Avvocati a cottimo e coscienze in saldo: il rimpatrio “volontario” secondo il governo 

Non sono un esperto di diritto costituzionale, e non ho nemmeno l’ambizione di diventarlo all’improvviso per l’occasione. Però una cosa la faccio: prima di scrivere mi informo. E quando ti informi davvero, senza paraocchi, ti accorgi che certe trovate non sono solo discutibili: sono imbarazzanti.

L’ultima perla, partorita – immaginiamo tra un faldone e l’altro – dal laboratorio del ministro Carlo Nordio, è l’idea di riconoscere un compenso, circa 600-650 euro, agli avvocati che riescano a “convincere” un migrante a tornare volontariamente nel proprio Paese. “Convincere”, già. Una parola che, detta così, sembra uscita da un manuale di galateo. Peccato che qui non si parli di scegliere il vino a cena, ma del destino di persone spesso fragili, non criminali, magari finite fuori regola per un contratto perso o una domanda respinta.

E allora ecco il capolavoro: paghiamo l’avvocato se il cliente se ne va.

Una norma che ricorda da vicino il vecchio vizio italico delle leggi cucite su misura, quelle “ad personam” che hanno fatto scuola ai tempi di Silvio Berlusconi. Solo che qui il vestito non serve a proteggere qualcuno, ma a spingerlo gentilmente verso l’uscita. Sempre sartoria è, intendiamoci. Solo che cambia il manichino.

Il punto, anche per chi non mastica codici ogni giorno, è lampante: si capovolge il ruolo dell’avvocato. Non più difensore dell’assistito, ma soggetto incentivato a portarlo a una scelta che fa comodo allo Stato. Una sorta di procacciatore di partenze. Una figura nuova: né legale né morale, ma perfettamente coerente con una certa idea di gestione del problema.

E qui il rischio non è teorico. È concreto. Perché quando metti un premio in denaro su un risultato, trasformi tutto in un mercato. E il mercato, si sa, trova sempre il modo di funzionare: pressioni, suggestioni, magari quel filo di coercizione psicologica che non lascia lividi ma segna comunque. Il tutto su persone già vulnerabili. Una filiera perfetta, quasi industriale.

Qualcuno potrebbe chiamarla “efficienza”. A me viene da pensare che, in altri tempi, certe pratiche avevano un nome meno elegante. Nel fascismo la chiamavano delazione. Oggi la si traveste da incentivo. Cambiano le parole, non sempre la sostanza.

E mentre si inventa questo meccanismo, si fa anche di meglio: si restringe l’accesso al patrocinio gratuito. Così il quadro è completo. Meno strumenti per difendersi, più incentivi per andarsene. Un equilibrio così raffinato che verrebbe voglia di incorniciarlo.

Il paradosso diventa quasi poetico: l’avvocato, pagato dal cliente per difenderlo, riceve un premio dallo Stato se riesce a convincerlo a rinunciare. Se non è una forma di cortocircuito giuridico, poco ci manca. Viene da chiedersi se il passo successivo sarà una tariffa a punti: tre rimpatri e il quarto in omaggio, magari con una targa di riconoscimento al merito.

Nel frattempo, le associazioni forensi storcono il naso, il Consiglio nazionale prende le distanze, e persino chi normalmente non si scandalizza più di nulla qui alza un sopracciglio. Perché si introduce, di fatto, un’obbligazione di risultato nella difesa: vieni pagato se ottieni l’esito giusto. Non se difendi bene, ma se convinci. Siamo oltre il diritto, siamo nel cottimo.

E tutto questo dopo che gli italiani hanno già dato segnali chiari su certe derive. Ma evidentemente il messaggio non è arrivato. O forse è arrivato, ma si è deciso di aggirarlo per vie traverse, con la discrezione di chi entra dalla finestra dopo essere stato accompagnato alla porta.

“Il fine giustifica i mezzi”, insegnava Niccolò Machiavelli. Ma qui il problema è che il fine è discutibile e i mezzi sono goffi. Talmente goffi da rendere tutto incredibilmente fragile, persino sul piano tecnico, oltre che costituzionale. L’articolo 24 della Costituzione, quello sul diritto alla difesa, non è un dettaglio decorativo da ritoccare con un emendamento.

E poi, dettaglio non trascurabile: i soldi. Pubblici, naturalmente. Nostri. Perché per certe operazioni le risorse si trovano sempre, con una rapidità che farebbe invidia a qualunque pronto soccorso. Per il resto, si vedrà. Sempre.

Alla fine resta una domanda semplice, quasi ingenua: se devi pagare qualcuno per convincere altri ad accettare una scelta, sei sicuro che quella scelta sia davvero libera?

Perché, al netto delle parole e delle acrobazie legislative, questa proposta riesce in un’impresa notevole: rendere ridicola se stessa. E, cosa ancora più grave, mettere in discussione un principio elementare: che la difesa non si compra, non si indirizza, e soprattutto non si premia a risultato.

Il resto è solo rumore. E nemmeno troppo convincente.

Cadetto di Guascogna

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