
“Immaginate di provare a vivere senza aria. Ora immaginate qualcosa di peggio.” (Amy Reed)
“Prendevamo morfina, diacetylmorfina, ciclozina, codeina, temazepam, nitrazepam, fenobarbitale, amobarbitale, propoxyphene, metadone, nalbufina, petedina, pentazocina, buprenorfina, destromoramide, chlormetiazolo. Le strade schiumano di droghe contro il dolore e l’infelicità, noi le prendevamo tutte. Ci saremmo sparati la vitamina C se l’avessero dichiarata illegale.” (dal film Trainspotting)
Anna Ferzetti si candida ad essere la migliore attrice italiana dell’anno (perlomeno), grazie soprattutto a due sublimi interpretazioni, cinematografica la prima per il ruolo che Paolo Sorrentino le ha tagliato addosso in quel capolavoro che è “La grazia” in cui gareggia in bravura nientemeno che con Toni Servillo, e teatrale la seconda con la ripresa italiana dello stupefacente “People, Places and Things”, il lavoro partorito nel 2015 da Duncan MacMillan (che abbiamo imparato ad adorare grazie al suo “Every brilliant thing”), giunto sul palco del Teatro Piccinni con la produzione Gli Ipocriti Melina Balsamo e Teatro Stabile di Catania nell’ambito della Stagione di Prosa Umano Collettivo del Comune di Bari, in cui la Ferzetti, diretta dal marito Pierfrancesco Favino, interpreta il ruolo della protagonista Emma (o Nina o Lucia o chissà chi).
Con il medesimo affilatissimo bisturi con cui aveva scavato nella piaga della malattia mentale e del suicidio, il drammaturgo inglese scandaglia le putride oscurità della dipendenza dalle droghe e dall’alcool attraverso la storia di un’attrice che non riesce a tirarsi fuori dal gorgo impetuoso e travolgente di una vita irrisolta, nemmeno quando deciderà di affidarsi, a fasi alterne e con risultati assai altalenanti, ad un centro di recupero, tentativo anche questo destinato a fallire per l’innata riluttanza della donna a mettersi in gioco, a creare delle complicità, a sperimentare l’altro come un possibile gancio e non come un nemico pronto ad ucciderti, a raccontarsi e, semmai, a raccattarsi dal fondo in cui è caduta per sua stessa mano: nulla pare riuscire a risollevare Emma, nemmeno un sospirato quanto terrorizzante ritorno tra le mura domestiche alla corte di due genitori ormai incapaci di perdonarla e comprenderla, anche a seguito della morte (le cui cause rimarranno misteriose sino al termine) dell’amato fratello, un macigno che pesa come il sigillo di un sepolcro sulle coscienze dei familiari sopravvissuti.

Se, come affermava Jim Morrison, “la vera felicità non è in fondo a un bicchiere, non è dentro a una siringa: la trovi solo nel cuore di chi ti ama”, allora la nostra protagonista (come forse anche lo stesso Jim) ha ben poco da cercare amore e comprensione nella landa arida e desolata in cui si sono trasformati i suoi affetti più cari; meglio, se proprio non c’è nulla di meglio, cercare la propria ‘attitudine sentimentale’ nel lavoro, in una affermazione nell’arte della recitazione, che però – sembra avvisarci l’autore – è anch’essa effimera, precaria, illusoria, al punto che occorre guardarla con il giusto distacco, altrimenti crea una dipendenza ben più pericolosa della droga e dell’alcool, e fermarsi al momento giusto, ben prima di aver raggiunto il limite, il confine, il baratro: a volte, lo spettacolo non deve andare avanti.
MacMillan, nel riuscito intento di non consegnarci un finale consolatorio ed incoraggiante ma, se non vero, perlomeno veritiero e credibile, sembra addirittura ribaltare l’assioma pasoliniano secondo cui “la droga è sempre un surrogato. E precisamente un surrogato della cultura. La droga viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura. La droga in tal caso serve a sostituire la grazia con la disperazione, lo stile con la maniera”, dato che Emma ha innegabilmente padronanza intellettuale, ma utilizza la propria erudizione per negare agli altri – e soprattutto a se stessa – l’ingresso nella sua usurata anima, quello che – pare dire l’autore – sarebbe l’unico espediente che potrebbe – forse – permetterle ancora di coltivare un barlume di speranza nella sua salvezza.

Grazie all’ottima traduzione di Monica Capuani, Favino è magistrale nel costruire una regia che frantuma letteralmente la quarta parete e non dà un attimo di tregua allo spettatore che viene trasportato in una corsa senza fine sulle montagne russe di emozioni strazianti, sempre in bilico tra dramma e farsesco, riuscendo a strappare una risata fragorosa un attimo dopo un momento di disperazione utilizzando un umorismo che non allenta mai la pressione della vicenda, affrontando con lucida ed estrema sensibilità tutte le sfumature che il testo gli propone, con un’attenta cura dei dettagli e trovate registiche non comuni, con momenti di pura allucinazione che strizzano l’occhio ad ambientazioni di certo cinema di genere, finanche horror, potendo contare sulle scene di Luigi Ferrigno, capaci di creare un’ambientazione composita e multiforme in grado di trasformarsi in ogni istante, sulle luci di Bianca Peruzzi, che contribuiscono a dare all’intera pièce un’atmosfera di tensione pulsante, abbagliante ed accecante, e soprattutto su di un cast eccelso che, bardato nei costumi di Roberto Chiocchi, ha i suoi punti di forza in Betti Pedrazzi, Thomas Trabacchi e nel nostro Totò Onnis, senza dimenticare Luca Massaro, Maria Giulia Toscano, Gabriele Badaglialacqua, Sofia Capo, Marta Virginia Morgavi, Giorgio Stefani, e, ça va sans dire, la splendida Ferzetti che ci dona un’interpretazione da antologia che emoziona e coinvolge in ogni istante, una prova da record olimpico, a tratti rumorosa e a tratti discreta, tutta giocata sui nervi, elettrica ed elettrizzante, disturbata e disturbante, instabile e destabilizzante, sempre oscillante tra pianto e rimpianto, ribellione e capitolazione, vittima e carnefice, menzogna e verità, ma sempre ipnotica nella sua cruda crudeltà, nella sua nuda verità, magnifica nel rappresentare quell’universo in cui – come dice lei stessa – può riuscire a sentirsi unica artefice del proprio destino e allo stesso tempo riconoscere la sua assoluta impotenza di fronte al mondo ed alla sua umanità; così l’attrice romana, attingendo alle profondità dell’oscurità per ritrarre le discese ardite, le risalite e le ricadute della dipendenza, ci dona la sua performance perfetta, con tutta probabilità la più estenuante ed impegnativa che abbia mai affrontato, dedicandole una tale cura ed autenticità da mostrare a tutti noi quello che la recitazione può realizzare al suo meglio.
Pasquale Attolico
Foto dal sito della Compagnia