Ritmi iterati, tensioni interne, stati di trance che affondano le radici in un immaginario di movimenti condivisi: al Teatro Abeliano di Bari l’applauditissimo debutto de “Lu baciu santu”, la coreografia di Diego Tortelli curata dal Centro Nazionale di Produzione della Danza ResExtensa – Porta d’Oriente

La ResExtensa Dance Company, sotto la direzione artistica di Elisa Barrucchieri, conferma ancora una volta la propria identità profondamente narrativa e visiva, in armonia perfetta con le sonorità del Mediterraneo, viscerali e stratificate.

Ad aprire lo spettacolo, presso il Teatro Abeliano di Bari, è il duo indipendente La Venidera con “ No”, un progetto di Irene Tena e  Albert Herdandez, legati per formazione, ma non per vincoli stilistici, al Ballet Nacional de España. La  loro performance impone un flamenco non come forma codificata, ma come suggerimento, evocazione, quasi trattenuto nel suo battito pulsante di tacchi che strepitano che, pur restando il simbolo per eccellenza della percussività del flamenco, si trasformano in un vero e proprio correlativo oggettivo: traccia concreta di una tradizione che viene sospesa e, proprio per questo, radicalmente reinventata. Ne emerge un linguaggio coreografico in continua evoluzione, che rifiuta la fissità del repertorio per aprirsi a una ricerca dinamica e contemporanea.

A seguire la performance Lu baciu santu, al suo debutto, con coreografia di Diego Tortelli, musiche di Justin Adams e Mauro Durante. Da subito è evidente che il “paesaggio corporeo” è attraversato da sonorità mediterranee che non fungono da semplice accompagnamento, ma diventano struttura portante del gesto del corpo di ballo; i movimenti sono rapidi, spezzati, volutamente non prevedibili: una grammatica fisica che abbandona ogni linearità per abbracciare una dimensione arcaica e pulsionale, rendendo concretamente visiva l’energia cadenzata della pizzica.

Il richiamo alla Pizzica salentina e alla Taranta non è solo una  citazione folklorica, perché sul palco i ballerini si muovono come vere e proprie matrici corporee: ritmi iterati, tensioni interne, stati di trance che affondano le radici in un immaginario di movimenti ormai condivisi, ma non per questo facilmente ripercorribili. La Pizzica, con il suo battito ipnotico e la sua energia circolare, diventa eco profonda di un Sud ancestrale, mentre la taranta emerge come impulso viscerale che attraversa i corpi dei danzatori, i quali sembrano non volersene liberare, poiché questo significherebbe la fine del battito animale.

Queste danze e le musiche ad esse correlate, non vivono isolate, ma si inseriscono in un più ampio sistema di relazioni culturali: le sonorità arabe di “Wa habibi”, i canti popolari e le stratificazioni musicali rimandano a quel Mediterraneo che gli antichi Romani definivano Mare Nostrum. Un mare non solo geografico, ma culturale, spazio di scambio e contaminazione, dove le radici musicali si intrecciano e si rispecchiano da una sponda all’altra, attraverso  una congiunzione che segue una linea immaginaria e che, per questo, non ha bisogno di infrastrutture per esistere, bastano i corpi.

Il balletto ha, successivamente, inseguito le note di “Amara terra mia” . Un titolo che è un documento di riconoscimento per un Sud che si identifica da sempre in una doppia dimensione: l’abbandono e la nostalgia; qui la scena si carica, infatti, di un Sud vissuto come condizione esistenziale: è una terra segnata da un sole che consuma e asciuga, ma che non sterilizza né la vita, né il movimento ad essa legato, perché intrinsecamente generativo, anche quando è solo un ricordo. In questo paesaggio corporeo, sonoro e simbolico, “Santu Paulu” e i canti in dialogo costruiscono una tessitura complessa, fatta di richiami evocativi.

Particolarmente efficace è la costruzione drammaturgica del passaggio costituito dal brano “Aurora”: il dissolversi della notte  segna una trasformazione profonda, non solo luminosa ma anche emotiva e corpi inseguono la luce. Il canto e controcanto amplificano questa transizione, mentre i danzatori si muovono in un equilibrio costante tra controllo e abbandono.

La tecnica dei performers è evidente e pienamente padroneggiata: i ballerini eseguono la performance con precisione e intensità, senza mai cedere a un virtuosismo fine a sé stesso. Ogni gesto appare necessario, incarnato, restituito con rigore e consapevolezza.

In linea, dunque, con la poetica della Compagnia, Lu baciu santu,  si configura come un’esperienza immersiva e multisensoriale, in cui corpo, suono e memoria culturale si fondono. Non si tratta semplicemente di assistere a uno spettacolo, ma di essere attraversati da un immaginario potente, che restituisce alla e tramite la  danza una dimensione rituale, collettiva e profondamente mediterranea. Il pubblico ha apprezzato moltissimo.

Vicky Berardinetti

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