La “Shocking life” di un’icona di libertà e di stile, raccontata da Nunzia Antonino e Marco Grossi: il palco del Teatro Van Westerhout di Mola di Bari ha acceso i riflettori su “Schiaparelli life”

Un abito non è solo stoffa. È un pensiero che rivela il carattere di chi lo indossa. L’abito perfetto, quello che resiste alla moda e al tempo, è solo l’abito della libertà. Osare, disobbedire, sfidare le convenzioni e il senso comune. Non avere paura di essere diverse, perchè la libertà di essere se stesse è la vera bellezza (Elsa Schiaparelli).

Parlare di Elsa Schiaparelli (1890-1973) come di una delle più grandi stelle della haute couture tra le due guerre mondiali è sicuramente corretto, ma al tempo stesso estremamente riduttivo. Piuttosto una rivoluzionaria, una visionaria, un’artista che non poneva limiti alla propria libertà di espressione, che coglieva suggestioni ed emozioni dal contatto con artisti del calibro di Dalì, Cocteau, Aragon, Sartre, per poi tradurre il tutto in creazioni audaci, provocanti e provocatorie. Una donna curiosa, affamata di bellezza, ma soprattutto libera e liberante. Si dice infatti che se Coco Chanel (sua contemporanea e rivale) aveva liberato il corpo delle donne da guaine e corsetti che le ingabbiavano da secoli, Elsa le liberò mentalmente, spingendole ad essere creative, audaci, uniche.

Chi dice che se un oggetto ha la forma di una scarpa bisogna per forza metterlo ai piedi? disse, facendo di una scarpa un cappello.

Utilizzò per prima tessuti non convenzionali (fibre artificiali, cellophane, paglia e persino il vetro), creò un cappotto a forma di scrivania (ispirato ad un quadro di Dalì) e un iconico abito lungo con una aragosta dipinta sul davanti insieme a ciuffi di prezzemolo, e poi i bottoni  gioiello disegnati per lei da Giacometti, e il cappello nero sormontato da un tacco di velluto rosa shocking. Già, il rosa shocking, noto anche come rosa Schiaparelli: lo ha inventato lei, definendolo un colore “audace, sfacciato, fatto per la luce”.

Quando nel 1954 chiude il suo percorso professionale, ritenendo che quel mondo non le appartenga più, pubblica la sua autobiografia, e il titolo è già pronto: Shocking life, un richiamo alla forza e all’intensità della sua vita.

Schiaparelli life, in scena al Teatro Van Westerhout di Mola di Bari all’interno di una rassegna che sta offrendo appuntamenti davvero molto interessanti, sfida la complessità di un personaggio affascinante, multiforme, e decide di raccontarlo non ripercorrendo genericamente la sua biografia, ma cogliendolo in un momento doloroso, quello della conclusione della sua esperienza lavorativa. Il distacco emotivo da una vita piena, l’inevitabile bilancio che ogni profondo cambiamento porta con sè, un inventario fatto tirando fuori dalla valigia della memoria lembi di vita, attraverso oggetti che raccontano momenti, esperienze, emozioni.

È questo il particolarissimo taglio scelto da Carlo Bruni ed Eleonora Mazzoni, autori di un testo denso, carico di bellezza e di senso, dove nessuna parola è superflua, dove l’indagine profonda sullo spirito di Elsa, sul suo vissuto, sulla sua anima, ci restituisce una donna complessa, testarda, coraggiosa ma anche fragile, che ha pagato la sua passione con una profonda solitudine.

Tutto lo spettacolo è costruito in modo impeccabile, con un’architettura che non prevede pause nel ritmo o diluizioni nella carica emozionale. Una regia (firmata da Bruni) che disegna sulla scena sentimenti di libertà ma anche di angoscia, che pone Elsa su un letto arioso e sofisticato, sì, ma dal quale sembra impossibile scendere, aggrappata ad una gabbia (simile a quella della vetrina della sede storica di Place Vendôme a Parigi) che fa da testiera e prigione, che la donna riuscirà ad attraversare solo alla fine del racconto, quando smetterà di essere Schiaparelli e diventerà solo Elsa.

Sullo sfondo le immagini di Bea Mazzone sono il richiamo allo stile e al gusto degli anni Trenta e al suo immaginario onirico, un’altra espressione del suo mondo e del suo linguaggio.

Su queste solide basi poggiano le parole e i gesti dei due protagonisti, Nunzia Antonino e Marco Grossi.

Grossi (per me, indimenticabile in Old Fools, del 2024) ha il difficile compito di dare (la) vita ad un personaggio molto particolare, conservando un delicato equilibrio che gli consente di essere servo, sostegno, amministratore e gestore dei capricci e delle fragilità di Elsa, rifugio nella sua solitudine. Compagno inseparabile della prima ora, icona di una vita che si conclude: proprio per questa intimità va ora abbandonato. La sua recitazione sa essere piena di forza e di delicatezza, e restituisce un personaggio che, ontologicamente privo di sovrastrutture, è disarmante, genuino, schietto.

E poi c’è Nunzia Antonino, uno scricciolo di muscoli e nervi capace di sprigionare una forza che toglie il fiato, che trascina lo spettatore “esattamente” dove vuole, che fa sentire sulla pelle e nello stomaco la gioia, il dolore, la passione e qualunque (qualunque!) sentimento decida di raccontare con il corpo, lo sguardo, la voce. Andate a vederla: vi conquisterà e tornerete a cercarla, e ogni volta vi stupirà con la sua forza nuda, essenziale, titanica, ma anche con il sussurro, la dolcezza, il suono dei suoi silenzi. Lasciate che vi racconti le sue donne: Lucrezia, Lenor, Else, e naturalmente Schiaparelli. Scoprirete storie particolari che diventano storie universali, e infine incredibilmente prossime.

Testo, regia, disegno luci, musiche e recitazione: Schiaparelli life (del 2018) è uno spettacolo denso, carico, pieno di simboli e di rimandi, con una freschezza palpabile. Come si diceva all’inizio, nessun gesto, nessuna parola è casuale. Colpisce, oltre alla pregevole recitazione, soprattutto il modo in cui è costruito, con un’architettura complessa, attenta e articolata dalla quale scaturisce un’armonia preziosa, e un’incredibile bellezza.

Imma Covino
Foto di Maurizio Agostinetto

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