Grazia, gaffe e governo: quando lo Stato diventa una farsa (e qualcuno dovrebbe dimettersi)

C’è un momento, nella storia delle istituzioni, in cui la realtà smette di somigliare alla politica e comincia ad assomigliare a una commedia degli equivoci. Non quella elegante di Carlo Goldoni, dove almeno il meccanismo funziona, ma una farsa disordinata in cui gli attori dimenticano le battute e il suggeritore, anziché aiutare, sbaglia copione. Il caso della grazia concessa a Nicole Minetti è diventato esattamente questo: un atto solenne dello Stato che, invece di chiudere una vicenda, ne apre una ben più grave, fino a costringere il Quirinale a intervenire.

Ma qui è bene chiarire, con precisione quasi notarile, il punto centrale: Sergio Mattarella non indaga, non istruisce, non verifica. Non gli compete per legge. Il Capo dello Stato, nell’esercizio del potere di grazia, decide sulla base dell’istruttoria e delle valutazioni trasmesse dal Ministro della Giustizia. È un potere che si fonda su un principio semplice quanto fondamentale: la fiducia istituzionale. Il Quirinale non è un organo investigativo, ma il punto terminale di una procedura che altri devono costruire con rigore. Se quella base è fragile o – peggio – viziata, la responsabilità non può che risalire a chi quella base ha predisposto.

Ed è qui che il riflettore torna, inevitabilmente, su Carlo Nordio. Perché se davvero le motivazioni “umanitarie” risultassero non corrispondenti al quadro reale, non saremmo davanti a un dettaglio trascurabile, ma a una falla clamorosa nell’istruttoria ministeriale. In termini meno giuridici e più comprensibili: qualcuno avrebbe portato al Colle un fascicolo che non stava in piedi. E il Colle, per funzione costituzionale, si è limitato a fare ciò che deve fare: decidere su ciò che gli viene sottoposto, confidando nella correttezza delle verifiche a monte.

Il problema è che questo episodio non è un fulmine a ciel sereno, ma l’ennesimo capitolo di una sequenza ormai imbarazzante. Lo stesso Carlo Nordio sembra muoversi in una zona grigia dove il diritto perde consistenza e diventa esercizio retorico. Dalla riforma respinta al curioso incentivo economico agli avvocati per “persuadere” i migranti a rimpatriare – una misura che sembrava uscita più da un manuale di marketing che da un codice giuridico – fino alle dichiarazioni spesso corrette il giorno dopo, il copione è sempre lo stesso: si propone, si inciampa, si rimedia.

Nel frattempo, il contorno governativo offre uno spettacolo che oscilla tra il tragicomico e il surreale. Giorgia Meloni appare impegnata in una sorta di gestione permanente dell’emergenza interna, più che dell’azione politica. Le uscite di scena si susseguono: Daniela Santanchè travolta dalle polemiche, Andrea Delmastro Delle Vedove finito nel vortice giudiziario-mediatico, Giulia Bartolozzi accompagnata verso un’uscita discreta quanto inevitabile. E poi segnali politici non proprio rassicuranti, come il passo indietro di Maurizio Gasparri, che più che una scelta sembra il classico “meglio scendere prima che affondi tutto”.

A completare il quadro, il silenzio di chi dovrebbe parlare. Matteo Piantedosi resta muto su vicende imbarazzanti, mentre Gennaro Sangiuliano, almeno, aveva provato – con esiti discutibili – a mettere qualche parola tra sé e le polemiche. Una differenza sottile, ma significativa: tra chi inciampa spiegando e chi evita di spiegare del tutto.

E così il caso Minetti diventa il paradigma: un atto delicatissimo trattato con una leggerezza che non si addice nemmeno alla burocrazia ordinaria, figuriamoci a una procedura costituzionale. Il Quirinale che chiede chiarimenti non è un’anomalia, ma la conseguenza inevitabile di un’istruttoria che, evidentemente, non ha retto alla prova dei fatti. E quando il vertice dello Stato è costretto a domandare conto di ciò che doveva essere già verificato, significa che il problema sta a valle, non a monte.

Viene in mente Alessandro Manzoni: non tanto Don Abbondio, quanto l’intero sistema di potere che nei Promessi Sposi, romanzo che Valditara vuole abolire dai banchi di scuola perchè inutile ai fini dell’istruzione degli studenti più aditi ai socialsi muove tra superficialità e irresponsabilità, dove ognuno scarica sull’altro il peso delle decisioni. O, ancora, Dante Alighieri e il suo limbo degli ignavi: quelli che non scelgono, non verificano, non rispondono. Solo che qui non si tratta di letteratura, ma di atti che incidono sulla credibilità dello Stato.

A questo punto, l’ironia diventa quasi un atto dovuto. Si può parlare del buon vino dei colli vicentini, caro al ministro, e contrapporlo al più diretto Nero di Troia o al fiasco dei Colli Albani con punto vendita all’enoteca della Garbatella: il primo elegante, il secondo sincero e genuini, il terzo quanto mai più attinente. Ma la questione non è enologica. È politica. Perché quando gli errori diventano sistema, quando le gaffe si sommano senza soluzione di continuità, quando le dimissioni riguardano sempre gli altri e mai chi ha la responsabilità diretta, allora il problema non è più episodico: è strutturale.

E nelle situazioni strutturali, prima o poi, qualcuno deve assumersi il peso delle scelte. Non basta sostituire i singoli, non basta aspettare che passi la tempesta. Serve un gesto che ristabilisca un minimo di coerenza tra responsabilità e ruolo. Un gesto che, a questo punto, dovrebbe riguardare anche chi quei ruoli li ha assegnati. Una parola, semplice eppure sempre evitata, potrebbe finalmente affacciarsi anche ai piani alti: dimissioni.

Cadetto di Guascogna

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