L’inarrivabile genio e la superba magia di Giuseppe Verdi, William Shakespeare e Luca Ronconi rivivono intonsi in “Falstaff” grazie alla Stagione lirica 2026 della Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari

Voi nel tracciare Falstaff avete mai pensato alla cifra enorme de’ miei anni? Amen, e così sia! Facciamo addunque Falstaff! Non pensiamo pel momento agli ostacoli, all’età, alle malattie!” [Giuseppe Verdi ad Arrigo Boito]

Un pandemonio chiaro come il sole e vertiginoso come una casa di pazzi!” [Arrigo Boito a Giuseppe Verdi]

Luca Ronconi dichiaratamente ha inteso creare questa volta qualcosa di ‘nuovo’ e diverso: un Falstaff ‘lineare, senza stupidaggini, senza finte trovate, leggibile da ogni persona di buonsenso’ e con una ‘assoluta semplicità visiva’, evitando cioè che la scenografia potesse riagganciarsi a un’ambientazione tradizionale. Ma, a conti fatti, è una scelta che funziona e convince.” [Nicola Sbisà]

La domanda è ancora lì, insoluta, aperta, irrisolta: cosa spinse l’ottantenne Giuseppe Verdi, divo assoluto dei suoi tempi che aveva già donato al pubblico il suo “Requiem” e quell’“Otello” che molti avevano considerato il suo testamento artistico, ad affrontare l’opera buffa per la seconda volta nella sua vita, dopo il clamoroso giovanile insuccesso di “Un giorno di regno”, per dare vita al suo “Falstaff”? Credendo sia troppo semplicistico individuarvi una piccata risposta a quanti – Wagner tra i primi – lo accusavano di non aver mai più affrontato il genere per timore, se non per incapacità, personalmente sono con chi vede nella scelta del genio di Busseto – e le parole riportate in apertura d’articolo lo testimonierebbero – la volontà di superare se stesso, di mettersi nuovamente in gioco alla sua veneranda età, di buttare il cuore al di là della siepe sviluppando un linguaggio musicale che, esprimendo la drammaticità del rappresentato, fosse, pur nel rispetto del belcanto, allo stesso tempo innovativo e definitivo per il melodramma italiano, raggiungendo vette inesplorate che, a mio modesto parere, non sarebbero state più eguagliate; mai più.

Verdi, pur non rinnegando la tradizione di cui è e resta il più grande rappresentante, si permette di giocarci come solo lui avrebbe potuto, di fatto costruendo una sublime quanto geniale beffa, non solo ben visibile sul palco nei personaggi rubati alla sublime penna di Shakespeare da Arrigo Boito, ma che si innalza anche dalla buca dell’orchestra, lapalissianamente evidente già nella trovata di aprire l’opera con una sonata, ‘illudendo’ il pubblico di trovarsi ancora al cospetto della classica costruzione operistica, prima di abbandonarsi ad infiniti ipnotici florilegi, creazioni ibride, non convenzionali, assolutamente originali, ma colme di sì incommensurabile fascino da essere immediatamente comprese ed amate dal pubblico, per poi chiudere il lavoro con una fuga, nuovamente omaggiando il linguaggio principe della musica occidentale di cui era sommo ed incontrastato alfiere.

Ai dettami verdiani si è perfettamente piegata l’ottima bacchetta di Vincenzo Milletarì che ha splendidamente diretto l’edizione inserita nella Stagione Lirica 2026 della Fondazione Teatro Petruzzelli, ripresa del superbo allestimento scenico del 2013 voluto dalla stessa Fondazione in coproduzione con la Fondazione di San Carlo di Napoli e il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. L’Orchestra ed il Coro del Teatro Petruzzelli, quest’ultimo sempre magistralmente preparato da Marco Medved, sottolineando in modo incisivo le invenzioni che si celano nella partitura, hanno superato in modo più che mirabile la difficilissima prova, così come ha fatto tutto l’ottimo cast, anche se una menzione particolare merita Milan Siljanovche ci regalava ancora una volta un’interpretazione da antologia dell’antieroe shakespeariano/verdiano, ormai impresso a fuoco nel suo DNA artistico, qualità che gli consente di dimostrare una cura nel canto che forse mai negli ultimi tempi era giunto sin alle nostre orecchie in modo sì efficace, ma anche una totale attenzione all’aspetto mimico; più che perfetto vocalmente, Siljanov riusciva a trasmetterci tutta la simpatica cialtroneria di un uomo che credeva di poter gabbare il prossimo, prima di comprendere di non essere stato altro che un misero burattino nelle mani delle sagge quanto allegre comari di Windsor.

Inutile dire che gran parte dell’attenzione della platea era rivolta alla indimenticabile regia del mai abbastanza compianto Luca Ronconi, qui ripresa da Marina Bianchi; ebbene, la visionaria lettura del Maestro, anche grazie ai costumi di Tiziano Musetti, al disegno luci di A. J. Weissbarde, soprattutto alle scene firmate da Tiziano Santi, vince la sua sfida con il tempo, donandoci ancora infinita magia, in particolare nell’ultimo memorabile atto in cui, facendo apparire l’immensa quercia capovolta che sovrasta minacciosa Falstaff nonché tutto il suo variegato universo, di certo ha voluto omaggiare, rendendola visibile, l’inedita arborescenza musicale creata dal genio verdiano, ma che a noi ha fatto tornare in mente anche gli straordinari versi con cui Pierluigi Cappello termina una delle sue liriche più belle: “Eccoci, luccicante sorella, nel cerchio del tempo buono, nell’ora indovinata stiamo noi, due sguardi versati in un corpo, uno stare senza dimora che ci fa intangibili, sottili come un sentiero di matita da me a te né dopo né dove, amore, nello scorrere quando mi dici guardami bene, guarda: l’albero è capovolto, la radice è nell’aria”.

Pasquale Attolico
Foto di Clarissa Lapolla photography

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