimanali. Incaricata fu Anna Maria Vallin, soprano di valore e appassionata, che dedicava anche 80, 100, 120 ore alla sua cattedra. All’epoca non era previsto un pianista accompagnatore e Marvulli si offrì come volontario. La Vallin si mise in testa di insegnare ai futuri cantanti “Il duello comico” di Paisiello e Marvulli seguì al pianoforte tutta la preparazione. Quando la Vallin propose a Rota di mettere in scena l’opera, l’allora direttore accettò e designò Marvulli acché dirigesse l’orchestra. Fu lo stesso Rota a insegnarli come dirigere. L’anno successivo Vallin propose “Le finte gemelle” di Piccinni venne rappresentata nel giardino del conservatorio sotto gli alberi all’aperto, dove ora c’è l’auditorium. Poi Marvulli ha ricordato dia punto sia stato prezioso per la sua formazione il Petruzzelli permettendogli di conoscere Karajan, durante gli eventi previsti per il maggio di Bari, Rubinstein. E ha anche ricordato degli anni difficili quando il teatro venne a mancare e dia anto si sia speso prendendo la bacchetta per aiutare la ricostruzione dirigendo Turandot e Traviata in posti improbabili, come anche il Cappello di Paglia di Rota nel nome del Petruzzelli al Piccinni.

Fabris ha messo in evidenza che il suo intento sia stato quel di riportare le testimonianze di prima mano di quelle che sono le memorie storiche di questa città legati a Nino Rota, come Rino Marrone, che custodisce la registrazione di un incontro con Rota a casa sua e Pierfranco Moliterni.
Questo libro vuol fare il punto su cosa sappiamo oggi di Nino Rota a 50 anni dalla morte, provando a creare uno sguardo storico oggettivo su questa figura, che è oggi il secondo musicista italiano più eseguito al mondo dopo Puccini. Ha messo in evidenza il debito di questo volume con Marco Renzi, già direttore dell’orchestra metropolitana e Vito Clemente, direttore attuale, che pensarono nel 2021 ad un tributo a Nino Rota che poi non si potè realizzare a causa del Covid e che prendeva spunto dal libro del 1997 di Rino Marrone, idea apripista e citato come primo contributo serio su Rota. il titolo “Prove d’orchestra. Nino Rota e la sua musica da concerto” trae spunto dall’ultima colonna sonora scritta per Fellini da Rota per l’omonimo film.
Fabris ha voluto tributare un ringraziamento particolare all’Editore Pugliese Vincenzo Cafagna di Barletta, mecenate che ha fondato e dirige una casa editrice coraggiosa, che crede nella sezione musicale e con giusta ragione, perchè il libro sta andando in tutto il mondo. Si sostanzia di 14 capitoli con voci di vari autori, una bibliografia ragionata sugli scritti di Nino Rota in tutte le lingue. Un omaggio ricco e prezioso che ha tolto Rota da quell’angolo in cui era stato ricacciato, rivalutandolo e aprendo un nuovo filone di studi.

Michela Grossi ha poi esposto il metodo della sua ricerca che ha risentito dell’approccio sistemico del dottorato sui sistemi di organizzazione della conoscenza di cui lei è curatrice e che ha permesso di mettere insieme la prima bibliografia ragionata su Rota. L’intento era valutare oggettivamente e sistematicamente la qualità della sua produzione artistica che è stata così indicizzata, grazie allo spoglio di tutti gli articoli e i saggi pubblicati in tutto il mondo. Una bibliografia generativa, una sorta di mega OPAC per viaggiare nei testi secondo una prospettiva ermeneutica. Un lavoro enorme. La Grossi ha ricordato che prima del 1979 non ci sono opere divulgative su Nino Rota, che fu in prima battuta messo da parte. Negli ultimi anni si è moltiplicata la serie di studi su di lui con una ricca produzione in tutte le lingue, persino croato e cinese. Dal punto di vista semantico oggi non è più conosciuto solo come il musicista di Fellini o Il padrino, ma su tutti i suoi interessi, come l’esoterismo. La bibliografia si distinguere per la duttilità stilistica, privilegiando un sistema di bibliografia innovativo in Chicago Stile, che privilegia l’aspetto cronologico. 200 le pubblicazioni riportate, che la rende interessante da studiare anche dal punto si vista bibliografico.
E’ stata poi la volta degli interventi dei vari redattori che hanno contribuito al volume, tra cui Nicola Scardicchio che ha praticamente scritto un terzo del libro e ha riportato, con la sua affabilità narrativa e cultura musicale e musicologica aneddoti su Rota, descritto come un musicista e uomo concreto, generoso, convinto che se hai qualcosa da dare, devi darla. Concretezza e generosità di cui lui stesso ha fatto esperienza quando Rota lo presento a Stravinskni e lui aveva 14 anni e aveva cominciato a buttar giù le prime composizioni. Un rivoluzionario Rota, amico di Horowitz e che da piccolo, in barba ai cattedratici detrattori, suonava Satie, che aveva conosciuto a casa dei suoi genitori Ravel, Toscanini, Giordano, e che difendeva la Musica ponendola non come ipotesi intellettuale, ma come qualcosa che si fa. Un tempo ascoltabile: tempo e memoria del tempo.
Alma Tigre