“Big One”: la mimesis come atto vivo, nel nome dei Pink Floyd, conquista il Teatroteam di Bari

Esiste sempre una domanda implicita quando si assiste a una tribute band: qual è il suo ruolo? Sostituire l’originale è impossibile, sterile è imitarlo, tradirlo imperdonabile.
Nel caso dei Big One, la risposta passa attraverso un concetto preciso: mimesis. Non copia, ma operazione viva. Leonardo De Muzio, Luigi Signoris, Stefano Freddi, Gian Maria Tonin, Francesco Cardarella, Enrico Frigo, Manuela Milanese, Debora Farina, Pamela Perez attraversano artisticamente la musica, i gesti e gli effetti dei Pink Floyd con la consapevolezza di entrare in un tempio sacro.

I Big One, infatti non replicano i Pink Floyd: ne hanno assorbito il linguaggio e lo restituiscono con rigore e sensibilità. Tuttavia la mimesis, qui, non si esaurisce nel gesto musicale, ma si compie davvero nello spazio invisibile tra palco e platea perché è lì che interviene l’immaginazione dello spettatore, complice di un atto creativo ripetibile, se la complicità funziona. Pubblico e musicisti non sostituiscono ciò che manca, non colmano un’assenza: la rendono presente in un’altra forma.

Gli effetti scenici, la precisione esecutiva, la fedeltà sonora sono strumenti. Ma non bastano. Senza l’immaginazione resterebbero superficie. È lo spettatore, con la propria memoria emotiva, a riconoscere e ricreare ciò che non può più accadere. In questo senso, il concerto diventa un luogo condiviso: non di nostalgia, ma di riattivazione.
Come nella grande tradizione musicale — da Johann Sebastian Bach a Ludwig van Beethoven — lo spartito non è mai definitivo. Vive e si rinnova in chi lo interpreta. E i Big One dimostrano di conoscere profondamente questo principio: ogni brano è restituito con precisione tecnica e, soprattutto, con consapevolezza espressiva.

Mentre si entra nel cuore dei Pink Floyd, lo spettacolo trova la sua dimensione più intensa. Non solo suono, ma parola. I testi, sospesi tra alienazione, assenza e desiderio di connessione diventano materia viva. Da Atom Heart Mother a Meddle, da Wish You Were Here a The Dark Side of the Moon, fino alla tensione narrativa di The Wall, emerge un universo musicale e poetico che i Big One non si limitano a eseguire, ma abitano.

Al Teatro Team, la scenografia impeccabile accompagna senza mai sovrastare; le luci, le proiezioni e l’ atmosfera costruiscono uno spazio immersivo coerente, capace di amplificare l’esperienza senza distrarne il senso profondo. Alla fine il pubblico, attento e partecipe, ha vissuto il concerto con un atteggiamento di ascolto e di riconoscimento, vivendo un intenso momento di memoria condivisa. Non semplice intrattenimento, ma fruizione consapevole di un repertorio che ha segnato un prima e un dopo nella storia del rock.

I Pink Floyd restano un punto di non ritorno: per la loro tensione alla sperimentazione, per la capacità di fondere suono e pensiero, per aver trasformato l’idea del concerto in esperienza totale. I Big One raccolgono questa eredità con rispetto e disciplina, senza mai tradirne lo spirito.
Il bis, fortemente acclamato, affidato a Comfortably Numb, non è un congedo. È una promessa. Non chiude, ma rilancia: un appuntamento silenzioso sulle note di ciò che resta, un amore comune e condiviso.
In questo senso, i Big One non colmano una mancanza: creano una presenza. E per una sera, quella presenza è stata reale.

Vicky Berardinetti
Foto dal sito della Band

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