
Egregia prova di bellezza quella di Vincenzo Milletarì alla bacchetta per dirigere Coro e Orchestra del Teatro Petruzzelli. Un programma dedicato a Brahms, ai suoi Das Schicksalslied e Ein deutsches Requiem, ovvero alla poesia e alla riflessione sulla caduca esistenza umana e l’anelito alla beatitudine.
Ad incarnare tanta bellezza hanno contribuito le voci del soprano Louise Alder e del baritono Markus Werba.
Compagine delle grandi occasioni per il Politeama barese, con un ‘orchestra concentratissima e solerte ad ogni accenno di Milletarì e curatissimo il coro, grazie alla maestria di Marco Medved.
Le due proposte in programma di Brahms richiedono una particolare potenza interpretativa, poiché necessitano di uno sforzo poetico che affida alla voce degli strumenti e dei cantanti il mandato di evocare in chi ascolta le immagini, i sentimenti, che si è cercato di incarnare in partitura, ma anche le riflessioni universali rispetto alla condizione umana che ogni artista per vocazione sollecita.
Brahms compose Das Schicksalslied con un impeto creativo suscitato dalla lettura nel 1868 della poesia di Holderlin, il Canto del Destino, contenuta nel romanzo “Iperione o l’eremita in Grecia”.
A colpirlo fu probabilmente l’abissale contrapposizione tra gli stati esistenziali degli dei, in perenne beatitudine, e degli uomini, la cui vita si barcamena come “acqua da scoglio a scoglio”, nella costante ricerca della felicità.
Il buon Giorgio Pestelli, nel libretto di sala, pone in evidenza come l’impeto dei sentimenti che hanno mosso l’animo del compositore a tradurre in musica quei versi si sia ad un certo punto scontrato con il metodo di composizione di Brahms, da sempre amante della modalità in tre sezioni. Holderlin si era limitato a due, nette, precise, Paradiso e Inferno, l’uno per gli dei l’altro per l’umanità raminga.
Il conflitto di Brahms, lungi dall’essere meramente tecnico, si alimentava anche del fatto che non avrebbe potuto ammettere una soluzione umana così senza speranza di redenzione e nella sua versione, dunque, dona agli uomini il postludio, la terza sezione.
Così l’orchestra del Petruzzelli ha dipanato con leggiadria e delicatezza di suono il paesaggio olimpico, porgendo il braccio al coro che, dopo poche battute iniziali, prestava le sue voci ad un incipit soave, sussurrato, delicatissimo, un afflato, come l’apparizione di un sogno, gestito con la malleabilità delle voci tangibile nei crescendo e i diminuendo da brividi, del primo movimento, ma anche pregnante, urgente, terribile nell’ardua definizione del dolore in cui verte la condizione umana, nel secondo movimento. In mano al direttore una bacchetta furente e perentoria, adusa alla scenicità drammaturgica della direzione operistica, per questo movimento con un’orchestra perfettamente al passo nel suono e nell’indole. Alla fine Brahms ridona la speranza agli uomini affidandola all’afasia: lì dove non arriva la parola, resta la musica. Terzo movimento orchestrale che dissolve le nebbie infernali e svela l’Olimpo.
Seconda parte della serata dedicata al Requiem in tedesco, del stesso Brahms. Si tratta di un’opera imponente, caratterizzata da una finezza narrativa magistralmente resa da orchestra, coro e solisti, e da un grande equilibrio delle voci.
Anche qui l’orchestra ha elevato il pubblico con un incipit sussurrato, giocato tra tenebra e luce, seguito in successione nei classici e diversi momenti previsti per il requiem in lingua latina. Una sequenza esecutiva che ha alternato ingressi solenni, appassionate concitazioni, soavi divagazioni e imponenza polifonica rendendo l’immagine al contempo sonora e iconica dei moti dell’animo umano di fronte al mistero della morte tra speranza e dolore, in preghiera implorante o di sincera gratitudine per la vita.
La proposta in tedesco di Brahms di un Requiem fa il pari protestante al cattolico classico Requiem in latino e rispetto a quest’ultimo, che generalmente predilige ispirazioni più ieratiche, si caratterizza per la forte “umanità”, quel realismo luterano figlio poi del pragmatismo mitteleuropeo.
Le voci soliste si sono distinte per sobrietà ed eleganza, rese da una grande capacità tecnica e una sincera ispirazione nell’interpretazione. Così come pienamente compenetrati nell’accorata atmosfera brahmasiana orchestra e coro.
Un concerto di gran pregio, equilibrato, raffinato che ha valorizzato il talento del coro, dei solisti, dell’orchestra, grazie alle direzioni superlative di Vincenzo Milletarì e Marco Medved per la preparazione del coro. Applausi meritatissimi.
Suggerimento d’ascolto: Brahms, Ein deutsches requiem, Wiener Philarmoniker- Herbert Von Karajan
Alma Tigre