La settimana sportiva: l’analisi di Bari – Modena

La domenica dell’eccezione: quando anche il Bari piega il destino.

Certe domeniche – nel caso specifico lunedì pasquale -, a Bari, hanno il sapore raro delle eccezioni. Come se, per una volta, il copione abituale venisse strappato e riscritto in corsa, senza quel retrogusto di beffa che accompagna troppo spesso le vicende biancorosse. Contro il Modena è andata così: tutto al posto giusto, perfino l’imprevedibile.

Il Bari vince, e già questo basterebbe. Ma vince soprattutto la squadra che, numeri alla mano, segna meno contro una delle difese più solide in trasferta. Una piccola contraddizione che diventa, per novanta minuti, verità calcistica. In uno stadio San Nicola svuotato più nell’anima che nei seggiolini, con quella distanza sempre più evidente tra squadra e città, i biancorossi trovano una prestazione piena, coerente, finalmente riconoscibile.

Longo, stavolta, non sbaglia una mossa. E non è un dettaglio da poco, perché in una stagione così, spesso sono proprio le scelte a fare la differenza tra l’ordinario e il disastro. La decisione più significativa è forse quella di lasciare inizialmente fuori Dorval, che in fase difensiva aveva già presentato un conto salato nel corso dell’anno. Lo inserisce solo nell’ultima mezz’ora, ma spostandolo più avanti, largo a sinistra, dove può fare ciò che gli riesce meglio: puntare l’uomo, creare superiorità, servire palloni. Ed è proprio da lì che nasce l’assist per Cuni. Perché il vero Dorval è quello, non un difensore improvvisato, ma un esterno con licenza di osare.

Il resto è una partita che si costruisce su equilibrio e intelligenza. Il Bari non forza, non si perde in frenesie inutili. Si affida ai suoi riferimenti, gioca semplice quando serve e colpisce nei momenti giusti. Rao resta il filo conduttore, Piscopo dà ordine e senso alle due fasi, mentre dietro si intravede finalmente una struttura meno fragile. Non perfetta, ma almeno credibile.

E poi, certo, gli episodi. Perché il calcio è anche questo, e negarlo sarebbe ingenuo. Il rigore assegnato dopo revisione, le parate di Cerofolini che tengono in piedi il risultato, e soprattutto quell’autorete che definire goffa è riduttivo. Una scena quasi teatrale, degna di una commedia degli equivoci. E qui l’ironia diventa inevitabile: per rivedere un’autorete di tale portata, il Bari dovrà probabilmente attendere altri cinquant’anni. Perché quando accadono queste cose, da queste parti, non sono mai banali: sono eventi.

Il secondo tempo aggiunge ciò che spesso è mancato: il controllo. La squadra non si sfilaccia, non si consegna al solito copione di sofferenza sterile. Anzi, trova anche il terzo gol con Cuni, che torna a segnare dopo un’attesa che sembrava sospesa nel tempo, come quei personaggi pirandelliani in cerca di una nuova occasione.

E allora si rivede, per frammenti, quel Bari che aveva fatto intravedere qualcosa contro Empoli e Reggiana: una squadra che, se riesce a mettere ordine prima nella testa che nei piedi, può ancora restare dentro la corsa. Perché, come scriveva Nietzsche in “Così parlò Zarathustra”, “bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante”, e questo Bari, nel suo disordine stagionale, sembra aver intravisto per un attimo quella stella.

La classifica resta fragile, certo. Ma attorno nessuno fugge davvero. C’è chi rallenta, chi inciampa, chi si perde. E allora il Bari può ancora avanzare, magari senza slanci, ma con ostinazione. Come quella locomotiva cara a Guccini, che non sa se arriverà ma continua a spingere.

Resta solo quell’ombra, inevitabile, che accompagna ogni entusiasmo barese. Quando tutto gira bene – rigore, autorete clamorosa, attaccante che ritrova il gol dopo un secolo – viene spontaneo pensare al prezzo da pagare. È quasi una legge non scritta, una versione locale della fatalità. Ma forse, per una volta, vale la pena sospendere il dubbio.

Perché anche nelle storie più complicate, ogni tanto, capita che il destino si distragga. E lasci passare la felicità.

Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari

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