
Prezzo di una vita: 11 anni di arresti domiciliari, di cui 8 già scontati. Una morte assurda, perfettamente coerente con questa vita che ha un senso tutto suo dell’ironia. Non un gesto premeditato, per odio o vendetta, ma per semplice stupidità e superficialità, per immaturità sociale e fragilità emotiva. Luca ha ucciso una donna in un incidente d’auto, mentre guidava drogato e senza patente, perché il mondo era solo suo e del suo dolore esistenziale, perché la vita umana aveva per lui lo stesso valore di un biglietto del tram obliterato. La Giustizia umana lo ha condannato ad una pena finita, 11 anni, ma la sua coscienza lo potrà mai assolvere?
La sorella migliore di Filippo Gili, di scena al Teatro Carcano di Milano, è un dramma familiare ed insieme esistenziale dove la colpa e la punizione giocano su più tavoli e differenti livelli. Esiste una colpa diretta, l’evento. Nessun dubbio né scusante. Per questa è semplice la risposta della società: 11 anni per una vita. Tanto? Poco? Ogni considerazione sarà sempre discutibile. La Giustizia ha fatto il suo corso, la sentenza è netta, fredda e priva di sfumature. Paghi la pena, fine pena.
Poi vi è un livello più subdolo, più profondo. Quel malessere che definiamo ancora colpa e ti corrode l’anima, non ti permette di respirare più allo stesso ritmo, di vivere nello stesso modo. E’ un sentimento che ti cambia e che, nel migliore dei casi, dovrebbe condurti ad una vita altra, ad una nuova nascita. Una colpa con la quale sarai costretto a convivere fino all’ultimo giorno perché sai che per te “fine pena MAI”, ma allo stesso tempo ti permette di diventare la miglior versione di te stesso.
In questa dimensione della colpa, vittima e carnefice si uniscono in un abbraccio eterno, in una macabra danza più forte di qualsiasi amore. Poi, molto dopo, arriva il castigo.
Il castigo spesso è una liberazione, un modo per risarcire il danno, almeno per la società. Una specie di scappatoia se ci si ferma al solo castigo giudiziario. Poca cosa rispetto al castigo che l’uomo è in grado di infliggere a se stesso intimamente quando prende realmente coscienza delle proprie responsabilità e si assume il pesante carico delle proprie scelte.
Luca vive in quella terra di mezzo, tra la pena e il castigo. Una terra di nessuno, non è vita e non è morte. Uno scorrere di giorni tutti uguali, dove la prima libertà sacrificata è quella di potersi immaginare in un tempo e in uno spazio che non siano quattro mura e lo scorrere dei giorni.
Una madre.
L’archetipo della madre. Ciò che la narrazione di ogni tempo prevede per questo ruolo. Ama il figlio, lo appoggia, lo sostiene, lo accetta per ciò che ha dimostrato di essere, mediocre esemplare umano, e per ciò che deciderà di diventare. Insomma amore, senza reale aiuto. Non una persona, un ruolo. Ma in fondo quante “classiche mamme” riescono a scrollarsi di dosso il semplice ruolo e affermare il proprio essere persone? Quante riescono a vedere i figli per quello che sono e non eterni cuccioli da accudire e difendere? Michela Martini si rivela una splendida mamma e, come tale, è percepita dai suoi figli. Non madre, mamma, sempre e comunque.
Due sorelle, Claudia e Giulia.
L’una, Claudia – Aurora Perez accudente. Il prototipo dell’amore senza giudizio, senza pretese. L’accettazione assoluta dell’altro con le proprie debolezze e mancanze prima ancora che i propri punti di forza e orgoglio. Un amore che nel suo essere assoluto è sciolto anche da qualsiasi tipo di rapporto educativo e adulto.
L’altra, la sorella maggiore, Giulia – Vanessa Scalera, lucida e intransigente nella vita come nel suo amore per il fratello. Ama Luca, lo difende come avvocato, ma non ne scusa i limiti, le mancanze soprattutto l’assenza di reale empatia verso la vittima.
Certo, Caterina Bodei, la vittima, sarà per sempre una presenza costante nelle loro vite, certo il cordoglio per la sua morte è sincero e sentito, ma il pentimento per l’atto, il reale pentimento che passa attraverso la stretta strada della consapevolezza matura del gesto, del pesante fardello di una responsabilità senza attenuanti, senza pietà né scuse non sembra ancora emergere in Luca – Alessandro Tedeschi. Giulia lo sa perfettamente, dolorosamente.
E allora? La Giustizia non coincide con il giudizio morale. Forse la pena giudiziaria non è la sola e unica pena possibile. Giulia attende 8 anni per rivelare un elemento che avrebbe certamente fatto pendere il processo a favore dell’imputato e che probabilmente avrebbe alleviato il senso di colpa del fratello: Caterina Bodei era affetta da un tremendo tumore al cervello che non le avrebbe dato scampo da lì a 3 mesi. Ma sapere questa verità può davvero cambiare il peso della colpa, la responsabilità dei propri gesti e delle proprie scelte?
Giulia ha giocato a fare il giudice, la giuria e Dio pagando il prezzo del suo silenzio e della sua scelta ogni giorno, come parte della pena a lei spettante, ma è davvero così incomprensibile la sua determinazione, la sua motivazione? Durante un pranzo per festeggiare la revisione processuale, in quella che diventerà la domenica più lunga e pesante delle loro vite, il dramma familiare emerge dalla melma delle coscienze troppo a lungo silenziate.
Tutti i partecipanti di questa tragedia corale sono allo stesso modo vittime e carnefici e un carico pesante grava sulle loro anime. I familiari di Caterina Bodei che hanno perso una figlia, una madre, un’amica e che non li rincuora certo il sapere che fosse malata usano questa verità come pena aggiuntiva per Luca; La famiglia di Luca che ha vissuto la colpa e il giudizio sociale, il dolore per un atto non commesso né tantomeno voluto e che il sapere della malattia di Caterina forse avrebbe alleviato, si caricano della pena di Luca vivendo come in apnea per 8 lunghi anni e vedendo solo il proprio dolore e non quello causato. Luca, le cui scelte di vita hanno condotto lì a quell’incrocio e che forse per responsabilità e coerenza non dovrebbe provare sollievo sapendo della malattia di Caterina, non riesce a non essere umanamente felice per questo cavillo legale che in nulla allevia la drammaticità del gesto e la imperdonabile leggerezza con cui ha affrontato la prima parte della sua vita. Sarebbe stata una vita più o meno degna di essere vissuta se ad essere tolta fosse stata la vita di un bambino innocente o un anziano, una giovane donna sana e non malata?
La regia di Francesco Frangipane ha più di un merito nella riuscita dell’operazione. I personaggi sono ben calibrati e realistici fino a toccare le corde più intime del pubblico che, certamente, si è a più riprese riconosciuto in più di una dinamica familiare. L’interpretazione è di grande valore e sapiente maestria nei toni portati fino ai livelli più drammatici senza essere mai fuori dalle righe tratteggiando esseri umani veri e credibili.
E poi, uscendo dalla sala, il dubbio su chi sia la sorella migliore rimane.
Manuela Composti
Ottimo, non ho visto la recita, ma mi è sembrato di vivere il dramma.
Complimenti, scrivere è senz’altro una delle tue doti!