
“Eravamo figli quando contavano solo i genitori e ora siamo genitori nel tempo in cui contano solo i figli.” (Paolo Kessisoglu)
Sono entrata nel Teatro Radar di Monopoli con l’idea di trascorrere una serata piacevole, magari divertente. Le premesse erano buone: chi non conosce Paolo Kessisoglu, soprattutto per la sua ironia mai urlata e per quella straordinaria macchina da risate e satira cui ha dato vita con il Duo creato con Luca Bizzarri? Non mi aspettavo, però, di uscire dal teatro con tante domande in testa e con quella strana sensazione di essere stata chiamata in causa.
Sfidati di me inizia senza effetti speciali, quasi in punta di piedi. Ed è proprio questa semplicità a colpirmi subito.
Certe sere il teatro non ti chiede niente. Ti fa ridere, applaudi, te ne vai. Questa no.
Quella sera, l’ultima della annuale rassegna teatrale allestita dalle belle menti del Teatro Mariella di Monopoli, mi sono ritrovata ad ascoltare. Prima la voce che arrivava dal palco. Poi, senza accorgermene, anche la mia. Non solo la mia.
La scena è spoglia, essenziale. Alcune sedie in fila, come in una sala d’attesa. Sì, una sala d’attesa. Il suono di una sirena suggerisce che possa essere quella di un ospedale: un luogo in cui siamo inermi, sospesi, dove non c’è nulla dietro cui nascondersi. Né per l’attore sul palco, né per me in platea.
Questa assenza di distrazioni mi costringe a restare presente. Niente sottrae attenzione alle parole e alla presenza dell’attore. È una scelta che apprezzo molto: mi permette di seguire il filo del racconto senza filtri, come se stessi ascoltando una storia che, lentamente, diventa anche la mia.
C’è un padre sul palco che prova a essere una guida senza conoscere davvero la strada. E c’è un figlio, poco distante, che avrebbe bisogno di aiuto: dovrebbe andare avanti, ma resta fermo, come chi aspetta un permesso che non arriva mai.
Kessisoglu parla piano. Anche quando fa ridere. Non alza mai il tono, non forza l’emozione. Le parole arrivano semplici e, proprio per questo, trovano spazio. Entrano dove non stavo guardando.
Rido, sì. Ma è una risata che si ferma subito dopo, come se avesse rispetto. Rido e penso. Rido e mi riconosco.
Kessisoglu non recita nel senso tradizionale: racconta, si racconta. E nel farlo sembra rivolgersi a ciascuno di noi singolarmente. Più volte ho avuto l’impressione che parlasse direttamente a me, come quando un amico decide finalmente di essere sincero.
Non so dire esattamente quando Sfidati di me abbia smesso di essere uno spettacolo e abbia iniziato a parlarmi davvero. Forse è successo senza che me ne accorgessi, come accade per le cose importanti: mentre ascoltavo, mentre ridevo, mentre credevo di essere solo spettatrice.
C’è qualcosa, in questo spettacolo, che somiglia a una domanda lasciata lì, sul tavolo, senza pretendere risposta. Una domanda sull’età che avanza. Su ciò che siamo diventati senza rendercene conto. Su quante volte scegliamo la prudenza al posto del coraggio, chiamandola maturità. In certi momenti il teatro diventa silenzioso. Un silenzio pieno, denso. Ed è lì che sento davvero la forza dello spettacolo. Si parla del tempo che passa senza chiedere permesso, dei cambiamenti che arrivano comunque, del tentativo continuo — e faticoso — di tenere insieme ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando. Temi semplici, forse. Ma mai superficiali. E soprattutto mai giudicanti.
Ho ascoltato. E, così, mi sono riconosciuta: nelle esitazioni, nelle paure dette sottovoce, nel bisogno di sembrare forti quando dentro ci sentiamo fragili. A un certo punto mi è stata chiara una sensazione: non stavo osservando qualcuno che raccontava la sua storia, stavo guardando la mia, riflessa. Solo detta con parole più coraggiose di quelle che uso io. E io mi sono lasciata attraversare.
Ciò che mi ha colpita di più è stato il senso di vulnerabilità. Kessisoglu non si protegge dietro il personaggio comico: si espone. E in quell’esposizione c’è qualcosa che mette — in modo buono – a disagio. Perché quando qualcuno ha il coraggio di mostrarsi fragile, diventa difficile continuare a fingere di non esserlo anche noi. Ancora una volta, il teatro tace. Un silenzio che quasi fa rumore. Sento un nodo alla gola. Non perché lo spettacolo sia triste, ma perché è vero. E mi chiedo quante volte ho evitato di “sfidarmi”, per paura di scoprire qualcosa che non mi sarebbe piaciuto.
Sfidati di me, affrontando il rapporto complesso e fragile tra genitori e figli adolescenti, da un lato adulti spesso inadatti ad assumersi le proprie responsabilità, dall’altro ragazzi che faticano a crescere perché privi di fiducia in se stessi, non chiede di cambiare vita. Non offre soluzioni. Ti si avvicina piano e ti invita a guardarti. Senza giudizio. Senza fretta.
Quando le luci si riaccendono, resto seduta ancora un po’. Non perché sia triste, ma perché sento di aver ricevuto qualcosa. So che lo spettacolo non è rimasto su quel palco. Si è infilato dentro di me: nelle domande che evito, nelle scelte che rimando, nei “poi vedo” che mi ripeto. Sfidati di me non mi ha dato risposte. Mi ha chiesto qualcosa di più difficile: sincerità. E ora so che quella sfida, in qualche modo, mi riguarda.
Così, alla fine, sento il bisogno di ringraziare. Un grazie personale è a Paolo Kessisoglu, per questo intenso spettacolo, diretto da Giole Dix e scritto da Giorgio Terruzzi. Un ringraziamento particolare, per avercelo proposto, va all’associazione Ubuntu – Non Solo Teatro e al Teatro Mariella di Monopoli.
Maurizia Limongelli