Afferrare l’essenza stessa della musica, riscoprendone le radici e carpendone aneliti, attese e ancestrali visioni: Valentina Cenni con “Tutta Vita” ha ipnotizzato il pubblico del Bif&St 2026 al Teatro Petruzzelli di Bari

La musica vera è quella che rimane nell’orecchio di chi l’ascolta dopo che lo strumentista ha finito di toccare le corde.” [Kahlil Gibran]

Sono stato uno dei fortunati spettatori della prima ora di “Tutta Vita”, il docufilm diretto da Valentina Cenni, grazie all’illuminata scelta di Oscar Iarussi che ne ha proposto un’anteprima nell’annuale cartellone del Bif&St per il pubblico che – richiamato certamente anche dalla presenza della splendida regista e dei Maestri Stefano Bollani e Daniele Sepe, tra i protagonisti della pellicola, al termine della proiezione esibitisi in un breve concerto con la sempre dotta presentazione di Ugo Sbisà – assiepava in ogni ordine di posto il Teatro Petruzzelli di Bari e – tanto vale chiarirlo immediatamente – ne sono stato subito entusiasta ammiratore, consigliandone la visione a chiunque potessi raggiungere con ogni mezzo, esortazione che rinnovo sin d’ora a quanti si apprestano alla lettura di questo articolo.

Innanzitutto, lasciatemi fare un plauso al grande coraggio di Valentina che ha accettato di porsi al comando di un’operazione pericolosa sin dalla sua genesi, soprattutto per l’avversione preventiva cui andava incontro, determinata specialmente dagli addetti ai lavori, da quanti, celandosi dietro un’improbabile quanto inadeguato purismo, levano il dito contro la ‘musica rappresentata’: a quanti ci hanno già provato e a quelli che ci proveranno in futuro, diciamo con forza che non c’è niente di più sbagliato del voler inserire questo film nel novero delle decine e decine di pellicole – per lo più create con spezzoni di esibizioni live condite con dichiarazioni che, spesso, non hanno alcuna connessione tra loro e con i brani eseguiti – dedicate ai miti di un qualunque genere musicale: il progetto della Cenni è davvero da un’altra parte, lontano anni luce dagli instant movie che osannano i miti del fugace successo del momento in virtù di un considerevole incasso ai botteghini del popolo di adoranti fans; qui parliamo di cinema vero, di un’opera curatissima che ha una sua notevole cifra stilistica, dalle parti – se proprio occorre trovare una collocazione – di “Meeting people is easy” dei Radiohead o, meglio, del mastodontico lavoro approntato da Peter Jackson per “The Beatles: Get Back” (il che mi ricorda il magnifico aneddoto della ‘scoperta’ dei Fab Four da parte del Maestro Rava raccontato in “Tutta Vita“).

Eppure, rispetto a questi best sellers del genere, Valentina prova a fare un ulteriore passo avanti: il suo occhio offre una visione “altra”, non compiacente ed adorante, semmai approfondita e dettagliata, ma mai distaccata, scegliendo di giocare su un altro campo, soluzione, a conti fatti, ben più avvincente della semplice riproposizione di un concerto storico – che la regista avrebbe potuto realizzare facilmente, accontentando ogni palato –, scegliendo di scandagliare i sei giorni di prove precedenti all’evento (“Mai – dirà Rava – ho fatto tanti giorni di prova per un concerto!”).

Enrico Rava, Paolo Fresu, Daniele Sepe, Antonello Salis, Ares Tavolazzi, Roberto Gatto, Matteo Mancuso, Christian Mascetta e la splendida Frida Bollani Magoni, naturalmente insieme al suo babbo Stefano, vengono colti dalla Cenni in ogni fase di questa settimana in comune, ma anche e soprattutto nel loro più intenso momento creativo, nell”attimo’ precedente alla performance, nell’estrinsecarsi dell’immenso bagaglio artistico che ognuno porta con sé in dono agli altri musicisti ed, infine, al pubblico.

E a chi accusasse sterilmente la pellicola di contenere poca musica suonata, ad eccezione del finale che riprende una irraggiungibile quanto irripetibile versione di “Theme for Jessica”, il brano di Rava che ormai è uno standard, una vera pietra miliare del repertorio del Maestro e non solo, non possiamo non rispondere che in “Tutta Vita” la musica è dappertutto perché attraversa l’esistenza stessa dei protagonisti come quella di tutti noi, è un pensiero, è un palpito, ‘un concetto, un’idea’, come avrebbe detto Gaber, al punto che non occorre essere appassionati di jazz per accedere alla storia declinata nel film, anzi forse sarebbe meglio non esserlo, presentarsi alla visione nudi, liberi, dimentichi delle sovrastrutture acquisite, per forza di cose, in tanti, tantissimi anni d’ascolto.

Valentina, grazie ad un uso nitido, incisivo, definito e definitivo della macchina da presa, assolutamente maturo nonostante sia solo al suo primo lungometraggio, sembra, particolarmente attraverso un affascinante, se non ipnotico, utilizzo dei primi piani, voler entrare – riuscendovi – nell’animo, nel cuore, nella psiche dei suoi protagonisti, afferrando l’essenza stessa della musica, riscoprendone le radici ed inquadrandone gli aneliti e le attese, carpendone l’ancestrale visione interiore, illuminando l’eternità cui i musicisti, attraverso le loro creazioni, sono stati consegnati; attraverso le loro parole, i loro gesti e, forse principalmente, i loro silenzi, Valentina Cenni riesce a far sì che l’individualità si trasformi in afflato collettivo, il soggettivo in generale, il privato in pubblico, il particolare in comune.

Ed alla fine si percepisce inequivocabilmente che la musica è dentro ognuno di noi, come un seme germogliato e diventato un albero dai magnifici frutti che occorre continuare a coltivare nei territori più reconditi della nostra anima, perché, per dirla con le parole di Gibran utilizzate in apertura d’articolo, la musica vera rimanga nel nostro orecchio e nel nostro cuore. Per sempre.

Pasquale Attolico
Foto di Gaetano de Gennaro

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