“Giulietta e Romeo. Il corpo di Shakespeare”, la pièce creata dalla commistione tra il linguaggio scenico di Michelangelo Campanale e coreografico di Vito Leone Cassano, avvince e coinvolge il pubblico del Teatro Kismet di Bari, riscrivendo i codici della danza e del teatro tradizionali

Chi è quella fanciulla che arricchisce del suo tocco la mano di quel cavaliere? Oh, ch’ella insegna davvero alle torce a splendere di viva luce! (…) Come sia finita la danza, vorrò osservare dov’ella si ritragga e, toccando la sua, benedirò di felicità la mia mano rude. Il mio cuore ha forse mai amato, fino a oggi? Sbugiardalo, oh vista, perché non ha mai veduto, prima di stanotte, la vera bellezza.” (dal film “Romeo + Giulietta”)

Cos’è “Giulietta e Romeo. Il corpo di Shakespeare”, la coproduzione Teatri di Bari, La luna nel letto e Compagnia Eleina D., splendida commistione tra il linguaggio scenico di Michelangelo Campanale, che ne cura regia, scene, luci e drammaturgia, e l’arte coreografica di Vito Leone Cassano? Non è teatro, certo, e nemmeno danza, e non può neppure essere inserita tra le opere di teatrodanza di bauschiana memoria, ma forse è tutto questo in uno. L’interrogativo è pressante, ma non è certo l’incognita attinente l’espressione artistica utilizzata dai creatori della pièce che ha attanagliato quanti – e sono tanti – vi si sono sinora approcciati – tra cui il pubblico del Teatro Kismet di Bari, sold out per le due repliche inserite nella Stagione teatrale Rinascenza con la direzione artistica di Teresa Ludovico e Gianni Forte – tutti conquistati dalla poetica di un’opera che, sebbene prenda le mosse dal capolavoro del principe della parola, per antonimia ipnotizza principalmente per i quadri creati, splendide immagini che sembrano volersi staccare dal magnifico eloquio shakespeariano (come testimoniato, ad esempio, dal quasi totale mutismo di Romeo, che pare incapace di produrre suoni articolati) esclusivamente per raggiungerlo sino alla sua radice più pura.

Il lavoro di Campanale e Cassano ha saputo dare una superba nuova veste al capolavoro di William Shakespeare, donandogli un aspetto visivo distintivo e fortemente espressivo, ricco di scoperte creative ed efficaci, allontanandosi dalla danza classica e dal teatro tradizionali quanto basta per riscriverne i codici, per mescolarne le carte. La chiave di volta ed il vero protagonista della lettura dei due autori è Frate Lorenzo, quasi l’intera rappresentazione fosse stata partorita dalla sua mente tormentata che vorrebbe riavvolgere il nastro della vicenda dei Montecchi e dei Capuleti per modificarne i momenti salienti ed, in particolare, il finale; con tutta probabilità, quello che si agita sul palco altro non è che quel che lui rivede e rivive in flashback, condannato, come in un girone dantesco, ad illustrare ai posteri la storia dei due giovanissimi amanti, prostrato da una disperazione straziante che viene perfettamente rappresentata, cosciente, infine, del definitivo naufragio del suo nobile quanto irrazionale intento di far convolare a nozze i due rampolli, entrambi icone di un amore prima anelato, cercato, sfiorato, poi attraversato, catturato, vissuto.

Richiamando il conflitto sociale, fondamentale anche nelle pagine del Bardo, ed inserendovi una lapalissiana mediocrità delle famiglie, di fatto trasformate in compagini che sembrano sortite dai peggiori sobborghi delinquenziali, l’opera, tratteggiando i profili psicologici dei personaggi, sembra soffermarsi sulla loro età adolescenziale e sulle passioni, giochi, tormenti, pulsioni, emozioni che questa, spesso in modo sproporzionato ed intemperante, concepisce, assoggettando i due protagonisti ad un dominio etico nella avventura amorosa, ottica vicina alla trasposizione cinematografica diretta da Baz Luhrmann che abbiamo citato in apertura d’articolo. E su tutto, infatti, campeggia e regna una gigantesca immagine del Cristo crocifisso, talmente opprimente da percepirlo come assente, un tutto che si fa nulla, incapace di levare il suo sguardo sulla sorte dei suoi giovanissimi figli, di modificare la drammatica iperbole che li consuma, di ascoltare un urlo talmente forte da divenire silenzio, muto anch’Egli persino davanti ad un disperato gesto blasfemo di Romeo contro un Padre incapace di dare risposte che tradisce gli amanti e le loro aspettative al punto da lasciarli soli ed in preda alla disperazione sulla loro Croce, in preda alla loro terribile Passione.

Questa concezione della storia si sposa perfettamente con la straordinaria musica utilizzata quale colonna sonora (in cui, dato il taglio dell’opera, a nostro modesto parere avrebbe potuto degnamente trovare posto anche una citazione deandreiana con la superba “Disamistade”), tra cui “The feeling begins”, rubata al genio di Peter Gabriel, e “In this heart” della mai abbastanza compianta Sinéad O’Connor, magicamente in sintonia con il prodotto finale al punto da accentuarne i tratti in più di un’occasione, nonché con le magnifiche scene e luci dello stesso Campanale (sublime, in tal senso, il quadro del primo incontro amoroso tra Giulietta e Romeo, quello del balcone, per intenderci) che ne fanno un’operazione di epica e visionaria poetica, un caleidoscopio che avvince e coinvolge soprattutto – ça va sans dire – grazie alla sempre magistrale performance di Claudia Cavalli, Vito Leone Cassano, Gaia Stanghellini, Francesco Ayrton Lacatena, Samuel Puggioni, Andrea Bettaglio, Roberto Vitelli, Niccolò Basile, Erica Di Carlo, Antonella Piazzolla, Matilde Corni, Gabriel Vassilli Biondini e Dario Napolitano, magnifici attori e ballerini capaci indiscutibilmente di costruire una rappresentazione che, pur essendo ancor giovane, sfida già il tempo, forte di un inedito incantevole modo di intendere l’arte recitativa e tersicorea.

Pasquale Attolico
Foto di scena della Compagnia

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