
Non era il Bari di Pescara, e nemmeno quello smarrito e sfilacciato visto nelle gestioni precedenti. Era un Bari diverso, almeno nello spirito: più ordinato, più presente, meno disposto a lasciarsi travolgere. E già questo, di questi tempi, è quasi una notizia. Perché al “Benito Stirpe”, nel cuore della Ciociaria, contro una squadra costruita per salire, i biancorossi non si sono limitati a fare da comparsa: hanno colpito subito con Rao, hanno avuto un paio di occasioni nitide, e per una squadra povera di qualità come questa non è un dettaglio, è quasi un piccolo atto di ribellione.
Poi, però, la realtà si è rimessa in moto con la puntualità di certi copioni già scritti. Il pareggio immediato di Fini, il sorpasso nella ripresa, il controllo progressivo del Frosinone: tutto secondo logica, tutto secondo gerarchie. E viene quasi spontaneo pensare a Gina Lollobrigida in “Pane amore e fantasia” un film girato in una paese immaginario (Sagliena) individuabile in Ciociaria, dove la terra raccontata è aspra, dura, capace di concedere poco e togliere molto. Sei minuti: tanto è durato il vantaggio del Bari. Sei minuti che somigliano a quelle illusioni brevi, destinate a spegnersi subito, perché una squadra che deve salvarsi non può permettersi di essere fragile proprio quando dovrebbe diventare feroce.
Il Frosinone, anche senza essere al completo, ha fatto la partita con naturalezza: ha palleggiato, ha gestito, ha accelerato quando serviva. Se il risultato è rimasto aperto fino alla fine lo si deve soprattutto a Cerofolini, ancora una volta decisivo, ancora una volta costretto a recitare il ruolo del solista in un’orchestra che fatica a suonare insieme. Almeno cinque, sei interventi che tengono in piedi la partita e impediscono che il passivo diventi più pesante, più aderente alla differenza vista in campo.
Il Bari, invece, ha confermato tutti i suoi limiti strutturali: poca costruzione, un centrocampo incapace di dare ritmo e pensiero, cambi che non spostano nulla. Longo prova a rimettere ordine, a dare un senso, quasi a compiere un lavoro artigianale di restauro su una squadra che era finita in coma. E qualcosa si vede: più dignità, meno sbandamenti. Ma la qualità resta quella che è, e non si improvvisa. Non a marzo, non a questo punto della stagione.
E allora la differenza emerge in modo netto, quasi crudele nella sua semplicità: il Frosinone lascia in panchina giocatori importanti e vince comunque; il Bari cambia, inserisce, prova, ma resta sempre uguale a sé stesso. Fini diventa imprendibile, Dorval soffre, e sembra di rivedere quei personaggi di Nino Manfredi (anch’egli ciociaro puro sangue), capaci di arrangiarsi, di resistere, ma inevitabilmente destinati a fare i conti con una realtà più grande di loro, come in “Pane e cioccolata”: si lotta, si prova a restare a galla, ma alla fine la condizione di partenza presenta il conto.
Dopo l’intervallo la partita diventa un monologo. Il pallone resta tra i piedi dei ciociari, il Bari insegue, si compatta, prova a restare dentro il risultato più che dentro il gioco. Non crea quasi nulla, se non qualche timido accenno nel finale, più dettato dall’orgoglio che dalla reale capacità di incidere. E nel frattempo la classifica si muove, respira, stringe: il Pescara accelera, si avvicina, e non certo per condividere un tavolo come alla pace di Westfalia del 1648 – quando ci si fermava per trovare un equilibrio – ma per prendersi spazio, punti, sopravvivenza.
Il punto è tutto qui: quando sei lì sotto non puoi scegliere le partite. Devi fare punti ovunque, anche contro chi è più forte. Il Bari, invece, continua a muoversi dentro una speranza fragile, che i numeri tengono in vita ma che il campo fatica a sostenere. Servirebbe vincere in casa, fare punti fuori, invertire una tendenza che dura da mesi. Possibile? Sì, perché il calcio non è una scienza esatta. Probabile? Molto meno, se si guarda a quello che questa squadra ha mostrato finora.
Eppure, dentro questo quadro, qualcosa resta. Il Bari non ha mollato, non è uscito dalla partita, non si è disunito. Ha perso, ma senza crollare. E in una stagione così, dove si è visto di tutto, anche questo diventa un elemento da cui ripartire.
Questo Bari somiglia a quei racconti che non promettono lieto fine ma chiedono, almeno, dignità nel percorso. Non è una squadra che entusiasma, non è una squadra che illude davvero, ma è una squadra che prova a resistere. E forse, in questo finale di stagione, la differenza tra chi si salva e chi no passerà proprio da lì: dalla capacità, ostinata e quasi testarda, di restare in piedi anche quando tutto spinge a cadere.
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari