Fazil Say, l’immagine e il suono: un pianoforte tra Russia e Turchia al Teatro Piccinni per l’LXXXIV Stagione della Camerata Musicale Barese

Con la sua unica data per il sud Italia, Fazil Say, il 23 marzo scorso, ha incantato il pubblico del teatro Piccinni, per la ’84ª Stagione della Camerata Musicale Barese. A fare gli onori di casa Gianna Fratta, il Deus ex machina di Camerata, giustamente fiera della presenza qui in Puglia di uno dei più grandi pianisti attualmente presenti sulla scena internazionale. Il pianista di Ankara ha coinvolto emotivamente il pubblico  con un’ora di grande musica.

Figura black&white di sicuro piglio, Fazil Say, suona in rapimento quasi estatico, conciliando una grande abilità tecnica e una capacità affabulatoria che colpisce l’emotività di chi ascolta. In programma Modest Petrovič Musorgskij Quadri di un’esposizione e Fazil Say, Nuove composizioni per pianoforte.

Fazil Say si lascia apprezzare sui palcoscenici del mondo non solo per il virtuosismo, ma anche per la grande ispirazione poetica con cui interpreta le grandi pagine di classica, il suo gusto jazzistico, che ne rivela una personalità eclettica, dalle molteplici sensibilità e fucina di una creatività  espressionista, sia nelle  esecuzioni sia nella composizione.

L’opera di Mussorskji nasce da un pretesto creativo sorto in occasione della mostra retrospettiva allestita a San Pietroburgo nel 10874 dall’Accademia d’Arte in onore dell’amico architetto Victor Hartmann. Con Hartmann Musorsgkji aveva condiviso la passione per il popolo russo e il fervore nazionalista e questa composizione incarna quel trasporto espresso dallo stesso compositore in uno scritto: «Voglio non solo conoscere il popolo russo, ma del tutto affratellarmi ad esso».

All’interno delle dieci composizioni che corrispondono ad altrettanti quadri, Musorsgkji riporta infatti anche nei modi e nelle scelte tonali le modulazioni folk del crogiolo culturale russo che annovera al suo interno contributi puramente russi, ebraici, medievaleggianti, a vario titolo rappresentate appunto da Hartmann nei suoi quadri e nei suoi disegni.

Il tema introduttivo della Promenade serve all’autore per  favorire i “trapassi”, così scrive al suo amico Stasov, da una soggettiva all’altra. Ed è quello che ha fatto magistralmente Say. Ha affidato al pianoforte la proiezione filmica di questa passeggiata tra un quadro e l’altro della mostra, rappresentando non solo lo stato d’animo del compositore, ma anche il suo, e soprattutto suscitandone uno proprio in ciascun ascoltatore, moltiplicando i protagonisti di questo film, sovrapponendone i passaggi psicologici determinati di volta involta a seconda del quadro che ci si trovava ad ammirare.

La resa pianistica si è svelata come ricerca di narrazione affidata alle note, all’uso appropriato delle sospensioni, dei ritardati, delle riprese, dell’insistenza cadenzata sul pedale. Narrazioni brevi, 10 sequenze tra momenti narrativi e soste descrittive dei quadri che si è tradotto in un uso sapiente della sinestesia, per dirla con Kandinskji.

L’incipit essenziale e preciso di Say ha introdotto in poche battute la raffigurazione dell’elfo cattivo rappresentato nel primo quadro in esposizione, Gnomus. Nell’intenzione Musorsgkji attinge all’immaginario del pericoloso mago dalle gambe storte presente nella cultura popolare russa, come fa successivamente per la Baba Yaga, la strega che vive in una casa che è un orologio a cucù su delle zampe di gallina. Atmosfere tetre, suoni cupi, guizzi improvvisi, acciaccature, rese con tocco sensibile o percussivo, a volte strisciante, o  suonato tenendo con una mano le corde l’altra battendo sui tasti. Così con suono roboante o pianissimo Say ha evocato il colore, la forma e la maniera di ogni dettaglio di queste rappresentazioni.

Alla stessa maniera ha attraversato la scena il trovatore malinconico del Vecchio Castello, che il pianista di Ankara convocava sul palco restando fedele alla volontà compositiva medievaleggiante di Musorsgkji, ma definendolo con toni di un romanticismo malinconico dolce e raffinato, come invece vivida è stata la resa del chiasso e del fragore della lite tra i fanciulli ai giardini di Tuileries o i traffici al mercato di Limoges, ovvero la caratterizzazione, giocata sui contrasti di suono e modo che Say ha incarnato sugli 88 tasti per i due ebrei, il ricco e il povero, esaltando il dettato di Musorsgkjii che affidava il segno musicale al profilo della melodia ebraica.

Insomma un’esperienza realistica e immersiva quella regalata al pubblico da questo pianista immaginifico, che dopo una brevissima pausa, è tornato al pianoforte per eseguire due brani di sua stessa composizione, compresa una variazione jazz di un Capriccio di Paganini. Brani profondamente introspettivi, che Say interpreta pianisticamente come i moti dell’anima li mostra: momenti di riflessione intensa, delicatezza di pensiero, il vigore irruente di un momento di gioia o l’impero della rabbia.

Al centro di questa narrazione pianistica, la Camerata ho offerto un’originale rappresentazione dell’uomo rese in sovrapposizione dalle caratterizzazioni psicologiche, folcloriche, degli uomini suscitate in  Musorsgkji dai quadri del suo fraterno amico Hartmann e dal talento e dal temperamento vivido di Fazil Say.

«La mia musica deve essere una riproduzione artistica del linguaggio umano in tutte le sue sfumature più fini. Cioè, i suoni della parola umana, poiché le manifestazioni esterne del pensiero e del sentimento devono, senza esagerazione o violenza, diventare musica vera e precisa.» (M. P. Musorgskij)

Suggerimento d’ascolto: Fazil Say, Paganini in jazz

Alma Tigre
Foto di F. Fiore
dalla pagina Facebook della Camerata

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