
Sul palco del Duke Jazz Club di Bari si è sviluppata una serata ricca di ritmo e allegria per la presentazione del nuovo progetto discografico del quartetto di Vito Di Modugno, e dedicato al suo strumento preferito: l’organo Hammond. Prima di entrare in sala di incisione (il 13 aprile) il quartetto ha voluto rendere omaggio, sul palco del Duke con una presentazione in anteprima di alcuni brani di prossima incisione. Sappiamo tutti che Vito di Modugno è un polistrumentista molto versatile anche con il pianoforte, il basso elettrico, il contrabbasso, ma quando ha davanti un organo la sua voglia di suonare diventa irrefrenabile. Ed è stato anche ricordato che quando Guido Di Leone ha creato la scuola di Musica del Pentagramma, lui è stato il primo insegnante ad essere ingaggiato per formare, in questo lungo arco di tempo, tanti giovani musicisti.

E il quartetto che si è presentato sul palco, è lo stesso che il giorno dopo è entrato in sala di incisione. Non è un organico messo in piedi per l’occasione, ma è stato specificato che il gruppo, nel 2027, potrà festeggiare il venticinquesimo anno di collaborazione. Ad accompagnare Vito Di Modugno, il sempre fidato Michele Carrabba al sax tenore, Massimo Manzi alla batteria e Pietro Condorelli alla chitarra.

Di Vito Di Modugno e di Michele Carrabba più volte, su queste pagine, abbiamo avuto modo di evidenziarne le qualità artistiche che li ha portati a raggiungere traguardi ambiziosi. Due musicisti che hanno sempre tenuto alto il nome della nostra Puglia. Manzi e Condorelli è sempre un piacere poterli ascoltare dal vivo.

Pietro Condorelli è nato a Milano ma casertano di adozione. Dopo aver ottenuto il diploma in chitarra classica e una laurea al DAMS dal 1980 svolge attività concertistica e professionale sia in Italia che all’estero. Ha collaborato con importanti esponenti del jazz internazionale come Jerry Bergonzi, Lee Konitz, Franco Cerri, Giulio Capiozzo, Gary Bartz, George Cables, Fabrizio Bosso, Charles Tolliver, segnalandosi come uno dei migliori chitarristi jazz italiani. Ha collaborato stabilmente, dal 1994 al 1996 con il noto gruppo di jazz e progressive rock degli Area. Nel 1997 ha vinto il referendum della critica “Top jazz” della rivista specializzata Musica Jazz come miglior nuovo talento. Oltre alla carriera musicale ha al suo attivo un’intensa attività didattica, avendo svolto il ruolo di interprete e coadiuvatore in seminari di diversi chitarristi di fama internazionale come Mike Stern, Mick Goodrick, Jim Hall, Joe Diorio. Ha insegnato presso Siena Jazz dal 2000 al 2015. È inoltre titolare della cattedra di jazz presso il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli.

Massimo Manzi nasce a Roma nel 1956,è un batterista tra i più popolari nell’ambito del jazz nazionale. È noto sia per il suo stile batteristico estremamente personale che per la versatilità con cui attraversa i vari stili del jazz. Ha partecipato ad oltre 200 album. Ha iniziato a suonare da autodidatta fin da bambino, per poi iscriversi alla Scuola Popolare di Musica Testaccio di Roma e contemporaneamente frequenta il Liceo classico. Negli anni ’70 entrò nella scena romana con formazioni come The Magicians ed UT. Nel 1976 si è trasferito con la famiglia prima ad Osimo e poi a Senigallia, dove Manzi ha trasformato sempre più la musica nel suo principale lavoro, anche suonando in locali da ballo come la Rotonda a Mare di Senigallia e perfezionando propria tecnica nell’ambito dei laboratori della rassegna “Mister Jazz” a Ravenna con Max Roach, Elvin Jones, Peter Erskine e Jack DeJohnette. Degne di nota, tra le tante, le collaborazioni con Renato Sellani, Giorgio Gaslini, Evan Parker, Giancarlo Schiaffini, Paolo Fresu, John Surman. Marcello Rosa, Tal Farlow, Al Grey, Eddie “Lockjaw” Davis, Bobby Watson, Jimmy Knepper, Mike Melillo, Massimo Urbani.

Tra i tanti brani presentati durante il concerto, alcuni brani sono stati presentati in anteprima e che faranno parte del prossimo “Mr, Hammond”, mentre altri sono tratti da precedenti incisioni con il Vito Di Modugno Organ trio o incisi con la cantante tarantina Patrizia Conte. Si parte con “Strada della passera” (brano originale di Vito di Modugno che prende spunto dall’indirizzo di casa di Massimo Manzi), per poi passare a “If” di Joe Handerson e “Flying birds” e “Il ballo della sposa”, un brano che parte come una tarantella per sfociare in jazz, swing, rock.

Il secondo set si apre con un brano originale, “Mr Waller”, dedicato a Fats Waller che è stato il primo musicista ad utilizzare l’Hammond in ambito jazz. Subito dopo arriva il momento di ospitare sul palco Francesca Leone per due standards (“It don’t mean a Things” di Duke Ellington e “Body and Soul”, un cavallo di battaglia di tantissimi musicisti, da Louis Armstrong, a Sarah Vaughan, ad Ella Fitzgerald).

Un finale davvero travolgente con un omaggio a quello che è considerato il miglior contrabbassista della storia del Jazz: Charles Mingus con il suo “Haitian fight song”. Una esecuzione straordinaria che Mingus avrebbe senz’altro apprezzato. Per il bis sono arrivate mille richieste, molto disparate, dal blues ad alcuni successi di Vito Di Modugno, da Dark side of the moon ed altre davvero improbabili. Ne è uscito fuori una medley con alcuni standard e brani originali.

Ma un momento davvero interessante nel secondo set, è stato quando c’è stato il coinvolgimento di un esperto di Hammond, Aldo Lotito. Scherzosamente, più che un esperto, si è definito un “malato” dello strumento regalandoci una lezione davvero speciale e che spero di riuscire a riassumere in poche righe.

Il primo hammond originale è stato costruito nel 1934 da Laurens Hammond (nato nel 1895), un orologiaio che costruiva orologi elettrici. Ha pensato che il meccanismo del motorino che faceva muovere le lancette dei suoi orologi (Hammond’s clock) potesse essere applicato per progettare uno strumento musicale. Nasce così l’Hammond con un albero motore come quello dell’automobile, a cui sono collegate 96 ruote foniche dentate che girano ciascuna a seconda della frequenza che gli arriva. Sostanzialmente il suono che arriva è elettromeccanico: l’albero, girando, fa girare ognuna delle 96 ruote che hanno una gobba diversa a seconda delle ruote che a contatto con un pickup come quello di una chitarra, genera una frequenza (che è la nota). Dopo di che il tutto va a finire in un preamplificatore e non suonerebbe perché avrebbe bisogno di un altoparlante e qui nascono i problemi perché Hammond non aveva inventato il “Leslie”, una specie di grande cassa acustica particolare (Vito Di Modugno l’ha definita una cosa che esteticamente assomiglia ad un frigorifero) che oltre all’altoparlante degli alti (tweeter) e dei bassi (woofer), ha delle trombe rotanti nella parte superiore (la camera di amplificazione del suono). L’Hammond nasce per la musica liturgica, ma siccome immediatamente tanti musicisti vollero utilizzare questo suono particolare anche per altri generi musicali, sorse la necessità di consentire il suo utilizzo in ambienti diversi. Pertanto non bastava più questa amplificazione tradizionale. Questo marchingegno arriverà successivamente grazie all’ingegnere Donald Leslie: un altoparlante rotante con tweeter e woofer e una camera di amplificazione del suono. Variando la velocità di rotazione di queste trombe rotanti, si ottiene l’effetto tremolo. Il suono non viene generato nella maniera in cui lo ascoltiamo, ma sono queste eliche rotanti a modificarne il suono. Per la cronaca, l’ultimo organo Hammond è stato prodotto nel 1974, perché successivamente il marchio è stato acquisito dalla Suzuki.

E con questo preziosissimo approfondimento, unito ad una musica travolgente, non possiamo che essere soddisfatti per una serata davvero speciale.
Gaetano de Gennaro
Foto di Gaetano de Gennaro