
Da tempo coltivo un rapporto privilegiato con gli epistolari (Gramsci, Kafka, Van Gogh, Poe, Nietzsche, Pasolini, Don Tonino Bello). Essi sono ricchi di analisi e di introspezione e posseggono, in molti casi, la qualità rara di essere spietatamente veri e di consegnarci l’autore nudo nell’anima e nel corpo. La mia esperienza umana ed artistica si è incentrata sulla dimensione del dolore e sul suo intimo legame con la ricerca, sempre sofferta, di una più autentica spiritualità. L’incontro con Wilde ed in particolare con l’uomo sensibilmente provato del De Profundis non è stato quindi casuale. Nella poetica di Wilde (1854-1900), il De Profundis, pubblicato in parte nel 1905, a cinque anni dalla morte, occupa un posto a sé stante. La lettera, indirizzata ma mai spedita, all’amico e compagno di vita Lord Alfred Douglas, chiamato affettuosamente Bosie, fu scritta tra gennaio e marzo del 1897 nel carcere di Reading dove lo scrittore irlandese scontava una condanna a due anni di lavori forzati per omosessualità (lavorava 6 ore al giorno ad un mulino a ruota o sfilacciava cordame per farne stoppa). Di fatto è la confessione di un’anima lacerata dalla prigione: in essa scorrono in sequenza la disperazione, il desiderio della morte, il sentimento potente di rivolta contro la società, la carità, la rassegnazione, l’umiltà, la pietà. Molto interessante è la dimensione religiosa, in particolare l’interpretazione di Wilde della persona di Gesù Cristo. Egli analizza, alla luce della sua concezione del mondo, la figura di Cristo e traccia un parallelo, ricorrente anche in altri autori, tra la vita di Cristo e quella del Poeta-Artista. Sotto l’influsso della Vie de Jesus di Renan e dei Vangeli, letti e approfonditi dalla esperienza dolorosa ed umiliante della detenzione, Wilde giunge ad elaborare una concezione del dolore che si contrappone nettamente a quella del piacere vissuta ed analizzata negli scritti precedenti. Estetismo superato? Fede autentica? Religione senza fede? Questi gli interrogativi che Wilde sofferente ci pone sulla figura di Cristo, sull’arte e sul dolore. In fondo, come egli stesso dice… “ognuno di noi, almeno una volta nella vita, cammina con Cristo verso Emmaus”. (Lino De Venuto)
Oscar Wilde fu protagonista di tre processi. Il primo venne da lui intentato contro Lord Queensberry, padre di Lord Alfred Douglas, e si concluse senza un verdetto poiché Wilde ritirò la querela; il secondo venne intentato contro Wilde da Sua Maestà la Regina Vittoria ma il verdetto non fu emanato poiché mancava l’unanimità tra i giurati; il terzo ed ultimo processo vide Wilde condannato al massimo della pena prevista per il “reato di sodomia”. Prima di approdare al carcere di Reading Gaol nel novembre 1895, nel Berkshire, in Inghilterra, scontò parte della pena a Pentonville e Wandsworth. All’uscita dal carcere (1897) Wilde fuggì dall’Inghilterra e aiutato economicamente da amici, riparò in Francia, prima a Dieppe, in Normandia, poi nel vicino centro di Berneval dove assunse lo pseudonimo di Sebastian Melmoth e portò a termine la prima stesura della Ballata del carcere di Reading: infine si trasferì definitivamente a Parigi. Povero e alcolizzato morì il 30 novembre 1900, per meningite, in seguito ad un’infezione all’orecchio contratta per una caduta durante gli anni della detenzione. Poco prima di morire in una umile stanzetta dell’infimo hotel d’Alsace di Parigi, all’età di 46 anni, Wilde si convertì al Cattolicesimo. “Il Cattolicesimo – aveva scritto anni prima – è la religione dei santi e dei peccatori, la sola in cui si possa morire. Alla gente rispettabile basta la Chiesa anglicana” – “Non sopravviverò al secolo. I miei compatrioti non me lo perdonerebbero mai!”. Le sue ultime parole, pronunciate sul letto di morte, riferendosi all’orribile arredamento della stanza dell’albergo dove era alloggiato furono: “O se ne va quella carta da parati o me ne vado io!” – a conferma del suo spirito arguto e ironico rimasto intatto fino alla fine. Al suo funerale parteciparono sette persone: c’erano in totale 24 corone di fiori, alcune inviate anonimamente. Fu sepolto prima a Bagneux e dal 1909 al Père-Lachaise, a Parigi. La sua tomba, una vasta figura alata, una sfinge, opera dello scultore Jacob Epstein è vista ogni anno da migliaia di visitatori. Il 16 ottobre 1954, nel centenario della nascita, la Contea di Londra decise di dedicare a Wilde una lapide. La ballata del carcere di Reading non è solo una bella poesia ma è considerata una preziosa lezione di bontà, pietà, perdono e comprensione per chi è caduto. La sua opera continua ad esercitare un fascino che attraversa teatro, cinema e cultura pop.